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NARRATIVA

Oltre le Colonne d’Ercole

di Mario Zennaro

Ventaglio Novanta n. 6 1992 pp. 121–130

L’Uomo aveva da sempre avuto con il mare un rapporto insolito. Sosteneva l’amico Pietro, scusandosi per il gioco di parole, che, più che insolito, stranissimo sarebbe stato definirlo normale, ma normalissimo strano.

Vero era che le parti tra l’Uomo ed il mare si erano distribuite in un certo modo. Egli sosteneva che era una condizione che gli nasceva da dentro, contro la quale non poteva lottare se non distruggendo sè stesso. Od il mare.

Così l’Uomo, quando il mare era lontano, lo desiderava, lo sognava e, proprio come succede negli amori a distanza, finiva per accentuarne ed esaltarne i particolari e l’insieme, sino a farne una creatura da sogno, anzi il sogno.

Così pure, di notte, nella solitudine del buio, gli piaceva pensarlo, immaginare di accarezzarlo e sentirne gli umori e gli odori che teneva tutti ben stretti dentro di sè, protetti dai suoi preziosi complici, il buio appunto, e la solitudine. E quando veniva il sospirato giorno della partenza per il mare, passava la notte nel dormiveglia, sognando il fatidico momento dell’incontro, dopo un viaggio che sempre gli sembrava interminabile.

Finalmente, e si sentiva il cuore in gola, l’impatto.

Appena possibile doveva incominciare accarezzando l’acqua, seguendo le curve delle onde, a cercarne con le dita le sinuosità, le sporgenze e gli anfratti più nascosti e segreti, per poi finalmente abbandonarsi al desiderio incontenibile di entrare con tutto sè stesso in quel corpo, tuffandosi con piacere carnale e penetrando sempre più in fondo per goderne gli abissi inesplorati e gustarne gli umori più intimi.

Alla fine, esausto, il salmastro sul corpo e le alghe e la sabbia sulla pelle, ansante, si ritirava abbandonandosi bocconi sul bagnasciuga, pago.

A questo pensava l’Uomo, notando la primavera ormai incipiente scoppiare dalle gemme degli arbusti e volare col profumo dell’aria; da questo una sola decisione: per l’indomani era fissata la partenza per il mare.

Si sarebbe fatto accompagnare, come al solito, dal suo amico Pietro, che ancora non aveva avvertito del suo programma. Ma l’Uomo sapeva che sicuramente il suo amico lo avrebbe atteso sul sedile dell’auto al suo fianco, unendosi a lui di buon grado.

Come pure sapeva che l’amico Pietro non condivideva la sua concezione del mare, ed il tipo di rapporto che lui aveva con questo.

Pietro era un tipo pratico, essenzialmente razionale; con i piedi per terra, per dirlo con le sue parole.

A suo avviso il mare era unicamente, e nulla di più, un grosso catino di acqua salata, che prendeva il colore, soltanto per una legge fisica, dal cielo che gli stava sopra, e si specchiava su di lui.

Non era che il mare, incostante e capriccioso come una fanciulla, ogni tanto cambiasse di umore, mutando gradatamente, a volte, od all’improvviso, le mille tonalità del suo colore, gonfiandosi, ribollendo e spumeggiando.

Questi dovevano considerarsi puramente fenomeni fisici. Il resto, le fantasie, erano balle, che potevano passare unicamente per la testa dell’amico.

Questo all’Uomo non andava proprio.

D’altra parte non gli spiaceva l’idea di potersi specchiare a suo piacere nel suo amico, avendo sempre di sè un’immagine, quale risultava dalla reazione di Pietro. Che poi quest’ultima fosse la sua vera immagine, poco gli importava.

O non è forse vero che ognuno di noi ha di sè l’immagine che lo specchio gli rimanda? E chi di noi si mette a dubitare di questa immagine? O dello specchio? Pietro era il suo specchio o, se vogliamo, la sua bilancia, od il suo termometro, o che altra diavoleria si voglia.

Che poi, infine, Pietro non condividesse le sue idee sul mare, perché ovviamente del mare aveva l’immagine che a lui davano i suoi occhi, diversa naturalmente da quella che risultava all’amico, ebbene, questo gli andava benissimo. In questo modo il mare restava tutto suo, non lo doveva dividere con l’amico Pietro, di cui altrimenti sarebbe stato gelosissimo. Ma la gelosia è nemica dell’amicizia.

E per l’Uomo l’amicizia di Pietro era importante, anzi necessaria.

Con l’alternarsi di queste riflessioni si era fatta l’alba, che doveva far nascere il giorno atteso.

L’Uomo si alzò dal letto, raccolse le cose necessarie, e scese sulla strada.

Pietro, il grosso coltello a serramanico, come previsto, lo attendeva sul sedile dell’auto, non meravigliandosi per l’ora così mattutina scelta per la partenza.

Gli era arcinota l’impazienza dell’Uomo e la fretta di giungere alla meta. Non la giustificava, come non comprendeva il continuo bisogno di travisare la realtà, quasi a renderla più accettabile, operazione che all’Uomo era continuamente necessario fare.

Per realtà, sia subito detto, intendeva ovviamente quella che risultava evidente ai suoi occhi, e non a quelli degli altri; ma in questo c’era molto da discutere.

Questo quanto passava per la testa di Pietro che, comodamente adagiato sul sedile dell’auto, si apprestava a godersi, a modo suo, la gita al mare appena iniziata. I due amici stavano appunto percorrendo quei settanta chilometri che li dividevano dalla mèta.

Li attendeva un porticciolo nella laguna del delta del grande fiume. Vi avrebbero trovato la loro barca, un piccolo natante a vela, non troppo grande per dare dei problemi di manutenzione, nè troppo piccolo per non garantire la necessaria sicurezza nel grembo del mare, non sempre materno con i suoi ospiti.

Durante il viaggio, come al solito, l’Uomo ricordava all’amico Pietro le numerose altre volte in cui si erano trovati a fare lo stesso viaggio, con la stessa mèta, e come erano andate le cose in quella determinata occasione, e che cosa era successo in quell’altra; come si sarebbero potute svolgere le cose agendo in quel particolare modo, anziché in quell’altro, come era stato, e così via.

Erano tutte storie di mare, di vele strappate dall’Orza prepotente, di alberi divelti dalla barca, di bonacce interminabili, di ore trascorse nella solitudine e nel silenzio di un mare piatto ed inerte, con la sola compagnia dell’urlo dei gabbiani. Ricordi, fantasie, fantasticherie, sforzi inutili per riportare a galla fatti ormai consegnati dal tempo al passato, per questo quindi cancellati definitivamente dalla realtà.

Infatti per Pietro questa era la verità. L’attimo fuggevole, ma vivo proprio per la sua presenza si potrebbe dire ancora calda, per la sua attualità, era l’unica realtà. L’attimo che si può piegare, forgiare all’istante, l’attimo che si può pilotare con la volontà di chi lo vive, la vita infine che scorre attimo per attimo sono l’unica realtà, mentre il passato, od il futuro, sono termini astratti per indicare cose inesistenti, o vive unicamente nella fantasia di chi le ha concepite.

Ma l’Uomo non tollerava questo.

Per lui, l’unica realtà degna di considerarsi tale, è proprio il passato; infatti solo il passato è formato di fatti realmente accaduti, di cui si è totalmente certi della loro realtà che si rende necessario consegnarli al ricordo. Del resto la storia che cos’è, se non la testimonianza, la presa di coscienza di fatti che di certo si sono verificati e compiuti, e che, per questo, vengono tramandati ai posteri? Che se poi l’Amico Pietro, per la sua miopia, riusciva a vedere solo le cose vicine e davanti a lui, seppure con i contorni sfumati, a causa proprio della loro provvisorietà ed incompiutezza, e non vedeva quelle già interamente compiute e più certe, anche se più lontane, ebbene, questo dipendeva unicamente dal fatto che l’Uomo e Pietro vivevano in due mondi tra loro talmente diversi da rendere le loro opinioni assolutamente inconciliabili.

Sicuramente, l’unica cosa che stava vedendo chiaramente in questo momento, erano le sbarre di un passaggio a livello che, calate, avevano temporaneamente interrotto il viaggio e la piacevole conversazione dei due amici.

Si trovavano in quel momento fermi in quella zona che fa da cuscinetto tra la pianura e la laguna.

Era il tipico paesaggio dalle caratteristiche intermedie tra il verde dei campi ed il blu del mare. In questa zona si ha la sensazione che il territorio sembri presagire il suo imminente trasformarsi in palude. La vegetazione si fa sempre più rada, gli alberi lasciano il posto ai canneti. Il terreno diviene sabbioso, la strada diventa un monotono rettilineo, quasi ad indicare la progressiva mancanza dell’uomo; contemporaneamente spariscono gli uccelli terrestri, per lasciare lo spazio ai gabbiani, alle rondini di mare ed alle anatre selvatiche.

L’Uomo si sentiva eccitato da questi avvertimenti dell’avvicinarsi del mare. E così, di buon grado, aveva salutato quel treno che, con il suo passaggio, gli aveva dato via libera. Eccoci al porticciolo, e sulla barca scivolare silenziosamente sulla laguna, dopo aver issato le vele.

Ogni volta l’Uomo si sentiva affascinato da quella natura che non gli riusciva a definire altrimenti se non con la strana etichetta di “ambigua”. Se lo era chiesto molte volte a casa, o nel suo giardino, o nella oscurità del suo letto, quanto fosse fuori luogo definire col vago termine “ambiguo” quella distesa di acqua salmastra, appena interrotta da sottili lingue di sabbia, gli scanni, e da isolotti ricoperti di canne, ove unico segno di vita erano i voli tristi dei gabbiani, con le loro meste strida, o qualche improvviso salto dall’acqua di un pesce, sicuramente scontento di vivere in quelle acque abbandonate da tutti. Ma proprio per questo si doveva definire “ambigua”. Per quel suo non essere più terra, che pure era lì, sotto a meno di un metro dal pelo dell’acqua, e che l’acqua nascondeva per pudore, o per vergogna; e per non essere ancora mare che, pur intravvedendosi in lontananza oltre il varco tra gli scanni, era tuttavia ancora lontano.

La barca per l’appunto verso quel varco procedeva, lasciandosi dietro la terra ferma, gli isolotti ed i canneti.

Dopo il varco, infine, il mare, ora non più un miraggio.

Enorme, infinito, immenso mare, si chiedeva l’Uomo, dove vive la tua anima? Nel fondo dei tuoi neri abissi, nascosta, o, senza mistero, palese sulla trasparente superficie?

Quasi certamente, si rispondeva, non una, ma due devono essere le tue anime: una dolce, benigna, disponibile a cullare i naviganti che nel mare trovano una facile via; l’altra infida e nemica all’uomo, pronta a scatenare dalle profondità la sua ira per dividere le due sponde.

Chiedeva anche a sè stesso la ragione di questo turbamento alla sua vista.

Certamente lo atterriva il mistero, ma lo attraeva la promessa di avventura.

O di morte.

Sicuramente lo eccitava il sogno, realizzato, di trovarsi a contatto con l’infinitamente grande.

Affatto eccitato Pietro, data la timida stagione primaverile e le temperature dell’aria e dell’acqua ancora rigide, aveva intuito che questa volta il solito rituale del bagno in mare da parte dell’Uomo, non sarebbe avvenuto; stava quindi pensando che un po’ di castità a volte non nuoce.

Tutto solo, alla ricerca di una certa tranquillità, che in quel momento non gli sembrava molto garantita, stava scrutando preoccupato le onde ed il cielo.

Quel grigiore che, lentamente, si faceva sempre più cupo, sulla linea dell’orizzonte verso nord, non lo rassicurava affatto. Sapeva infatti, per esperienza, che, in quella zona di mare, il maltempo da nord era certamente da temersi.

Questo Pietro aveva fatto notare all’amico, palesandogli la sua preoccupazione.

Ma l’Uomo continuava a scrutare l’orizzonte verso il punto cardinale opposto, avido di gustare lo scenario che fra poco, con l’aiuto dell’Orza sempre più gagliarda che faceva volare l’imbarcazione, si sarebbe presentato alla sua vista.

Erano infatti da poco superati gli isolotti di Pellestrina e Malamocco.

Il maltempo, intanto, velocemente si stava avvicinando. Il vento aumentava di molto la sua forza, ed il mare incominciava a mugghiare. Era tempo di preoccuparsi della situazione e di pensare al da farsi.

Di questo incominciava a convincersi anche l’Uomo. Aveva anzi deciso che era giunta l’ora di agire.

Anche perché le onde, sempre più minacciose, lasciavano sprofondare la barca nella sella dei marosi, per poi rilanciarla in alto, sulla cresta.

Ma fu proprio in uno di questi momenti, in cui dall’alto meglio si poteva dominare, che l’Uomo ebbe la tanto attesa visione.

Lontana, a stento uscente dalla cresta dei flutti, sui quali galleggiavano i gabbiani, stava uscendo, nitida ed incredibile, la punta di un campanile.

Poi la barca veniva risucchiata dal fondo, e la visione scompariva. Col nuovo balzo verso l’alto si aggiungevano tetti di case, ed ancora il nulla. Poi, ponti e calli. Ancora, dopo il buio, campielli, palazzi, canali e chiese apparivano e scomparivano ritmicamente.

Il tutto, galleggiando assieme ai gabbiani, era immerso in un unico elemento indistinto, ora spumeggiante e salmastro, ora aereo e carico di nubi. Era questo elemento che lo sorreggeva dal basso, lo sosteneva dall’alto, e che in un attimo lo ingoiava, per vomitarlo, subito dopo, grondante.

Ora, da un improvviso squarcio del cielo, come da una ferita, sgorgava a fiotti l’azzurro, che subito andava a confondersi con quello del mare. Quest’ultimo rovesciava alternativamente ondate di un blu cupo e marosi argentati o lividi di schiume giallognole.

Giaceva, di fronte all’Uomo, Venezia, con il sogno delle sue chiese nascenti dalla acque, con l’irreale sua realtà di strade liquide e piazze circondate dalle onde.

Fremeva Venezia, folle per la sua folle ubicazione marina, ma presente e certa, e viva.

Anche se imprigionata dai suoi elementi. L’Uomo sentiva che la barra del timone con prepotenza gli imponeva di stringerla per continuare la lotta da poco ingaggiata.

Ma con pari prepotenza gli esplodeva dentro il bisogno di lasciare la presa e di uscire da quel frangente, che tentava di sradicarlo dai suoi pensieri.

Immaginava di vagare libero, per quelle calli ora libere, in una città libera.

Libera da un cielo e da un mare che avevano cessato di stringerla e soffocarla. Libera come gli uccelli e le nubi dei suoi spazi. Libera come lo erano stati i suoi figli, volati per gli oceani.

Libera, come libera era nata persino dalle regole dell’ingegneria, che l’avrebbero voluta fissata ad un solido terreno, e non ad una melmosa laguna, come era in effetti.

Libera oltre il consentito, oltre i limiti voluti dalla ragione e dalle forze della natura. Questa la libertà che l’Uomo sognava.

E non unicamente per Venezia.

Il folle sogno si era impadronito dell’Uomo. Ma non di Pietro.

Questi, se ne avesse avuto il tempo, volentieri avrebbe fatto notare all’amico che, certamente, era parto di una fantasia malata una città di case, chiese e ponti nel bel mezzo di una melmosa laguna. Ma non era questo il momento di perdersi in tali oziose constatazioni.

Ora era necessario mettersi in salvo.

La tramontana era ulteriormente aumentata di forza, come pure le onde, che erano diventate veri e propri muri da superare restando a galla.

Alla fine, insperatamente, l’Uomo si distolse dalla sua meditazione, si guardò attorno e decise di agire.

Una rapida virata, e la barca si trovò a percorrere a ritroso il tratto di mare che la divideva dalle acque sicure.

La barca stava letteralmente volando sull’acqua e la sua eccessiva velocità stava rendendo estremamente difficoltosa la guida. Un nulla, un’onda di traverso o troppo alta, potevano provocare la tragedia.

Questo perché l’Orza aveva eccessivamente aumentato la sua forza e, diciamo pure, pensava l’Uomo, la sua tracotanza.

Orza, meditava l’Uomo, non semplicemente vento. Un nome misterioso che incuteva timore, e venerazione. Un nome di femmina, inoltre.

Senza dubbio, dandole questo nome, i naviganti avevano pensato all’incostanza di un’adolescente, all’imprevedibilità di una fanciulla, ai subitanei capricci di una giovane donna, al talamo impetuoso e travolgente di un’amante.

O non era forse vero che al mattino l’Orza li aveva accolti benigna tra le sue braccia?

Una brezza sostenuta subito aveva sorretto la barca nel suo veloce cammino.

Aumentando poi di intensità aveva trasformato le bianche vele in due turgidi seni di vergine.

Dopodiché, nel volgere di brevi attimi, come una femmina, aveva smesso di concedersi al nauta, per negarsi a lui divenuta un furibondo vortice.

Il perché di questo subito voltafaccia, si chiedeva l’uomo, ed il senso. Se esistevano.

Lascia perdere l’Orza, urlava Pietro. Questa è semplicemente la tramontana che si è ulteriormente rafforzata. Con lei sta trascinando la burrasca. Se non vogliamo lasciarci la pelle, si pensi al genova¹.

Finalmente obbedendo all’istinto di conservazione l’Uomo, legatosi una cima alla cintola, si proiettava con un balzo verso la prua. A fatica raggiuntala, lottando con le onde che lo sferzavano, riusciva ad ammainare il grosso genova, issando al suo posto la tormentina².

Il risultato fu subito evidente.

Ora la barca, dopo l’eccessivo sbandamento, aveva ripreso il suo assetto normale, continuando la sua andatura ancora molto veloce, ma più sicura.

Però l’uragano si stava avvicinando, anzi incombeva sulla barca. Era l’inizio del diluvio. La pioggia batteva sul volto e sul corpo dell’Uomo, si abbatteva sulla tolda e sui fianchi della barca e, come scendeva dal cielo, si univa alle onde diventando una sola cosa. Sì che a volte si poteva anche pensare, e l’Uomo era di questo avviso, che fosse il mare a salire al cielo ed a fondersi con lui. Ora le onde, provocate dal vento, con lui si accoppiavano; le vele entravano nell’Orza, l’Orza nelle vele. La barca, alzandosi ed abbassandosi, entrava ed usciva dall’acqua, che ora le era sotto, ora sopra. Il tutto si stava fondendo in un’unica grande massa.

Da questa, urlava l’Uomo, l’enorme possanza della natura uscirà trionfante.

Sarà questa enorme possanza, rispondeva Pietro, a schiacciarmi, dopo che le acque si saranno chiuse su di me. Il coltello ora, che in questa iradiddio non si era perduto nelle inutili considerazioni dell’Uomo, stava con lo sguardo interrogando l’orizzonte; al fine per primo intravvedeva la salvezza.

Il varco, il sognato varco, porta di entrata della sicura laguna, si lasciava vedere in lontananza. Un ultimo sforzo, sotto l’infuriare della pioggia che, incessante, martellava ovunque, e la barca riusciva a guadagnare le acque calme. Con una rapida virata l’uomo entrava in una piccola baia dietro allo scanno che lasciava dall’altra parte il mare aperto. Sciolte le vele, mandava la prua ad arenarsi. In un attimo si era passati dalla furia alla quiete. Esausto l’Uomo si era abbandonato, supino, sul fondo della barca. Da quella posizione stava notando che, su in alto, le nuvole stavano rapidamente lasciando posto al sereno.

Intanto la pioggia era cessata. Stava inoltre osservando, l’Uomo, un gruppo di gabbiani che avevano iniziato a roteare attorno all’albero della barca. Pensava: la credenza popolare recita che le anime dei marinai morti in mare si impossessino, entrando in essi, dei gabbiani, per poter continuare a sorvolare quel mare che, vivi, li vide vivere, ed ora, morti, funge loro da sepolcro. Ma era proprio un gabbiano, vivo, ad interrompere sul nascere le sue meditazioni.

Veloce, l’uccello, con una improvvisa picchiata si era tuffato a pochi metri dalla barca, per riemergere con un piccolo cefalo stretto nel becco. Successivamente era andato a posarsi a prua, incominciando tranquillamente il suo pasto.

Incredulo, l’Uomo si asteneva da qualsiasi movimento per non interrompere la scena.

E, come il gabbiano con soddisfazione gustava il suo cefalo, altrettanto avidamente l’Uomo divorava quell’attimo di quiete che gli veniva offerto.

Cercava l’Orza, ora non più furente, a ridosso di un cumulo di nubi, ormai cacciate lontane, ai margini di un cielo saturo di azzurro.

La immaginava abbandonata sul bagnasciuga mentre, ancora ansante per la furia scatenata, tranquilla godeva quei primi attimi di pace.

La vedeva inseguire il volo dei gabbiani sù, in alto, a dominare l’orizzonte.

L’Orza non se ne era andata. L’Uomo ne sentiva la presenza quanto prima, quando ne sentiva l’urlo.

Come nella bufera da lei si sentiva sferzare le membra, ora, da lei più benigna, riceveva carezze al volto. L’Orza era accanto a lui, finalmente amica, ed immobile.

Come immobile era tutto attorno a lui, così l’Uomo avvertiva che in quel meraviglioso istante anche il tempo si era fermato.

Senza peso galleggiava sopra questo attimo interminabile di infinito ed eterno.

Suoi compagni l’Orza, ora placata, il tempo, ora arrestatosi, il mare ed il cielo, ora tranquilli.

Si inebriava constatando possibile l’impossibile. Vedeva sè stesso completamente annullato nel creato, fuso in quegli elementi che erano entrati in lui, e lui in loro.

Delirava respirando il profumo dell’irreale. Come era entrato con sè stesso a far parte del tutto, contemporaneamente, come il tutto, era uscito dal tempo.

Per entrare nel senza tempo, nell’eterno. Dove non c’è un inizio, non una fine.

Non la Morte.

A strapparlo crudelmente dal suo eden era la semplice constatazione dell’amico Pietro, cui non era sfuggito l’intermezzo gastronomico del gabbiano: dopo il pericolo scampato, ritornava la vita, con le sue necessità, quindi, con la sua normalità.

Ma qualcosa stava cambiando in lui.

Si accorgeva di invidiare all’Uomo quegli istanti di felicità che gli derivavano dal vivere in un mondo a lui proibito.

Capiva quanto fosse insensato negare una realtà che sempre più gli era vicina.

Così era infatti: l’Uomo viveva in un mondo dove anche gli elementi della natura avevano un’anima, con la quale si poteva comunicare.

Un mondo siffatto, se esisteva, non doveva essere respinto. Questo Pietro aveva fatto sinora.

Perché continuare?

Poi, improvvisamente, ribellandosi a questo pensiero che gli sembrava il frutto della recente emozione per lo scampato pericolo, a voce alta esclamava: buon appetito all’anima del marinaio!

Ma il sarcasmo non bastava a distoglierlo dal dubbio, nel quale subito ripiombava. Era necessario continuare a vivere nella sua realtà, così angusta e limitata, o non era forse meglio avvicinarsi a quella dell’Uomo, dove si poteva spaziare più liberamente? Come arrivare a questo?

Una chiave doveva esistere per poter entrare in quel mondo fuori del tempo.

Forse proprio il suo amico possedeva quella chiave. Continuando i suoi pensieri interrogava l’Uomo: come puoi dare un’anima agli elementi naturali che sono privi di spirito, alle cose che sono unicamente materia? Ai gabbiani?

Come un vate, dall’alto del suo mondo, l’Uomo in risposta: col nome di “cose” tu intendi le piante, gli animali, le forze della natura. Questi sono elementi eterni di cui si vanta il creato.

Solamente io, e tu, piccoli esseri fragili, schiavi del tempo, della morte, solamente noi dovremmo avere il dono di un’intelligenza e di un’anima?

Di questi dovremmo privare quegli elementi più forti di noi, perché eterni?

Dovremmo anche privare noi stessi della gioia di dialogare con loro?

Un’antica leggenda racconta come il dio Ercole nello stretto di Gibilterra avesse posto l’estremo limite, oltre il quale l’uomo non doveva spingersi con l’azione, o con la conoscenza.

Analogamente tu hai posto un limite al tuo mondo, oltre il quale non osi spingerti.

Vieni con me, varcheremo assieme quel limite.

Anche l’Uomo, da parte sua, ora capiva che gli mancava, in quel suo mondo, la presenza dell’amico Pietro, con la sua positività, con la sua stretta logica, con il suo realismo.

L’Uomo, fuso con l’amico Pietro, avrebbe potuto realizzare un nuovo essere, finalmente più completo, perfetto.

Vieni con me, continuava, ti farò sentire “le cose” parlare tra di loro, e con noi.

Le vedrai muoversi, agire, arrestarsi, insomma vivere come gli altri esseri viventi e pensanti.

Vieni.

Ti porterò a sentire le nuvole dialogare col vento. Udrai i sospiri dei marinai uscire dal becco dei gabbiani.

Vieni.

Oltre il mare, sui campi a primavera spierai il fiore del mandorlo mentre schiude le sue labbra tumide all’ape che lo penetra e feconda.

Vieni.

Al nascere del giorno plaudirai l’allodola mentre corteggia la luminosa aurora.

Vieni.

Sentirai la rugiada scambiare parole d’amore con la rosa.

Vieni.

Vedrai come la viola di campo amoreggia con la brezza del mattino.

Ma i miei occhi non vedono, ribatteva Pietro, ed i miei orecchi non sentono come i tuoi.

Io, l’Uomo di rimando, te li cederò. Con gli stessi vedremo ed udremo assieme. Saremo un solo essere.

Subito l’Uomo incominciava a pensare al modo con cui si sarebbe potuto arrivare a questo.

E subito lo trovava. Ma quel modo lo atterriva. Però con pari forza lo attraeva.

Lo stesso era per Pietro. Esisteva un solo modo, quel modo, per raggiungere la meta. Ma non osava chiedere tanto all’amico. Ora però i due erano certi di pensare alla stessa cosa.

Quel modo, avevano anzi deciso di usare.

Con uno sguardo di intesa al bagliore della lama di Pietro, ed un consenso da parte di quest’ultima, l’Uomo si precipitava su Pietro e, con un rapido movimento, introduceva la lama nel suo petto.

L’Uomo si irrigidiva, poi di schianto rovinava sul fondo della barca.

Nel suo corpo un tumulto.

Fantasticherie, sogni e realtà, illussioni e crudele verità ribollivano, si rincorrevano, si fondevano e confondevano.

Un ultimo sussulto.

Poi la fine.

Poi l’inizio.

Da quel corpo umano e da quel coltello ormai inerti era nato l’Uomo Pietro.

Subito ne usciva, libero, proiettato vertiginosamente in alto dall’Orza, immerso nell’azzurro del cielo e confuso con il volo delle nuvole, con il guizzo delle rondini di mare, e rincorso dai gabbiani.

Da quell’altezza, signore, con un sol colpo d’occhio poteva far suoi la laguna, i canneti e gli scanni; odorarne il salmastro che la stessa Orza portava in alto, dopo aver scosso le canne ed agitato le onde.

Poteva spaziare rincorrendo i libecci, le tramontane, gli alisei ed i maestrali, figli dell’Orza; per poi tuffarsi negli abissi marini e riuscirne ricoperto di alghe.

Infine si perdeva nell’azzurro totale di quel cielo e quel mare ormai suoi per sempre.

Ora l’Uomo Pietro poteva incominciare il suo viaggio oltre le Colonne d’Ercole.

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Come citare questo articolo

Mario Zennaro. “Oltre le Colonne d’Ercole”. Ventaglio Novanta, n. 6, 1992. https://ventaglionovanta.it/archivio/oltre-le-colonne-dercole/

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