Lendinara, anno del Signore 1456. Lo svettante campanile di Santa Sofia era ben lungi dall'essere costruito, ma già da qualche secolo esisteva la chiesa, la cui prima edificazione – come oratorio della famiglia Cattaneo – risale al sec. XI.
Ecco dunque il campanaro salire sul campanile dell'epoca e, dopo aver lustrato a dovere i suoi strumenti, volgere uno sguardo all'orizzonte; verso nord si stagliano i Colli Euganei, non ancora sfregiati dalle cave; ad oriente in lontananza si intravede il castello di Rovigo, con le sue torri non ancora "mozze"; verso sud, là dove ora ci sono campi coltivati, appaiono invece vaste paludi circondate da canneti. I terreni sono bassi; ai prati umidi si alternano specchi lacustri dove sguazzano le anatre. Qua e là qualche boschetto di salici e più oltre, verso Canda, un bosco più fitto.
L'ambiente dunque era molto diverso dell'attuale, vi erano in particolare due grandi valli dette Valdentro e San Biagio, ad occupare zone di difficile deflusso delle acque.
La situazione idraulica aveva avuto un tracollo con le rotte chiamate Castagnaro e Malopera (Mal-opera ad indicare la sventura che seguì a tale rotta). Secondo quanto riporta F.A. Bocchi, questo evento si verificò nel 1438, durante la guerra fra i Veneziani e i Visconti di Milano.
I Veneziani erano attestati nelle campagne del padovano, forti di 8.000 fanti e di 14.000 cavalli; una flottiglia stazionava nell'Adige. I Milanesi erano trincerati tra le paludi dell'Adige, comandati dal Piccinino. Per recargli aiuto il generale visconteo Gonzaga portò otto galeoni da Ostiglia nelle valli del Tartaro e, per farli entrare nell'Adige, provocò le due rotte.
Che sia più o meno andata così è opinabile, fatto sta che, per secoli, le acque dell'Adige trovarono la via per impaludare vasti territori portando povertà ai contadini e grattacapi ai governanti.
Già di per sé queste terre tendevano, come del resto tutte quelle polesane, a coprirsi di paludi. Un documento del 1420 descrive due pezze di terra "vegre" (cioè incolte), vallive, spinose, inutili e di nessuna produzione in contrada Ronchi, fra Ramodipalo e Salvaterra. Un atto notarile del 1428 descrive pure una terra vegra, valliva, boscosa e inutile alla Francavilla di Badia.
Se i grandi proprietari terrieri, come gli Estensi e loro feudatari, non vedevano intaccati troppo i loro interessi da questa situazione precaria, ben più difficile era la vita dei concessionari minori: ad esempio Antonio Rocco di Ferrara e Taddeo Busti di Lendinara. Costoro "poveri serviduri i quali hanno gravi famiglie a sostenir" ottennero nel 1475 dodici “moggia” di terreno in zona Ronchi della valle di San Biagio, vicino allo scolo Valdentro.
La descrizione del luogo non è molto incoraggiante: “è una cossa selvaticha inuxitata sterile”, tant’è che il canone annuo fu pattuito in due fagiani! Quanto fosse il valore corrente della selvaggina non si sa; certo è che Bernardino Busti di Lendinara, per ottenere un canale seminterrato “verso Sancto Biasio et verso Salvaterra” doveva versare un canone di due pernici.
Torniamo ora al nostro campanaro. Per andare a trovare il suo collega di Canda eccolo percorrere in carro la strada che ancora oggi unisce questo paese con Ramodipalo. Al tempo era detta via d’Arquà, oggi si chiama via Dozza. Dozza è il termine che indica il sottopasso delle acque, in questo caso quelle del canale Valdentro. Il tratto rettilineo della strada fu costruito successivamente da Ulisse da Palestrina, amministratore locale dei beni demaniali della Repubblica Veneziana, secondo un documento del 1530. Secondo altre fonti tale via sarebbe da identificarsi con la romana “via antiquissima” o “via della Collona” che figura nel libro delle “Pertegazioni” dei terreni di San Biagio (Mischiatti 1991).
Là dove la strada incrocia il canale Valdentro e da dove si diparte sulla sinistra via Conta Treponti, il carro si ferma un attimo. Paludi si estendono sia a sinistra, sulla valle di San Biagio, che a destra, nella zona chiamata valle della Buora.
Nell’alto medioevo il crollo dell’impero e un peggioramento climatico resero più difficile la situazione idrografica. Si può però supporre che l’opera dei monaci dell’abbazia della Vangadizza abbia portato a un parziale miglioramento della zona. Salvaterra, nel cui territorio si trova la Valle, era una delle “Granze” dell’abbazia, cioè un centro periferico di raccolta delle rendite derivanti da decime e affitti.
Nei primi atti di donazione del monastero, del X secolo, troviamo riferimenti di un antico corso d’acqua, il Boalto, e ancora oggi a sud della Buora troviamo una strada a decorso sinuoso chiamata Boalto; si tratta del paleoalveo di quell’antico ramo del Tartaro.
Fiumi, canali, paludi: riassumere la storia idrografica della zona è complicato. Basterà ricordare gli editti per la preservazione degli argini dello scolo Valdentro (1723, 1726, 1803), la mappa del 1687 che rappresenta uno “scolador che non scola più” impedendo il deflusso delle acque da Salvaterra, la rotta del Canalbianco del 1776 che inondò Canda per sette mesi. Altre alluvioni si verificarono nel 1778, nel 1794 e ancora nel 1823; da ricordare a proposito la lapide inserita alla base del campanile di san Bellino con il livello raggiunto dalle acque.
Gli interventi per bonificare la zona, ripetuti da intere generazioni, alla fine hanno prevalso sulla tendenza naturale alla formazione di valli e paludi. Unico prezioso relitto di zona umida è ormai solo la Valle della Buora, isolata testimonianza di storia, di natura e tradizioni. Come la tradizione della raccolta del “carretto”, cioè del carice, usato per impagliare sedie. Decine di ragazze venivano un tempo riportate qui in camion da Migliadino San Fidenzio, dove era fiorente questo tipo di artigianato.
Ancora oggi il cariceto è assai esteso, e ciò è particolarmente interessante in quanto sono ormai poche le zone in Polesine dove è fiorente questo tipo di vegetazione.
Lasciamo via Dozza e inoltriamoci quindi nel relitto vallivo, seguendo l’argine sinistro del Valdentro, lungo cui crescono salici e pioppi; proprio un grosso pioppo vicino alla strada asfaltata indica il punto dal quale si può raggiungere la Buora. Altri salici sia bianchi che cinerei interrompono qua e là il cariceto. In alcune zone l'umidità del terreno è maggiore, come dimostra la crescita di canne e tife, chiamate anche mazze di tamburo o "sigari". Lungo i fossi fiorisce la salcerella e l'epilobio, mentre in acqua la ninfea apre i suoi splendidi fiori bianchi. Altre presenze interessanti sono la Vallisneria, il Polygonum Amphibium, e l'erba pesce.
Tra gli animali, ovviamente gli anfibi fanno da padroni nella zona umida, con la rana dalmatina, l'esculenta, il rospo smeraldino, quello comune, e la raganella. Lucertole e ramarri scorazzano lungo le sponde.
Tra gli uccelli troviamo i tipici abitanti del canneto e che dalla canna traggono spesso il nome. Ecco così la cannaiola, il canareccione, e poi l'usignolo di fiume e la gallinella d'acqua. Non mancano ovviamente fagiani, rondini, scricciole e allodole.
Questa ricchezza faunistica attira i predatori, sia quelli naturali (frequenti d'inverno la poiana e segnalata anche l'albanella reale) sia quelli con fucile a tracolla. Questi ultimi in passato hanno avuto anche la bella idea di costruire degli illegali appostamenti fissi, per poter far meglio strage anche in questo ambiente così delicato.
Fortunatamente da qualche tempo i soci del WWF, dopo aver "scoperto" la zona, hanno cominciato a controllarla, a studiarla e a valorizzarla, anche con la piantumazione di arbusti tipici.
Nella piatta campagna, ormai ridotta a un deserto di vita dalla moderna agricoltura, la Valle della Buora di Salvaterra rappresenta un'oasi importante anche se di minima estensione. La sua ricchezza sta nella storia che ci sa raccontare, e nella biodiversità che ci sa offrire.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Francesco Crestani. “Nella valle della Buora”. Ventaglio Novanta, n. 21, 2000. https://ventaglionovanta.it/archivio/nella-valle-della-buora/