“La Mesopotamia d’Italia”. Alla nostra provincia, racchiusa tra i due grandi fiumi, il Po e l’Adige, ben si addice questa definizione. La similitudine con un’altra zona del pianeta porta inoltre questo territorio ad assumere anche il nome di “Olanda italiana”: come nei Paesi Bassi infatti una buona porzione della superficie polesana si trova sotto il livello del mare.
La storia del Polesine si intreccia pertanto intimamente con l’elemento liquido, visto di volta in volta come amico o nemico. E la tragedia delle alluvioni ha costituito per secoli un triste retaggio, per cui l’uomo si è trovato troppo spesso a lottare contro forze immani e a riprendere da capo il suo paziente lavoro di delimitare e incanalare le acque, alzando argini e scavando scoli. Impegno questo che ai nostri giorni, grazie a tecnologie e mezzi più adeguati e potenti, ha consentito al Polesine di raggiungere una sicurezza idraulica un tempo impensabile, strappando inoltre terre alle paludi, a vantaggio dell’agricoltura e degli insediamenti, e sconfiggendo definitivamente il secolare flagello della malaria.
Se questi ultimi interventi hanno portato ad un sicuro miglioramento delle condizioni igieniche ed economiche degli abitanti del basso Polesine, è però altrettanto vero che la lotta senza quartiere contro le aree palustri ha cancellato alcuni interessanti biotipi, dalle caratteristiche uniche in Italia.
Di qui l’originarsi di una protesta contro la progressiva cancellazione delle zone umide e la richiesta dell’istituzione del Parco del Delta avanzata dalle associazioni ambientalistiche fin dagli anni settanta. A questa voce si sono uniti in più occasioni anche i vallicoltori, sottolineando la necessità di preservare le valli deltizie come importante fonte di reddito nel settore della pesca.
I valori della salvaguardia ambientale hanno fatto dunque progressivamente proseliti anche in Polesine, ma non sono ancora divenuti patrimonio collettivo, se è vero che troppo spesso vengono accantonati in vista di ricorrenti ipotesi di macroindustrializzazione, che si spingono in qualche caso a teorizzare per il basso Polesine perfino insediamenti che ricordano Marghera.
Non è certamente questa la vocazione della “terra dei grandi fiumi” per la quale il prossimo decennio rappresenterà certamente la pietra miliare della sua storia futura. Occorrono decisioni coraggiose, non più rinviabili, perché terra ed acque trovino il loro abbraccio più armonico, a reale vantaggio della collettività.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Parco del Delta: è tempo di decisioni”. Ventaglio Novanta, n. 2, 1990. https://ventaglionovanta.it/archivio/parco-del-delta-e-tempo-di-decisioni/