Co te rivi sul ponte de Castelo, varda in zò quela casa un fià veciota, che ga davanti un toco d’orteselo, co qualche fior ch’al sole se biscota.
Anche s’è lugio e ’l caldo te sassina, sta pur sicuro ca ghe lì un ometo – capel de pagia, ciara giachetina – drio curar le so piante, chieto, chieto.
L’è Pio Mazzucchi quel vecieto bianco. Otant’ani o de più; ma cossa importa, co se vive vezini al Canalbianco, da l’aqua lenta che la pare morta?
Cossa xeli otant’ani, se de pase se se impenisse l’anema e i polmoni, e se i amizi soli che te piase j’è quatro libri, ma de queli boni?
La composizione poetica è stata scritta da Giuseppe Marchiori, letterato e critico d’arte tra i più valenti del ’900.
“Pio Mazzucchi, quel giorno, l’ho visto così, dall’alto dell’argine del Canalbianco. A dire il vero, – continua lo scritto del Marchiori – per primo lo vide Nando Palmieri, ch’io accompagnavo in tal pellegrinaggio all’eremo di Castelguglielmo. Né Palmieri, né io conoscevamo “sior” Pio di persona; pure, quando vedemmo una vecchia casa, con un piccolo orto davanti, una casa tranquilla e silenziosa, dormente al sol d’agosto, e lì, fra il verde dell’orticello-giardino, un vecchio intento a potar pianticelle: “Quella è la casa e quegli è Pio”, dicemmo con mirabile accordo. E mai, come in quella fiata, fummo tanto indovini”.
Sempre Giuseppe Marchiori così ancora scrisse di Pio Mazzucchi: “Pochi hanno saputo, come Pio Mazzucchi, penetrare l’anima del contadino, attraverso le parole e le leggende; pochi hanno dedicato tutta la loro vita ad uno studio minuto da orafo o da certosino, per raccogliere le meravigliose gemme del linguaggio vivo e incastonarle nelle pagine di certi volumetti nitidi, precisi ed acuti”.
Parole che ben sintetizzano il lavoro incessante, gli studi e le accurate ricerche storiche e linguistiche di Pio Mazzucchi; tutta una vita trascorsa nel suo paese, Castelguglielmo, tra la sua gente, i suoi libri, le sue collezioni.
Nei suoi volumi egli descrisse la gente della sua terra, le usanze ed i costumi dei contadini, il loro dialetto, i proverbi e le tradizioni di questa zona.
Le “Memorie storiche di Castelguglielmo”, pubblicate nel 1903, sono una ricca descrizione degli avvenimenti dalle origini alla fine del 1800. Seguito “Cronaca”, una serie di fitte annotazioni in cui l’autore descrisse minuziosamente i primi trent’anni di questo secolo, visti da Castelguglielmo e valutati secondo il suo punto di vista.
Tra le altre sue pubblicazioni citiamo il “Dizionario polesano-italiano”, “Proverbi polesani”, “Tradizioni dell’Alto Polesine”, “Vecchi canti popolari del Polesine”, quadri mirabili delle usanze e del folclore di questa zona, che sono stati donati dallo scrittore all’Accademia dei Concordi di Rovigo.
Le sue belle leggende, le fole, le cante, le lunghe tiritere, che il Mazzucchi raccolse dalla viva voce dei contadini nelle ore estive di riposo e nelle sere invernali, accanto al “fogolaro”, meriterebbero di essere maggiormente conosciute.
Fanno parte di un mondo completamente diverso dal quello odierno, patrimonio prezioso di questa nostra terra polesana.
Nelle pagine che seguono proponiamo per i nostri lettori una piccola antologia di proverbi, detti e leggende del Polesine raccolti da Pio Mazzucchi e pubblicati all’inizio del secolo.
PROVERBI POLESANI
Donne e Amori
Dona pelosa, o mata o virtuosa.
Done e legno non sta mai a segno. (Si accenna alla instabilità delle une e dell’altro).
Done, piègore e vache, fature sempre strache.
La dona fa o desfa la ca’.
Le done le ghe ne sa de più del diàolo.
Tre done e un pignato, marcà fato.
Co le bele fa bugà, el sole ghe va a ca’.
La dona non l’è bela, se non l’è spelugnadela. (Se non è alquanto scapigliata).
Le rose i è fresche, i loamari i è caldi; ma le rose le croa, e i loamari sta saldi. (Le rose passano; i letamai, i difetti rimangono).
Non ghè cossa più graziosina, d’una dona picinina.
Quando è sonà l’avemaria, tanto l’è bela la toa, come la mia. (Al buio, tutte le donne son belle egualmente).
Da una bona scarpa vien fora una bona zavata. (Una donna, bella da giovane, sarà, più tardi, una vecchia bella).
A chi gà un bel viseto, no manca l’anelo.
Amore, tosse e panza i no se sconde.
Chi no me vole, no me mèrita. (Lo dicono gli amanti abbandonati. Triste conforto!).
Man frede, cuor caldo.
Cibi e Bevande
A magnare un spigo d’àgio, se pesta (si puzza), come a magnàrghene una resta.
Anca el bon pan, a longo andare, el stufa.
Beati i ultimi che magna, se i primi i gà creanza.
Bonora in pescaria, tardi in becaria.
Chi la còmoda in padela e chi la còmoda in gradela.
Chi magna de amaro, no pol spuar dolze.
Chi magna solo, crepa solo.
Con più erba se magna, più bestie se deventa. (Ciò che non è vero. I vegetariani insegnano).
Da la fame, el diàolo gà magnà le mosche.
El brodo longo no l’è bon gnanca per i malà. (Le lungaggini annoiano).
El capon l’è bon in tute le stagion.
El lièore e ’l bacalà, l’è bon co ’l se ghe fa. (Occorrendo loro un ottimo condimento).
Fin che ghè la porzela, su la pignata e zo la gradela. (Fin che ci sono salami in casa, se ne mangino e in pignatta e sulla gratella).
Padri, Figli e Parentele
Chi gà un porzelo solo, lo fa grasso; e chi gà un fiolo solo, lo fa mato.
Chi voi ben, sgrida; chi voi male, rida.
Da una bela zoca, vien fora de le brute stele. (Da genitori savi provengono talora dei figlioli dissennati).
Rechiemeterna: chi se li gà fati, se li governa.
Chi ghe n’à in cuna, no diga de nissuna. (Chi ha figlie, no isparli delle figlie d’altri).
De mez’ano, el cui fa scano, o scagno. (All’età di mezz’anno, il bambino può star seduto).
Fioi e ninzoi (lenzuola) no i è mai massa (troppi). Perché i figli potrebbero morire, e le lenzuola, con l’uso, si stracciano.
Fioi pìcoli, pensieri pìcoli; fioi grandi, pensieri grandi.
El sangue de Cain l’è in tuti i fradei.
I fradei g’è cortei, i cugnà g’è scortelà.
Chi gà marì, l’è in parìcolo ogni dì. (Così delle mogli, che possono aver figlioli).
Scongiuri e rimedi popolari
Ci sono persone che, per guarir dalle febbri, si affrettano a legarle, con un filo crudo e le mani a tergo, alla porta della chiesa od al cancello del camposanto. Pare indifferente l’usare il facile rimedio così di giorno come di notte, e il farlo precedere o seguire da una preghiera. Importa molto, per altro, allontanarsi, senza rivolgere lo sguardo, e nel legare, convien recitare questo scongiuro:
«Freve terzane (o quartane) de ogni dì; Freve putane, ve ligo chì»
Sarà utile il non ripassare da quel luogo, o ripassarvi il meno possibile.
Anche legando addosso all’ammalato una pelle di biscia, si riesce ad allontanargli la febbre. Se è donna, si può cucire, a sua insaputa, una lumaca nella parte inferiore dell’abito, tra questo e la pedana.
Si guarisce pure, applicando ai polsi dell’ammalata le foglie delle fragole mate.
Per guarire dal singhiozzo, bisogna recitare, tre volte di seguito, con una sola emissione di fiato, i quattro versetti, che qui trascrivo nel loro dialetto:
«Sangioto, sangioto, La rana in tel fosso, El bisso de sora, Sangioto in malora»
Se, per difetto di natura, vi sudano le mani, e non potete lavorare di ricamo – parlo alle signore, – si può rimediarvi, posandole sul corpo morto d’un bambino. Le mani non suderanno più.
Un rimedio tanto semplice quanto economico per chi soffre dolori alla colonna vertebrale o in qualsiasi altra parte del dorso, è quello di gettarsi a terra, a schiena indietro, traverso i solchi di un campo arato di fresco, in primavera, all’apparire tra noi della prima rondinella. Ho sottosegnato gettarsi, perché il lasciarsi dolcemente cadere supini, non varrebbe nulla: come non varrebbe nulla contro il vostro male, il gettarvi a terra in luogo ove non fossero stati coll’aratro tracciati quei solchi. Il rimedio è d’un’efficacia straordinaria: so di un contadino che volle farne la prova, e nel battere a terra, diede così forte con la testa sur un pezzo di mattone da lui non avvertito, che gli cagionò un dolor tale all’occipite, da fargli dimenticare, per quel momento almeno, tutti i suoi dolori alla spina dorsale.
Un secondo rimedio è quello di farsi sorpassare tre volte, da destra a sinistra, stando coricati, da una donna che abbia avuto un parto doppio, cioè che abbia dato alla luce due gemelli. È un rimedio di poca spesa; com’è di poca spesa il far guarire i bambini dal lattime, immergendo la loro testolina nell’acqua d’un fosso, o coprendola con pezzuole bagnate nell’acqua stessa, nel momento preciso in cui si sciolgono le campane della parrocchia, la mattina del sabato santo.
Anche i fanciulli che hanno il brutto vizio di spandere a letto, durante il sonno, l’orina, si può correggerli con un mezzo semplicissimo: si fa mangiare, a loro insaputa, un sorcio cotto, o solo od ammannito con qualch’altra pietanza, come più torna opportuno.
Patite voi di emorroidi? La gente di campagna vi consiglia di portar sempre in tasca una rapa, quale si compera al mercato; e che potrebbe anche servire di rimedio nel caso che taluno temesse di esser sopraccolto da quel male.
Affermano poi certuni che, in luogo della rapa, si può far uso, collo stesso effetto, del tubero della patata, del bulbo della cipolla o di quello di qualche fiore. Laonde, essendo varie le opinioni, e ignorandone la migliore, è buon consiglio empirsi a un tempo le tasche di tutti quei rimedii, per esser più sicuri di conseguire la guarigione.
Auspici e jatture
Nessuno di voi conosce la Caterina. Ella ha delle credenze curiose, dalle quali non si saprebbe smuoverla. Tiene di cattivo augurio il riversare il sale sulla tovaglia, e il vedere una donna il primo giorno dell’anno, appena levati; laddove è segno del contrario, il vedere un uomo. Però, se quest’uomo esercita il mestiere del becchino, ciò equivarrebbe al massimo della sventura.
Come tutte le sue comari, ella dice che la presenza della scolopendra, o centopiedi, è buon augurio di fortuna: perciò si lascia tranquillamente girovagare quella pacifica bestiola per le pareti della stanza. Nessuno osi toccarla! Anche le rondinelle non bisogna molestarle: esse sono le gallinelle delle Madonna e devono svolazzare liberamente e nidificare in casa, lunghesso le travi. Del lieve incomodo ci compensano coll’allegro pispiglio; e non dimenticheranno di ritornare a salutarci, nell’anno venturo, quasi comprese da un sentimento di gratitudine.
È di cattivissimo augurio la gallina che canti a guisa di gallo. Quel chicchirichì annunzierebbe la morte di qualche persona della casa o dei contorni. Bisogna ucciderla, per non sollevare proteste e tumulti tra le femminette del vicinato. Rosa, che s’era incapata a conservarla in vita, dovette acciuffarsi rabbiosamente con tre o quattro conoscenti; ma Rosa era una cattiva, perché – dicevano le sue nemiche – quand’essa nacque, la comare, accostandosi al sacro fonte, ebbe l’imprudenza di volgere indietro lo sguardo: il che basta, per far perdere la bontà dell’animo, che altrimenti avrebbe.
Quando, nell’accudire per casa a’ fatti vostri, vi cade accidentalmente dai fianchi il grembiale, è segno che siete desiderata da qualche persona; e quando, nel ravviarvi, alla mattina, i capelli, il pettine vi sdrucciola dalle mani, vuol dire che, durante il giorno, verrà a casa vostra un parente; perché, se vi cadrà la pettinella, il parente sarà femmina.
Vi sentite prurito nelle palme delle mani? Se sarà la palma della destra, qualcuno vi porterà del denaro; se sarà quella della mano sinistra, avrete dei dispiaceri.
Se sbadigliate contemporaneamente in due, tutt’e due morrete nello stesso momento.
Badate, se siete in viaggio, che nessun gatto vi attraversi il cammino. Sarete certi che qualche cosa di disgustoso dovrà accadervi: tanto più disgustoso, quanto più il gatto camminerà in fretta.
Quando scorgete sul terreno degli aghi smarriti, avrete dei dispiaceri. Volete evitarli? Conficcate nel terreno stesso quegli aghi e abbandonateli alla loro sorte.
Gli aghi, inoltre, non si dovrebbero prestare a persona amica. Fatele prima con essi una leggera puntura, altrimenti la vostra amicizia si romperà.
Sognare un cavallo che corre, è una lettera che viene; tanto più presto essa viene, quanto più veloce corre il cavallo da voi sognato.
L’incontrare per via un gobbo, è indizio di buona ventura, l’incontrare una gobba è segno di prossime disgrazie. Ad evitarle si suggerisce di sputare sul terreno sette volte; l’ultima volta però, ad ottener pieno l’intento, bisogna sputar sulla gobba della povera donna.
La mattina, se vi fate bene, con la mano diritta, il segno della Croce, andranno bene tutti i vostri affari della giornata; viceversa, se il segno della Croce lo fate male, o con la mano sinistra, male andranno per quel giorno le cose vostre.
La notte, sognate uccelli, galline od altri pennuti! Saranno dispiaceri che vi sopravveranno. Sognate uva bianca! Segno di lagrime. Uva nera! Allegrezza.
Consigli per le ragazze in età da marito
La sera della vigilia di san Giovanni, abbiano le ragazze la cura di mettersi sotto il guanciale tre grani di fava, lasciandone uno intatto, levando a mezzo la buccia al secondo e sbucciando per intero il terzo. La notte, dormendovi sopra, i più bei sogni dorati rallegreranno le loro menti giovanili: e già crederanno d’essere… Ma non devono credere a nulla, perché i sogni si dileguano col sonno e non lasciano traccia alcuna. La mattina, che è il giorno del santo, al primo loro destarsi, estraggano a sorte di sotto al guanciale un solo grano di fava: se sarà quello vestito, ciò indicherà che il futuro sposo sarà ricco; se sarà l’altro grano vestito a mezzo, lo sposo non sarà né ricco né povero; ma sarà povero in canna, se il grano estratto sarà quello nudo del tutto.
Come resteranno a bocca amara, in quest’ultimo caso, le mie lettrici!
– Ma – diranno le più fortunate: – ci mariteremo giovani o vecchie! Quando si farà questo benedetto matrimonio?
La mattina del solito san Giovanni, levate appena dal letto, prima ancora di abbigliarsi e di scendere al piano inferiore, devono esse accoccolarsi sull’ultimo gradino alla sommità della scala, in maniera da volgere il dorso alla scala stessa, e poi lasciarsi cadere dietro le spalle una pianella, in guisa da farla ruzzolare giù pei gradini. Il numero del gradino, contando dall’alto, sul quale la pianella si sarà fermata a caso, indicherà con precisione il numero degli anni che ancora dividono dal matrimonio la mia bella lettrice.
Se una fanciulla perde sangue dal naso, trovandosi in casa altrui, essa prende possesso di quella casa. In altri termini, un giovane di quella famiglia diventerà il suo sposo.
Badi però la promessa a non recarsi in chiesa, quando il sacerdote, dall’altare, ne fa la pubblicazione di matrimonio: si dice ch’essa diverrebbe sorda all’istante.
LEGGENDE POLESANE
raccolte da Pio Mazzucchi
Il primo viticultore
Fu Bacco? Fu Noè? Nè l’uno nè l’altro. Noè piantò la vite, è vero; Bacco la diffuse in Oriente; ma il primo ad educarla con metodi razionali fu… Lo leggerete qui sotto.
Erano stupendi i vigneti del patriarca salvato dal diluvio: i Greci antichi, immaginosi ed artisti, non si sarebbero peritati a definirli l’ottava meraviglia del mondo. Le viti allungavano prodigiosamente i loro tralci, questi invadevano il posto dei vicini, s’intrecciavano a vicenda, e Noè poneva ogni studio per renderli vieppiù rigogliosi, nella speranza d’una copiosa vendemmia; ma la vendemmia, per avverso, diminuiva di anno in anno, benchè l’oidio, la peronospora e le tasse fossero allora tre flagelli del tutto sconosciuti.
La faccenda cominciava a impensierire il patriarca che già invecchiava; e un bel giorno, anzi, egli ebbe ufficialmente – ignoro per quale via – l’annunzio poco gradito, che tra breve il suo nome sarebbe stato annoverato tra quelli dei trapassati. Dolente, non a torto, per dover abbandonare la propria famiglia e le sue numerose viti, egli innalza fervida preghiera all’Altissimo, per ottenere una dilazione alla morte. La grazia gli viene concessa: e da questo sappiamo dei 950 anni vissuti dal nostro illustre patriarca.
Con più alacrità di prima, consacrò allora i suoi giorni alla educazione della pianta a lui prediletta, perseverando sempre nel suo falso sistema di allungarne smisuratamente i tralci, facendone anche aumentare il numero già per sè strabocchevole. Ma la vendemmia diveniva più scarsa. Non sapendo darsi ragione d’un fatto così rattristante, il buon vecchio era ormai divenuto malescio, stizzoso, melanconico, scarseggiandogli in cantina l’esilarante liquore a lui tanto gradito. E gli anni passavano…
Un giorno – pare in su lo scorcio del verno – egli dovette assentarsi e abbandonare i vigneti, per recarsi… La leggenda non dice nè dove nè perchè: tanto più che le città, i villaggi e le case stesse non erano allora frequenti, come sono oggigiorno. Anzi non ne esistevano punto. Convien credere che per tale viaggio si valesse del proprio cavallo, giacchè l’asino, – Noè possedeva e l’uno e l’altro – rimasto assoluto padrone della stalla, e difettandogli nella greppia il foraggio, in un impeto di rabbia suggerito dall’acutezza della fame, dato uno strappo violento alla cavezza che l’obbligava all’anello, gli venne fatto di liberarsene, e fuggì all’aperto in cerca di pastura.
Dopo essersi sdraiato e rotolato beatamente nella polvere un paio di volte, a passi brevissimi, con la bocca a terra brucando qua e là i pochi e magri cespugli che incontrava per via, il quadrupede s’inoltrò senza ostacolo nei vigneti del suo padrone; e, con quell’istinto di distruzione che è proprio di tale animalaccio, si diede a rosicchiare gustosamente buona parte dei più giovani tralci, proprio quelli uviferi e rigogliosi, tanto che, persistendo nel suo lavorio distruggitore, ne diradò talmente due o tre filari lunghissimi, da mettere la desolazione in corpo al buon patriarca, sopraggiunto allora, di ritorno dal suo viaggio.
Figurarsi le imprecazioni del danneggiato! L’asino fu bastonato più che quello di Balaam; ma non per questo le viti ricuperarono i loro tralci; e Noè dovette accontentarsi alla meno peggio, stendendo i mozziconi rimasti, radi come Dio vel dica.
Ma quale non fu la sorpresa del sant’uomo, quando, nel tempo della vendemmia, vide che le viti più ricche d’uva erano appunto quelle visitate dall’asino, dopo la sua scappata dalla stalla!
Allora comprese che il migliore sistema da adottarsi per ottenere un copioso raccolto, era quello d’impoverire di tralci la pianta; e dovette pur riconoscere nel proprio asino il primo viticultore, cioè il primo maestro che abbia saputo impartire, a quei tempi, lezioni di viticoltura, giusta i dettami della scienza e della ragione.
La madre di S. Pietro
Avete mai assistito all’imperversare d’una bufera, o poco prima o subito dopo il 29 giugno, giorno consacrato al nome di san Pietro?
Quella bufera avviene, perché la madre del principe degli Apostoli si trova allora in viaggio, per le vie dell’altro mondo.
La tradizione vuole che san Pietro abbia avuto una madre tutt’altro che meritevole d’esser genitrice del successore di Cristo: una madre malvagia addirittura, al punto che, alla sua morte, venne giustamente condannata alla pena dell’inferno, nonostante il dolore del figlio che l’amava d’immenso affetto.
Desolatissimo di saperla nel fuoco eterno, Pietro pregò e ripregò l’Altissimo, al fine di ottenere per essa una specie di congedo limitato, fosse pure d’un giorno solo, per farla risalire alla superficie della terra, a godersi un po’ di fresco e di sollievo. E il congedo fu concesso, per un giorno, ogni anno, proprio il 29 giugno: e la bufera, stante la tradizione, si sarebbe allora sobbarcata il penoso dovere di fare eseguire col suo soffio impetuoso il lungo viaggio di andata e ritorno a quell’anima dannata.
Che cosa poi avvenga della disgraziata, negli anni in cui il cielo, in quei giorni, è sereno, io non so dire davvero. Forse farà il viaggio a piedi.
Il Signore, San Pietro e la trebbiatura del grano
Quando il Signore e san Pietro camminavano sulla terra, si fermarono, un giorno, presso alcuni contadini che battevano col correggiato il grano disteso sull’aia, davanti alla casa. Il sole era cocente, e i poveretti, in quel lavorio, sudavano a più potere.
– Vi affaticate troppo, – osservò loro benevolmente il Signore. – Per trebbiare il grano, io conosco uno spediente molto più spiccio e meno faticoso del vostro.
I contadini pregarono di volerlo far loro conoscere.
Senza por tempo in mezzo, il Signore diede fuoco alla paglia: e questa avvampò a un tratto e si ridusse in cenere. Fece poi sollevare un venticello che, lambendo la superficie dell’aia, trasportò seco la cenere rimasta, facendo in tal guisa vedere tutto il grano, così bene pulito, da non aver bisogno che di esser raccolto.
I contadini, contenti d’aver ottenuto la conoscenza d’un segreto tanto poco costoso quanto necessario, diedero opera ad ammassarlo; e il Signore e san Pietro ripresero il loro cammino, accompagnati dai ringraziamenti e dai saluti di quella povera gente.
Or avvenne che, il giorno seguente, que’ medesimi lavoratori, per ispicciarsi più facilmente nella trebbiatura del loro grano, si avvisarono di adottare il sistema praticato, il giorno prima, dal Signore. Diedero fuoco alla paglia; ma il fuoco distrusse paglia e grano, sicché i disgraziati si trovarono in un attimo con un mucchio di cenere. Dolenti da prima, e poi sdegnati contro chi aveva loro insegnato uno spediente così nocivo, s’argomentarono d’inseguire i due viandanti. Li raggiunsero, intatti, che dormivano saporitamente in una stalla, coricati in una lettiera. E siccome il Signore e san Pietro si rassomigliavano, dicesi, a meraviglia, i contadini, scambiando l’uno per l’altro, bastonarono di santa ragione il più vicino a loro, sicchè Pietro, colle costole malconce, mosse poi dei lamenti al Maestro, accusando che per cagion sua riportava delle forti contusioni, per essersi trovato il più vicino alla porta.
Il Signore gli volse delle parole di conforto; e perché al poveraccio non avessero a intervenire altri mali, s’indusse a cedergli il proprio posto.
– Mi metterò io nel tuo, – gli disse: – e così non sarai esposto agli insulti dei male intenzionati.
Se non che, il giorno appresso, quei medesimi contadini ripeterono la prova del fuoco; e perché anche questa volta ne ebbero lo stesso infelice risultato, tornarono sulle orme dei viandanti, e li raggiunsero di nuovo nella medesima stalla, coricati nella stessa lettiera. Venuto loro il sospetto di avere, il giorno innanzi, battuto l’innocente, anziché il colpevole, questa volta le appiopparono a quello del secondo posto, sicché caddero di nuovo sulle spalle del povero Pietro, che dovette pure succhiarsele in santa pace. Il Signore allora lo ammonì dolcemente che, sulla terra, bisogna esercitare la pazienza e perdonare a chi ci fa del male.
Il Signore, San Pietro e le zucche
Un altro giorno, il Signore, e san Pietro si trovavano di nuovo in cammino per un lungo viaggio. Era ancora d’estate, faceva un caldo soffocante, e i due viandanti, stanchi e spedati, si coricarono sull’erba, all’ombra d’un pero gigantesco stracarico di frutti. Poco lontano, serpeggiavano umilmente sul terreno le braccia rigogliose d’una zucca, ricche esse pure dei loro frutti voluminosi.
– Maestro, – osservò Pietro, guardando in alto tra i rami: – mi pare che nella creazione delle piante, voi siate incorso in qualche errore. Vedete! qui s’innalza un albero grosso, voluminoso, che vide già parecchi soli, e che porta frutti molto piccoli; mentre là striscia per terra una pianta destinata a vivere una vita brevissima, e che pur mette zucche grossissime, da saziare, con una, un buon numero di persone. A me pare, che le zucche starebbero bene lassù, appese ai rami del pero; e le pere, in vece, quaggiù appiccicate alle braccia della zucca.
– Hai ragione, Pietro – affermò il divino Maestro, dopo un istante di silenzio. – Nella creazione dell’universo, questa, infatti, fu una svista, di cui non mi accorsi mai.
Pietro s’addormentò.
Il Signore fece allora occupare dalle zucche il posto delle pere, e queste vennero a sostituire le zucche.
Pietro si destò appena, che una zucca enorme, staccatasi dal ramo, in forza del proprio peso, venne a cadergli proprio sul capo, in guisa che il poveretto n’ebbe quasi rotto il cranio, e ne mosse tosto rimprovero al Maestro, quale autore del fatto.
– Non me lo hai detto tu stesso, pochi minuti addietro? – ripigliò il Signore –. Era un errore: io l’ho corretto. Tu sei stato il primo ad avvertirlo, e per primo devi subirne le conseguenze.
Pietro non mosse verbo, e si rimise in piedi grattandosi la nuca.
Origine dei nèspoli
Un’altra volta, camminando tra i campi, il Signore e san Pietro dovevano attraversare un largo fosso. Nel salire la riva opposta, fosse pel disagio, o fosse per qualche disposizione fisica, al Signore… devo dirlo!… sfuggì per didietro un certo suono riprovato dal galateo, e che fece levare il naso all’amico Pietro, il quale, senza indugio: «Nespoli!» esclama, ridendo. «E nespoli sieno!» soggiunge il Signore, a faccia tosta. E da quel giorno, le rive dei fossi vanno, in più luoghi, popolate di nespoli.
Il diavolo e lo spaccalegna
Anche il diavolo, nelle leggende popolari, faceva le sue brave passeggiate sulla terra: ma dove il Signore operava cose meravigliose, e si faceva rispettare, questo non ne imbroccava mai una, ed anzi si attirava le beffe.
Un giorno, dunque, passando egli in forma d’uomo per una strada, in caccia d’anime, vide in un bosco un contadino che spaccava legna, lavorando faticosamente e senza interruzioni.
Gli si fece accosto, osservò, gli mosse alcune domande e sulla condizione e sui componenti la famiglia, poi conchiuse dimostrandosi dolente di tanta miseria e offrendosi generosamente a giovarlo. A tale effetto, propose che il povero contadino volesse seguirlo, che egli lo avrebbe condotto lontano, sì, ma in luoghi deliziosi, e collocato in guisa da far poche fatiche: in posizione agiata… In somma, promise tanto e tanto, che lo scaltro villano s’avvide facilmente con chi aveva a che fare, e si propose di suonarla a lui, anzi che restare suonato.
Mettersi in viaggio, senza avere spaccato quell’albero, a cui attendeva da tante ore, non ci sarebbe stato l’onor suo; perciò, richiesto il compare d’un po’ d’aiuto, gli fece mettere le mani nella spaccatura del grosso tronco nella quale, estratto in fretta dal contadino un lungo cuneo, il diavolo rimase in un subito attanagliato, e mettendo urli di dolore e contorcendosi a più potere, con grande soddisfazione dell’altro che, senza più curarsi della sua vittima, prese diritto la via di casa, ridendo a crepapelle.
Non si aggiunge che il meschino abbia poi fatto nel bosco la fine miseranda di Milone da Crotone, o che sia pervenuto a liberarsi da quella stretta: in quest’ultimo caso è certo che, in sèguito, avrà voluto vendicarsi di chi seppe giocargli un tiro così crudele.
Il diavolo ingannato da una donna
Camminando ancora il diavolo sulla terra, sempre con lo scopo di guadagnare anime all’inferno, si trattenne, una mattina, ad ascoltare dalla via un robusto boaro che, guidando alcuni buoi in un campo vicino, cantava allegramente una sua canzone, con quanto fiato aveva in gola.
Appiccò subito il discorso, e gli disse piacergli assai questa voce così franca, così sicura, così bene intonata, ch’era proprio una cosa rara.
Beffandosi il contadino del passeggero, per quella meraviglia che pareva fuor di posto, gli fece osservare, che la voce era bella, sì, ma che, del resto, ognuno avrebbe saputo acquistarne una simile, purchè si fosse sottoposto a una semplice operazione… a una cosa da nulla…
– A che cosa! – chiese il diavolo, con una curiosità che sentiva d’impazienza.
– A farsi levare quanto fu levato a questi buoi.
S’immagini la sorpresa del viandante. Non si aspettava una simile rivelazione. E seguitando a parlarne, il contadino, che gli aveva già scorto il fiocco della coda mal celata, gli disse che, dopo l’operazione, oltre la voce, egli aveva anche acquistato nel viso quel bel colorito bianco, che tanto piaceva alle donne: e per renderne maggiormente persuaso il suo interlocutore, gli faceva vedere, proprio lì a due passi, che i buoi così acconciati erano appunto di pel bianco, laddove i tori conservano sempre quella tinta nerastra, tanto sgradevole alla vista.
Il diavolo, che pel suo lungo usare tra le fiamme e il fumo dell’inferno, sapeva d’aver la faccia d’una tinta tutt’altro che latte e rose, immaginò che, imbianchendo un poco anch’esso, avrebbe per certo dispiaciuto meno ai mortali, e in questa guisa gli sarebbe stato più agevole avvicinarsi loro e far presa d’anime.
Dimostrato il desiderio d’esser egli pure sottoposto alla miracolosa operazione, l’altro, senza farselo ripetere, ridendosela in cuore, gli leva colla ronchetta quel peso inutile, usando tale celerità e destrezza, da fare invidia a un chirurgo di grido.
Ma il dolore coceva e, nel dolore, viene appunto al diavolo il sospetto d’esser stato ingannato: impossibile che l’amico operatore si sia sottoposto a un tal martirio!
Il contadino insiste nell’affermare, l’altro continua a dubitare; finchè il diavolo conchiude col pretendere di sottoporre, il giorno dopo, l’amico a una visita minuziosa, a fine di accertarsi della verità della cosa: pena… le fiamme eterne dell’inferno!
Rincasa melanconico il contadino e narra il tutto alla moglie.
– Non ti accorare, – gli dice la donna. Domani penserò io.
L’indomani, infatti, si veste ella coi panni del marito, guida i buoi all’aratro e si reca al luogo convenuto. Il diavolo vede… che niente c’era da vedere: e così soddisfatto, prosegue il suo cammino.
I dì del merlo
Bisogna riportarci col pensiero ad un tempo molto lontano. Anche allora gli anni erano divisi in dodici mesi, e tra essi non mancava il Gennaio, che occupava nel calendario il posto che occupa oggigiorno. Il Gennaio, però, aveva una differenza curiosa: era composto di ventotto giorni soli, laddove il suo successore, il Febbraio, ne contava trentuno precisi. Gli affari, direte voi, possono correre egualmente, e si può mettere i denti in nota di cicogna così nel tramonto del Gennaio, come nell’aurora del Febbraio.
Sentite che cosa avvenne.
Una bella volta, per un capriccio del primo mese, le giornate corsero tutte meravigliosamente serene, tepide, quasi giornate d’aprile, tanto che gli uccelletti solfeggiavano a fior di becco qualche nota gaia che faceva ricordare un inno del loro repertorio. Gli uccelli, anzi, erano, in quegli anni così fidenti, che bazzicavano liberamente nelle case degli uomini e vi s’intrattenevano a diletto dei figliolini dei padroni.
Or bene, un merlo bianco, – notate che i merli erano allora tutti bianchi, – viveva egli pure con una ricca signora che gli portava affetto e lo trattava con un certo riguardo. Quel merlo era molto amico del servo, unico che prestasse il lavoro delle sue braccia in quella casa: un servaccio come se ne dànno tanti, e che spiava ansioso il momento propizio di far fagotto e svignarsela, per cercare altrove un’occupazione meno disadatta alla sua natura di poltrone. Ma, per far questo, bisognava aspettare ancora. Disgraziatamente, alla fine di quel Gennaio eccezionale, il merlo bianco, tutto in festa, intona la sua solita canzone, come quello che crede ormai trascorso l’inverno, e gli pare di vedere la primavera trotterellargli incontro frettolosa, col suo manto verde e il suo grembiule gonfio di liete speranze.
Il servaccio infingardo sente – e questo è il male – il canto del merlo, leva il naso, spalanca gli occhi, gli pare d’aver fatto nel tempo un salto di tre mesi e dato di piglio in fretta e in furia al fagotto de’ suoi poveri indumenti, s’inchina alla signora e canticchia in tono beffardo quel vecchio detto popolare:
«Siora parona, / Canta lo merlo: / Fora è l’inverno; / In tasca la gò».
E senz’altro, le rivolge con dispetto le spalle e se ne va.
La padrona stupisce, si sdegna, monta sulle furie e s’avventa contro il povero merlo, causa involontaria della fuga del servo. Il merlo non si lascia cogliere… da merlo. Spicca il volo, infila l’uscio e via egli pure, sui passi del servo.
La signora è al massimo della rabbia. Ha perduto il servo, ha perduto il merlo; vede che di tutto questa è causa prima la buona stagione. Riflette, poi corre a querelarsene a Gennaio, perchè, se questo avesse proceduto diversamente, le cose non avrebbero avuto una fine così deplorevole.
Gennaio le fa una lieta accoglienza, ascolta, aggrotta le sopracciglia, poi licenzia la signora, promettendole una bella soddisfazione. Gennaio corre a sua volta a far visita al fratello Febbraio, gli espone i propri imbarazzi e lo prega caldamente, in memoria del defunto loro genitore, il buon Saturno, di volergli prestare o, meglio, di regalargli addirittura tre giorni dei suoi.
– Vedi, gli fa osservare, io sono fratello maggiore, tu sei fratello cadetto. Nella partizione dell’asse ereditario, non so capire come siano stati assegnati a te quei tre giorni di più. Ti prego dunque, cedili a me, ecc. ecc.
Febbraio, da buon fratello, si commove e cede.
Passa l’anno. A sua volta, Gennaio lascia trascorrere serenamente i suoi ventotto giorni; ma negli altri tre ereditati di fresco, infuria maledettamente con bufere insolite: un vento freddo, impetuoso atterra alberi e case; la neve copre la campagna; il gelo solidifica le acque dei fiumi; vere giornatacce d’inverno.
Il merlo non sa dove rifugiarsi. Si sovviene, con un sospiro, della sua vecchia casa e della generosa signora che lo nutriva. Molle dalla neve e stremato di forze, gli pare buona ventura ficcarsi, la prima sera, nel fumaiolo della ròcca d’un vecchio camino, nella speranza di trovarsi, il giorno appresso, in più spirabil aere. Appollaiato tra la fuliggine, si sforza di chiudere gli occhi al sonno. Ma il vento penetra anche nel fumaiolo. Non parliamo poi del fumo che tronca il respiro alla povera bestiuola.
Tre notti e tre giorni sta là, aggranchiato, semivivo; al mattino del quarto, esce a stento dal nero nascondiglio. Immaginiamoci la sua sorpresa, quando, in luogo del suo bel mantello candido, che aveva prima, si vede vestito di nero, dal becco ai piedi, d’un nero sporco, intenso, che gli fa volgere altrove lo sguardo e gli mette la disperazione nell’anima. Si prova a scuotere le ali, le penne tutte; ma la fuliggine e il fumo lo hanno, purtroppo!, annerito per sempre.
Egli è punito severamente della sua colpa, e la padrona va lieta d’una soddisfazione, che non aveva sperato di ottenere.
E il servo?… Ma!…
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Come citare questo articolo
Paolo Zambonin. “Pio Mazzucchi”. Ventaglio Novanta, n. 6, 1992. https://ventaglionovanta.it/archivio/pio-mazzucchi/