Era il tempo in cui valorosi comandanti attraversavano terre e città polesane, sopra cavalcature bardate a tutto punto, seminando a volte terrore e morte.
Trattavasi dei potenti Estensi che, coalizzati con altri Stati e Ducati, contrapponevano le loro armate all’espansione della Serenissima. Il Polesine in quelle circostanze, diveniva così terra di conquista e scontri militari, subendo improvvisi cambiamenti di sovranità, venendo assoggettato ora all’uno ora all’altro dei contendenti.
I repentini mutamenti politici, a quanto pare, non rappresentavano però un fattore in grado di sconvolgere più di tanto l’esistenza dei polesani, giacché altre erano le piaghe consuete con cui dovevano fare i conti: gravi carestie, alluvioni catastrofiche ed altre tremende avversità.
A garantire la funzionalità dei servizi militari e pubblici, venivano incaricati personaggi provenienti da città lontane, tra le quali Ferrara, Padova o Venezia.
Tra gli altri troviamo il Conte Collaltino di Collalto, discendente di famiglia Longobarda, uomo d’arme, ma a quanto pare anche interessato agli “affari di cuore”, tanto da rivolgere le sue attenzioni verso una donna di grande levatura quale fu la poetessa Gaspara Stampa, autrice di una raccolta di poesie intitolata “Rime”.
Ed è proprio in virtù delle composizioni poetiche della colta donna del Rinascimento che veniamo a conoscere l’esistenza di un legame amoroso tra i due. Un legame che – a quanto si comprende dalla lettura di una sua poesia – il conte Collaltino intendeva quanto meno allentare. Proprio di questo si lamenta la donna/poetessa nel suo scritto, nel quale apprendiamo che in quel periodo il conte soggiornava a Lendinara.
“Nata con le muse” come disse il Bembo, Gaspara era dunque innamorata perdutamente del Conte Collaltino e soffriva per il suo disinteresse amoroso e la lontananza che spesso, per ragioni anche militari, lo portava in città straniere. Lui, a Venezia frequentava amichevolmente la famiglia della Stampa e aveva contatti con letterati e cultori delle arti. Da uno di essi, l’Aretino, ne ebbe le lodi, mentre il Sansovino, lo definì: “grazioso e gentil cavaliere: fautore delle lettere e amatore de’ virtuosi”.
Lei, accecata da un amore struggente, quando poteva lo seguiva nei suoi possedimenti, dimorando di volta in volta nei suoi castelli, ricevendo però soltanto tiepide effusioni che la spinsero a scrivere in rima il proprio angosciato stato d’animo. E, come detto, in una delle sue composizioni, come chiariscono i versi che qui riportiamo, fa riferimento al soggiorno del Conte a Lendinara:
“… Tu, che fai ora a Lendenara giorno, almo mio sole, ed a me notte oscura. Sole, a cui sempre col pensier ritorno. De l’alta fede mia sincera e pura tien’lmen la memoria che si deve, che durerà fin che mia vita dura. E, se degna pietà ti move, in breve o scrivi, o vieni o manda, si ch’io sia scema di cura dispietata e greve. Chè tanto durerà la vita mia, quant’io sarò sicura d’essere cara e d’esser presso a chi ‘l mio cor desia, il mio cor, ch’ora alberga in Lendenara”.
Gaspara Stampa manifestò il suo ardente amore per il Conte Collatino per ben tre anni dal 1549 al 1551, rassegnandosi infine al suo destino di sconfitta, trovando nel verseggiare un rifugio per i suoi sentimenti angosciati. Morì a soli trent’anni, il 23 aprile del 1554.
Un altro esempio amoroso, legato a Lendinara nel corso del XVI secolo, ha come punto di partenza la città di Mantova. Correva l’anno 1512.
– Era una sera tranquilla d’Agosto, e fuori il cielo coperto di nubi, affrettava l’oscurità, che silenziosa avvolgeva la Reggia.
La Luna al suo primo quarto baluginava specchiandosi sulle acque del lago e, da lontano, echeggiavano tra i boschi d’intorno, le grida di uccelli notturni.
Da un balcone a terrazza della villa, che dava lo sguardo al Lago Inferiore, due figure sostavano conversando a bassa voce.
“…..la vostra bellezza mi confonde o mia diletta, ed a voi, seguendo i miei desiri ardenti, vo a dedicare questo mio canto”.
“Cantate or dunque mio nobile signore, a che Amor la sua mercè mi fa sentire e scolto”.
Iniziava così la travagliata storia d’amore tra la bella Brognina e il Vice Re di Napoli Ramòn Folch de Cardona. Il quale, ospite del marchese Francesco II Gonzaga, partecipava con il rappresentante del papa il Bibbiena, con il Vescovo di Gurk consigliere dell’imperatore, al congresso della Lega Santissima.
Ad intrattenere gli ospiti illustri, con balli, canti e atteggiamenti al limite del lecito, furono le graziose e colte donzelle della marchesa Isabella d’Este. Tra loro, campeggiava Eleonora Brognina, bella e di raffinate maniere, dolcissima ed eloquente nell’arte della conversazione, che destò l’immediato interesse del nobile Ramon Folch de Cardona.
Da quella sera, seguirono sempre più frequenti incontri tra il Vice Re di Napoli ed Eleonora, un idillio che la bella Brognina decise di interrompere all’improvviso abbandonando la Corte per farsi monaca. Ma in convento rimase solo pochi mesi perché ben presto, stanca di quella vita di privazioni, decise di fuggire.
Lo venne a sapere Ramòn, che si attivò immediatamente per riaverla, assegnandole una dote di 2.000 scudi d’oro. Ma Lei, donna colta, discepola di Isabella d’Este, nonostante la consistente dote, ritenne di mantenere fede ai suoi propositi di interrompere il legame amoroso, abbandonando nuovamente la Corte.
Ma il viceré non desistette ed ancora una volta avviò le ricerche incaricando i sui emissari di trovarla e condurla da Lui, che nel frattempo, si era portato con il suo esercito a Lendinara.
Fu così che il carro dove Lei “logiava”, giungeva nella patria dei Canozi al calar del sole e, lentamente, procedendo tra un filare di salici, terminava la sua corsa su un ampio spazio delimitato da siepi e arbusti. Là, alcune fiaccole illuminavano gruppi di tende disposte a quadrilatero e, a fianco di esse, molti soldati in armi vi sostavano. Erano giunti nel quartier generale dell’esercito spagnolo.
Ad accoglierla, tra lo sguardo attonito delle guardie, c’era Ramòn con a fianco il Comandante generale Hernando De Avalos, marchese di Pescara. Lei, arresasi alla determinazione del suo potente pretendente, si lasciò condurre presso la tenda maggiore del presidio. Passarono giorni e notti di amore intenso, ospitati ora nei palazzi nobiliari della città, ora nella maggior tenda del presidio militare, sino a che nell’ottobre del 1514, i veneziani non attaccarono il Polesine.
Ramòn, per salvaguardare l’incolumità della sua amata, la fece portare a Goito dove ella poco dopo partorì due figli maschi.
Ma le traversie non erano terminate, giacché il nome della affascinante donzella ebbe eco sino a Milano, dove Francesco I° Re di Francia governava. Il sovrano, colto da brama di conoscere una donna tanto vagheggiata, la fece rapire. Non passarono che pochi giorni, quando alcune persone fidate del Vice re di Napoli riuscirono a raggiungerla e a riportarla a Goito.
Dopo quattro anni, il viceré Ramon de Cardona trasferì a Napoli la bella Eleonora, dandole come marito Gutierrez de la Padilla e assegnandole, a ricordo del suo amore, un feudo fuori città.
Storie d’amore d’altri tempi che in modo tanto diverso ebbero come riferimento Lendinara: il primo, un amore travagliato non corrisposto, a causa del quale la giovane Gaspara visse pene amorose che a poco a poco la condussero alla morte; il secondo, un amore nato dal forte desiderio di conquista di un potente personaggio sposato che, pur amando la bella Eleonora, nell’impossibilità di trovare uno sbocco al loro rapporto, la fece unire in matrimonio ad un suo familiare, donandole inoltre, ricchezza e fama.
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Renato Scarpi. “Strani amori”. Ventaglio Novanta, n. 42, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/strani-amori/