Io sono legato alla terra: quella nera che ti stacca un piede se ci metti dentro la scarpa appena comincia a liberarsi dell’acqua e poi diventa dura come un granito. Forse per questo la sento come un qualcosa che mi rode dentro, che mi tiene legato alla campagna che da piccolo, anche quando avevo appena smesso i pantaloni corti, amavo conoscere girando da solo in cerca di posti sconosciuti e poco frequentati.
Allora le campagne mi sembravano delle foreste inesplorate, dove rischiavi di perderti se ti dimenticavi da dove eri entrato. Erano pomeriggi caldi, assonnati e quasi appiccicosi.
Saltavo il fosso, percorrevo per un centinaio di metri uno stradone che mi portava ad un bivio, dove la campagna si divideva e diventava quasi una foresta. In lontananza si vedeva il muro esterno di Villa Badoer e lì, a volte, ci arrivavo dal retro, dove adesso c’è la rotatoria. Entravo da una porta piccola che strideva un po’, ma non c’era problema: dentro non c’era mai nessuno.
Mi perdevo nelle immense sale che per i ricchi veneziani in vacanza erano i magazzini, passando poi per le stanze dove un tempo ormai lontano i signori banchettavano in mezzo a figure mitologiche.
Una volta fuori, tornavo a casa passando sempre per la campagna. Superavo il ponte che divideva la campagna dei Vicentini con quella dei Mantovani e continuavo per gli stradoni che facevano da cornice ai campi. Dentro la campagna si trovano ancora le baracche di canne che erano il luogo degli incontri amorosi del padrone. Capanne grezze ma sempre ben curate per appuntamenti clandestini, dove a rischiare erano le ragazze più belle, costrette a cedere oppure ad essere licenziate. Era davvero difficile resistere ai ricatti del padrone che a volte veniva invischiato nello stesso suo gioco se non voleva essere scoperto dalla moglie.
In questa campagna tra Villanova del Ghebbo e Fratta Polesine io ci sono solo arrivato. Mio nonno era di Porto Tolle e l’aver conosciuta la Onorina quando lei aveva solo sedici anni, lo portò a staccarsi dal mare per venire ad abitare nella terra che era nera e dura ma assicurava un pasto. La sua casa era sull’argine dell’Adigetto e il riscaldamento era costituito dalle solite canne del granoturco, o fromenton, con le paglie che a volte finivano dentro la minestra.
Però a me il mare ha sempre fatto un effetto speciale. Come se ci fossi nato, anche se non l’avevo mai visto. Così ogni tanto, anche oggi, mi viene la voglia di vedere il mare. Questa distesa azzurra che tanto contrasta con il mio mondo.
Allora prendo la moto, una Daemlin vecchia di sei anni, che adopero solo qualche volta, e parto per il mare. Quello che cerco non è lontano: il mio mare è quello di Rosolina Mare, di Porto Caleri, di Barricata e di Boccasette. Non ne frequento altri.
Quando ero giovane sono andato a Milano Marittina, sulla riviera romagnola. Erano gli anni sessanta, ma già allora si capiva che lì le vacanze erano un’industria. Sono andato anche a Jesolo, al Lido di Venezia, a Sottomarina. Troppe case, troppi servizi, sembrava di essere in città. Così da tanti anni vado solo sul Delta, dove trovo ancora quegli odori che mi fanno star bene. L’odore del legno che marcisce di Porto Levante, la salsedine che senti nell’aria transitando sul quel cordone ombelicale che ti porta ad Albarella, oppure quell’intenso odore di resina che avverti quando la provinciale finisce e Rosolina Mare ti dà il benvenuto con i suoi pini.
Quando parto per questi viaggi, che altro non sono che gite di poche ore, mi perdo nei ricordi e faccio sempre il confronto con quello che era il mare negli anni sessanta e quello che è adesso. Con la memoria torno a quei tre giorni assieme a Giorgio, mio cugino, quando ancora Rosolina Mare si chiamava Rosapineta. Nemmeno un soldo in tasca, una tenda prestata dal prete e tanti pomodori raccolti lì vicino per mangiare qualcosa. Poi la pattuglia dei carabinieri che ci carica sulla sua jeep e ci porta alla stazione di Loreo per rispedirci a casa.
Ricordo le case, ancora segnate dall’alluvione. Monumenti silenziosi alla tragedia che ha segnato questa terra. Poi mi vedo con la Pina, appena sposati, correre con la vespa per un sabato pomeriggio al mare. Un grande albero, che ancora c’è vicino a Villanova Marchesana. Pit stop dentro la campagna polesana, di un viaggio fatto di niente ma ricco di felicità.
Questo è il mio mare, quello della mia terra che quando arriva all’azienda agroturistica di San Gaetano è ancora grano, fagioli e zucche. Poi cambia e diventa mare, salsedine, legno che marcisce e gracchiare stridulo dei gabbiani.
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Come citare questo articolo
Enzo Fuso. “L’odore del mare”. Ventaglio Novanta, n. 68, 2026. https://ventaglionovanta.it/archivio/lodore-del-mare/