Sessant’anni fa terminò, con la seconda guerra mondiale, il più spaventoso conflitto fra stati creduti i più civili del pianeta. Le cause, gli effetti lasciamoli agli storici, le conseguenze le percepiamo anche noi, perchè “l’ordine” che ne uscì è il contesto entro cui viviamo.
Spinto da innata curiosità, peregrinando per lavoro negli anni 70 in Piemonte, ho avvicinato tanti protagonisti di quella tragica vicenda, per lo più umili, qualcuno importante, come l’ex ministro Giolitti, e tutti giungevano alle medesime considerazioni: “Perché tanto odio e tanto sangue?” Perché scannarsi tra popoli vicini uniti oggi dalla stessa moneta? Il mistero dell’animo umano lascia senza parole, possiamo però trarre severissima lezione e comprendere che è quanto mai necessario bandire dai cuori, prima che dal vocabolario, la parola guerra.
Si concentrarono gli alpini della divisione Cuneense alla stazione del loro capoluogo, i suoi battaglioni con le bandiere cariche di medaglie e di gloria conquistate nelle battaglie del Risorgimento. Nella Grande Guerra, portavano i nomi di casa: Mondovì, Saluzzo, Ceva, Fossano, Monviso, Dronero, Bra, Alba ed altri ancora. Non v’era piemontese che non fosse fiero di servire la Patria col cappello e la penna d’alpino.
Dopo un’omerica scazzottata con quelli della Milizia Fascista, presenti alla stazione, partirono allegri cantando le loro canzoni. Struggenti ritornelli ricordavano la morosa, le Alpi imbiancate, la chiesetta del paese e la mamma ferma sull’uscio, le lacrime agli occhi e le ultime raccomandazioni: “Fa tensiun, cumporte bin da om” (stai attento e comportati da uomo).
Sui ghiacci del Don svanirono le illusioni, e quei poveri ragazzi divennero dei martiri e degli eroi loro malgrado. Mandati allo sbaraglio dalla dissennatezza dei governanti, insufficientemente armati, con addosso il pastrano buono per gli inverni di Aosta o di Trento e gli scarponi da gita in montagna, affrontarono oltre il nemico, il gelo assassino che li mieteva come spighe di grano. A Nikolajevka in un supremo sforzo disperato, ruppero l’accerchiamento delle proponderanti forze Sovietiche e si incamminarono, tragica colonna, verso Ovest verso la salvezza incalzati dalla cavalleria cosacca.
Il lungo serpente di uomini avanzava inebetito sulla neve, ai lati abbandonati i segni di quel passaggio: animali stremati dalla fame e dalla fatica, carriaggi, armi pesanti, ogni sorta di salmerie e tanti tanti cadaveri riversi, reliquie di un bianco immenso sacrario.
Fu così che Tunin di Sommariva perse contatto con suo fratello che gli marciava accanto e non lo rivide mai più, e Chiaffredo della Val Maira che raccolse l’ultimo respiro del suo amico e paesaano Giovenale: “Portie en bas a mia Cita” (porta un bacio alla mia bambina), e Delfino di Boves che a, guerra finita, andò fino a Savigliano dalla madre del suo compagno “Giuanin” caduto nella ritirata, a rendergli l’immaginetta della Madonna del Pilone; e quella donna straziata dal dolore lo pregò di tenerla, perché se era stata Volontà che suo figlio morisse, Essa avrebbe continuato a proteggere chi gli era stato vicino.
Si incontravano ormai uomini maturi, nelle ricorrenze delle battaglie, nelle commemorazioni, o per i funerali di qualcuno di loro. I tratti del volto segnati in profondità, le voci gravi sussurrate, lo sguardo spesso perduto, il passo lento ed il peso immane di un ricordo che non voleva staccarsi. Trovavano improvviso entusiasmo ed orgoglio all’apparire di Don Cichin (Don Franceschino) il loro cappellano.
Era costui, a dispetto del nome, un omone grande e grosso, vestiva una tonaca sdrucita e lisa, e loro gli si affollavano intorno come tanti pulcini sotto le ali della chioccia. Facevano la conta di chi non c’era più, ricordavano la messa sulla neve con temperature di trenta gradi sotto zero, e Don Cichin sopra un camion trasformato in altare che alzava l’Ostia verso un cielo livido e carico di morte, mentre i razzi delle katiusce urlavano, e loro inginocchiati, i fucili a terra, le barbe lunghe, ghiacciati anche i pensieri tranne uno: a ponente l’Italia, le Alpi, la casa.
La prima volta che là, in Piemonte, vidi arrivare Don Cichin trattenni a stento il riso: camminava tutto impettito, duro, sembrava avesse ingoiato un bastone. Feci notare la strana postura a Mecu (Domenico), un langarolo che si era salvato aggrappandosi alla coda del mulo e, dopo che questi stramazzò stecchito, recise con la baionetta la vena iugulare e bevette quel sangue caldo per sopravvivere.
Ricevetti una gomitata nel fianco ed una spiegazione terribile: “Sta citu a l’à pi nen i dil di pè..” (Zitto non ha più le dita dei piedi – congelati -). Provai imbarazzo e vergogna e, mordendomi le labbra, rimasi in adorazione di quell’uomo di Chiesa, la veste nera, il cappello d’alpino in testa con i gradi di tenente, mentre allargava le braccia per stringere a sé quei suoi lontani compagni di sventura e consolarli dicendo: “Tuca fè la vuluntà ed No Sgnur, ma Chiel a sa parchè” (Bisogna fare la volontà di Nostro Signore, solo lui conosce il perché).
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Graziano Beccari. “Rimembranze della steppa”. Ventaglio Novanta, n. 31, 2005. https://ventaglionovanta.it/archivio/rimembranze-della-steppa/