Tra i comuni del Delta, Ariano Polesine è il più meridionale della provincia di Rovigo, quello che forse maggiormente ha subito l'influenza ferrarese e che più profondamente ha sofferto del dualismo della terra di frontiera. Questa miscela di culture – la veneziana e la ferrarese – di stili di vita, d'inflessioni dialettali, di promiscuità, s'avverte ovunque, in ogni sfumatura del quotidiano.
Ed è a pochi chilometri da Ariano (a cinque per l'esattezza) che sorge S. Basilio, oggi solo modestissima borgata di poche case coloniche al centro di poderi più o meno estesi, ma un tempo fiorentissimo porto e centro di smistamento di merci e prodotti in epoca etrusco-romana. Sembrerebbe impossibile – se non fossero le testimonianze storiche a raccontarcelo – che tanto fermento e tanta alacrità movimentassero questo sito ora così deserto e silenzioso.
Campagne di scavi condotte negli anni '70 e '80, (che presero l'avvio da ritrovamenti casuali verificatisi in un frutteto), hanno confermato la presenza di un abitato arcaico (risalente al VI sec. a.C.) al quale si sono poi sovrapposti un insediamento etrusco ed uno romano. Di quest'ultimo periodo sono addirittura i resti di una villa (intesa come villa dominicale completa di fornace e case di coloni).
Quella romana è la fase più gloriosa di S. Basilio che fu una "mansio" col nome di Hadriani o Radriani sulla via Popillia (la strada consolare, costruita nel 132 a.C., che portava da Rimini ad Adria per congiungersi con la via Annia e per proseguire verso Aquileia). Conferma dell'importanza di S. Basilio, quale stazione di posta, è la Tabula Peutingeriana (mappa delle strade militari dell'Impero Romano), dalla quale si evince che nel IV sec. d.C. Radriani era ancora riportata – e quindi vitale – mentre di Adria non si faceva menzione, perché già in fase di declino e quindi tagliata fuori dai percorsi stradali già a partire dal II sec. d.C.
Molti sono stati a San Basilio i rinvenimenti, sia d'epoca paleoveneta sia etrusco-romana. Ricordiamo tra i più eloquenti lo splendido balsamario di bronzo a testa di nubiano, vetri, resti di intonaco, monete e lucerne in terracotta e fra queste una magnifica di bronzo, a forma di colomba, prima testimonianza di diffusione del Cristianesimo.
Parecchi di questi oggetti sono visibili nel Museo Archeologico Nazionale di Adria, esposti in un'apposita sezione, nonostante da più di un anno sia stato inaugurato il Centro Polivalente di S. Basilio che, nelle intenzioni dei progettisti avrebbe dovuto contenerli, ma che è tuttora desolatamente vuoto a causa di lungaggini burocratiche e scontri di competenze. Questa moderna struttura sorge dove prima era la scuola elementare (da questo dato si può arguire quanto la località fosse ancora popolosa fino al II conflitto mondiale) e si contrappone un po' violentemente alla romantica e pura bellezza dell'antico oratorio di S. Basilio Magno di Cesarea, santo del IV sec., assai venerato dalla Chiesa Orientale (non c'è da stupirsi poiché l'intero territorio sottostava all'Esarcato di Ravenna).
La chiesetta, del X sec., in muratura dalla tipica struttura a capanna e con pietre faccia a vista, si erge ancora su quello che resta degli antichi cordoni dunosi (purtroppo quasi del tutto sbancati e distrutti negli anni del dopoguerra per ricavarne finissima sabbia da costruzione). Essa sembra aggrapparsi con tutte le forze alla sua altura, quasi timorosa che le sottraggano anche quest'ultimo vestigio del passato.
Molte sono le leggende fiorite attorno a questo simbolo d'architettura romanica: da quella che la vuole opera dei Paladini francesi al seguito di Pipino nell'809 nella guerra contro Venezia (a questo proposito si tramanda che la loro altezza fosse tale da costruirla senza l'ausilio di impalcature); a quella delle colonnine di marmo verde dell'altare che trasudavano olio (forse solo umidità); alla fiaba della strega del gorgo che urlava nelle notti nebbiose il proprio amore infelice, o quella dei diavolini (fuochi fatui provocati dalle esalazioni metanifere). Tutte storie che nella tradizione popolare si mescolano alla realtà fino a confonderla e, talvolta, a sopraffarla.
Un sarcofago romano in pietra chiara rinvenuto nei dintorni e posto all'esterno doveva contenere le ossa di S. Antonino (come risultava dall'iscrizione ora scomparsa). Altre tombe, probabilmente di epoca altomedioevale, sono state rinvenute sotto il pavimento e sono attualmente in fase di studio. A questo proposito è anche in progetto la pavimentazione in materiale trasparente per consentirne la continua visione.
Nel 1300 (Anno Santo indetto da Papa Bonifacio VIII), S. Basilio fu quasi sicuramente tappa di romei, ovvero pellegrini diretti a Roma, fungendo da percorso alternativo a quello più battuto di Pomposa. Per alimentare la mitopoiesi, già abbondante, si dice che persino Giotto e i suoi discepoli e il sommo Dante Alighieri abbiano sostato qui; quest'ultimo durante uno dei suoi spostamenti al servizio di Guido da Polenta, preferendo questo eremo a quello più frequentato e per lui più rischioso dell'Abbazia Pomposiana.
Nelle vicinanze della chiesetta, nei pressi della strada arginale che da S. Basilio conduce ad Ariano costeggiando il Po di Goro, si staglia ancora, anche se un po' patita, la "Rovra", una massiccia ed imponente quercia nostrale, forse unico resto di un grande bosco, che già mappe catastali del 1548 riportavano quale confine dei beni poderali della famiglia Trotti-Pendasi di Ariano Polesine.
In direzione Rivà, nelle adiacenze della strada Romea, sorge dal 1749 "la Torre", ultimo malinconico testimone della “Linea dei Pilastri”, il confine voluto dalla Repubblica di Venezia e dalla Santa Sede (e quindi con il duplice simbolo del Leone di S. Marco e delle chiavi pontificie) a definire il limite tra i loro territori nell’Isola di Ariano, perenne motivo di guerra e controversia tra le due potenze.
Percorrendo la Romea Vecchia, che taglia l’abitato di Rivà, in direzione Monti (nomina sunt consequentia rerum) si raggiunge la località Castelpiano con la sua Villa Nichetti, tipica dimora padronale, fatta costruire nei primi del ’900 dalla famiglia ferrarese dei Nichetti, proprietari di un vasto fondo. Lo stile è tipicamente della loro terra con l’uso del mattone a vista e dei torrioni laterali merlati a difesa delle mura perimetrali più basse.
Per concludere, S. Basilio e i suoi dintorni sono luoghi che sicuramente meritano una visita, magari in bicicletta o a cavallo, per meglio godere del fascino rude e un po’ selvatico della campagna circostante: una malia che perdura, nonostante le violenze attuate dall’uomo. Qui si può davvero sentire il “rumore del silenzio”, così necessario per ritrovare se stessi ed una certa propensione alla meditazione di cui la frenesia del nostro tempo molto spesso ci priva.
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Come citare questo articolo
Patrizia Masieri. “San Basilio e dintorni”. Ventaglio Novanta, n. 14, 1997. https://ventaglionovanta.it/archivio/san-basilio-e-dintorni/