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STORIA - TRADIZIONI

“O vent’anni o la morte”

A Stienta la repressione del brigantaggio fu un massacro di uomini, paragonabile solo ai caduti della Prima Guerra mondiale

di Michelangelo Caberletti

Ventaglio Novanta n. 57 2018 pp. 60–65

La brutale repressione del brigantaggio di metà Ottocento attuata dagli Austriaci nel Basso Veneto, è stata a lungo rimossa dalle pagine della storia patria, forse per non dover ammettere che lo stesso metodo era stato adottato anche dal nostro Governo per reprimere il banditismo post-unitario nell’Italia Meridionale. Sopite le remore patriottiche, da qualche anno il fenomeno del brigantaggio nella Bassa Padana è ritornato all’attenzione degli studiosi, prova ne sia che si moltiplicano le iniziative editoriali, l’ultima presentata a Rovigo lo scorso anno¹ e pure il Ventaglio pubblica spesso apprezzabili contributi di approfondimento su questo fenomeno che ha colpito anche il Polesine in modo drammatico.

Dalle ricerche pubblicate è emerso che i maggiori focolai del banditismo nostrano erano concentrati nei distretti rivieraschi del Po (“le genti lungo il Po sono proclivi alla rapina….”), probabilmente per la facilità con cui i ricercati potevano espatriare nel vicino Stato Pontificio e soprattutto per il fatto che vi era una certa correlazione tra l’intensità del banditismo e condizioni di povertà e sfruttamento legate alla presenza del latifondo nobiliare/borghese.

Tuttavia, non essendosi mai fatta una ripartizione dei condannati per comune di appartenenza, non erano emersi centri di particolare criticità del brigantaggio, ritenuto un fenomeno di natura spontanea, piuttosto diffuso nelle campagne fra la classe bracciantile esasperata dalla miseria. In tale generico contesto era stato compreso anche il caso di Stienta, per cui la gravità dei fatti era passata inosservata, nonostante abbia lasciato tradizioni popolari ancora vive (le imprese della cosiddetta banda dal trav) e una cattiva fama che ha a lungo caratterizzato questa comunità².

L’occasione per fare luce sul brigantaggio stientese si è presentata con la ricerca per il libro “Stienta paese di confine” voluto dall’Amministrazione Comunale³, in seguito alla quale si sono rinvenuti presso l’archivio parrocchiale gli atti di morte di una parte dei giustiziati con l’accusa di banditismo. Ricordo che nel periodo austriaco la parrocchia aveva funzioni di pubblica anagrafe, perciò le notifiche di morte venivano trasmesse al parroco, che ne compilava una scheda dettagliata, conservata nella sezione “atti di morte” del proprio archivio. L’indagine ha portato a scoprire, non senza una personale emozione (essendo stientese di nascita), la dimensione sconcertante della repressione austriaca: un vero e proprio massacro di uomini, numericamente paragonabile solo ai caduti della Prima Guerra mondiale, una ferita dolorosa mai rimarginata, che spiega i sentimenti di rabbia e ribellione covati nella comunità stientese per molti decenni a venire.

Ma veniamo ai dati.

Il Tribunale Statario di Este, in pratica una corte marziale istituita dagli Austriaci per reprimere il brigantaggio nella Bassa Padovana e in provincia di Rovigo (le due zone più turbolente del Lombardo Veneto) nei suoi quattro anni di attività (si era insediato a Este il 16 aprile 1850), aveva emesso circa 2500 sentenze, delle quali 1014 condanne a morte, pochissime assoluzioni, le rimanenti al carcere. Per atteggiamento collaborativo del condannato a morte (in pratica, la confessione del reato e i nomi dei complici), molte condanne capitali vennero tramutate in 20 anni di carcere duro, per cui le esecuzioni furono “solo” 414 (o 409 secondo altri conteggi), la maggior parte per fucilazione.

Ebbene, fra questi 414 sventurati, ben 43 erano di Stienta (oltre il 10% del totale), fucilati nel periodo 20 marzo – 18 giugno 1851, quando la commissione giudicante si era trasferita nel Polesine (vedi oltre). Di ciò ne abbiamo certezza, essendosi reperito l’atto di morte. Il numero potrebbe però essere parziale perché, secondo i memoriali del parroco di allora (e sui quali torneremo più avanti) vi sarebbero state nel corso dell’anno precedente (1850), almeno una trentina di esecuzioni di briganti stientesi nel cortile del carcere di Este, dei quali non fu inviata alla parrocchia la notificazione di morte, forse a causa dell’emergenza in cui operava inizialmente il Tribunale Statario.

Ma il conto non è ancora concluso perché si devono aggiungere altri 36 decessi nelle carceri di Rovigo, Padova e Capodistria per malattia (tubercolosi, tifo e terzana, le tre T dei carcerati), avvenuti negli anni tra il 1850 e il 1857. Ammonterebbe pertanto a circa 110 il totale delle vittime della repressione.

Si tratta di uomini, di età compresa tra i 20 e i 45 anni, 31 dei quali risultano sposati con figli, il che significa altrettante famiglie rimaste senza sostegno e senza affetti, un dramma nel dramma, che ha reso queste vicende ancor più dolorose per la comunità.

Nelle memorie autografe dell’arciprete di Stienta, don Francesco Cicogna, abbiamo un’altra fonte abbastanza attendibile sull’entità del brigantaggio locale e la durezza della repressione. Ricorda infatti l’arciprete nel suo resoconto a conclusione dell’anno 1850:

“Fu l’anno decorso [1850] infelice per questa parrocchia, perché vessata in principio dai ladri, i quali pressoché cotidianamente nelle case e sulle strade rapinavano le sostanze e rendevano mal sicura la persona. Senonché scossasi l’Autorità, furono arrestati circa cento individui che sospetti di furto giacciono ora nelle prigioni di Este a libito del Giudizio Statario ivi eletto…”.

In una successiva nota del marzo 1851, lo stesso arciprete ci dà un conteggio più preciso sul numero dei condannati e dei catturati in attesa di giudizio, tanto elevato al punto che egli stesso, seppure filo austriaco, ne prova meraviglia, ma non pietà: “La spada della Giustizia colpendo di severa pena i malfattori ha liberato dai ladri come le altre, così anche questa parrocchia. Senonché un gran numero di parrocchiani andò condannato, ché 34 furono fucilati e 43 condannati al carcere. Ma ancora sono 78 da giudicarsi…”.

Le 34 fucilazioni cui accenna il parroco sarebbero quelle avvenute prima del marzo 1851. A queste si devono aggiungere le 43 avvenute dopo tale data, il che porterebbe il totale dei fucilati a 77, vale a dire che nelle due provincie del Basso Veneto soggette al tribunale di Este un fucilato su cinque era di Stienta!

Riassumendo, secondo quanto riferito dall’arciprete, ben 155 cittadini di Stienta erano stati arrestati, circa la metà fucilati, l’altra metà condannata al carcere duro (dove ne morirà buona parte) e uno solo – c’informa ancora il parroco – venne assolto per insufficienza di prove: “Dé catturati per ordine dell’Imperial Regio Giudizio Statario infin ora uno solo venne licenziato da quella procedura per difetto di prove legali e questi fu Antonio Rovigatti detto Bua…”.

Con questi numeri Stienta e in particolare la frazione Zampine – secondo il Mazzucchi celebre per fama infame⁴- dimostra di essere il comune polesano a più alta concentrazione di briganti.

Per una macabra teatralità volta a terrorizzare le popolazioni, la commissione giudicante di Este dopo pochi mesi dal suo insediamento era divenuta itinerante e il 20 marzo 1851, proveniente da Piacenza d’Adige, si era insediata a Badia Polesine, quindi, una volta emesse le sentenze, si era trasferita a Castelmassa e via via, in altri comuni polesani, con lo scopo di eseguire i processi e le esecuzioni il più vicino possibile al luogo ove erano stati commessi i crimini. Per questo si trovano briganti di Stienta fucilati (la fucilazione veniva eseguita subito dopo la lettura della sentenza), a Badia Polesine (4), a Castelmassa (8), Ficarolo (1), Occhiobello (3), Fiesso (4), Gaiba (2), Bagnolo (1) e persino a Rovigo (4) e Crespino (5), oltre che a Stienta (11).

Questo è un indizio che le bande composte o capeggiate da stientesi operassero in buona parte dell’Alto e Medio Polesine e che Stienta fosse uno dei centri d’irradiazione del brigantaggio polesano. Un brigantaggio diffuso, narrano le cronache, soprattutto con la propaganda presso le osterie, divenute luogo di ritrovo e reclutamento per le azioni criminose. Del resto, le risposte del famoso bandito Pipon (Francesco Tenan da Guarda Veneta), all’interrogatorio del giudice Chimelli (magistrato inquirente del Tribunale Statario), dimostrano che i capibanda spesso non erano affatto rozzi criminali, ma personaggi con ideali egalitari e un progetto di giustizia sociale, che aveva facile presa sulla massa di contadini affamati e delusi dai provvedimenti dei governi.

Di fronte a questa realtà, perde credito l’ipotesi che il brigantaggio fosse esclusivamente un fenomeno delinquenziale, privo di coordinamento e di coscienza sociale; piuttosto, si è trattato di un tentativo maldestro di redistribuzione della ricchezza, da parte di un ceto bracciantile che inizia a muoversi autonomamente e sperimenta per la prima volta l’efficacia dell’azione collettiva.

Secondo le indagini di un altro parroco di Stienta, don Tarcisio Cappato, risalenti agli Anni Trenta del secolo scorso, l’organizzazione di questa ragnatela brigantesca sarebbe stata gestita da una società segreta, denominata la Mano Nera con sede nella frazione di Zampine, i cui affiliati “scrivono sopra una pagina il loro nome con sangue che devono far zampillare dalla mano destra…”. Che ciò sia vero o falso non lo sapremo mai, perché Stienta è un paese dove i segreti non vengono svelati. Risalta comunque la crudezza del rituale, pari al carattere di questa gente.

Crudezza che aveva meravigliato anche il presidente del Tribunale Statario, capitano Alexander Plaffemberg, quando si trovò di fronte all’atteggiamento sprezzante, “imperterrito” dei briganti di Stienta e dei loro famigliari, per nulla intimoriti dalla prospettiva della fucilazione⁵. Qui la giuria militare si era stabilita agli inizi d’aprile 1851, presso il palazzo di corte Martinella, messo a disposizione dal ricco Silvestro Camerini, le cui proprietà (assieme a quelle del fratello Cristoforo), erano state uno dei bersagli preferiti dai briganti.

Si narra che sulla porta d’ingresso della sala ove si teneva il giudizio, vi fosse appesa la minacciosa scritta: “Qui si entra e c’è la sorte, o vent’anni o la morte” in riferimento ai due tipi di pena comminati dal tribunale. Le esecuzioni venivano effettuate nel “luogo del supplizio”, forse davanti a un tratto di muro di cinta della corte, spesso alla presenza dei famigliari, che dovevano sostenere, oltre alle spese di sepoltura, anche il costo del piombo e della polvere utilizzati per la fucilazione.

Com’è noto, la spietata repressione porterà alla tragica fine del brigantaggio contadino, ma il sacrificio di tante vite non sarà inutile. L’esperienza acquisita in questo primo tentativo di riscatto dalla miseria, farà comprendere alla classe bracciantile che le rivendicazioni per quanto giuste, se fatte in modo violento, portano a reazioni altrettanto violente da parte dell’autorità pubblica. Per questo, la strategia di lotta nei decenni successivi sarà ricondotta, per quanto possibile, entro i limiti della legalità: non più assalti e rapine, ma grandi scioperi, manifestazioni e comizi di piazza, leghe contadine, società operaie di mutuo soccorso, ecc.

Come ricorda nella sua Cronaca il Mazzucchi, anche in queste iniziative gli elementi di Stienta erano i più numerosi e i più attivi e sempre pronti, quando il caso lo richiedesse, a randellare i crumiri, a dar fuoco ai pagliai o tagliare le viti dell’odiato padrone. La strategia di lotta era cambiata, ma non per gli stientesi, nei quali il doloroso ricordo della violenza subita, manterrà gli animi infuocati ancora a lungo.

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Come citare questo articolo

Michelangelo Caberletti. ““O vent’anni o la morte””. Ventaglio Novanta, n. 57, 2018. https://ventaglionovanta.it/archivio/o-ventanni-o-la-morte/

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