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PERSONAGGI ILLUSTRI

Teresa Valsè Pantellini (1879-1907)

Figlia del ricchissimo ristoratore di origini polesane, si mise al servizio delle giovani più povere, tra le Figlie di Maria Ausiliatrice

di Angioletta Masiero

Ventaglio Novanta n. 52 2016 pp. 98–99

Era nata tra gli agi Teresa Valsè Pantellini. Avrebbe potuto avere una vita dorata, veder esaudito ogni suo desiderio, invece scelse di percorrere la strada più ardua, quella che conduce verso Dio.

Il padre di Teresa era Giuseppe Valsé-Pantellini, originario di Rovigo, “sagace e intraprendente, aperto nell’intelligenza e nel cuore”, fu un uomo dal temperamento avventuroso, che al cognome iniziale Valsè (di origine francese) aggiunse quello di Pantellini lasciato poi ai suoi eredi.

Ventiduenne, Giuseppe Valsè aveva partecipato con entusiasmo alle giornate patriottiche rodigine del marzo 1848 che portarono al ritiro degli austriaci dal Polesine. Aveva poi preso parte come volontario ad azioni della prima guerra di indipendenza, per cui, al ritorno degli austriaci nel Lombardo-Veneto, ricercato come agitatore e fautore di iniziative antiasburgiche, fu costretto a riparare in Svizzera. E qui ebbe per compagno di esilio un coetaneo bolognese di cognome Pantellini che, colpito da una malattia in terra straniera, in breve si aggravò e morì.

Fu allora che Giuseppe, un po’ per ricordare l’amico perduto, ma forse più concretamente per il vantaggio che poteva arrecargli il passaporto del bolognese per sfuggire alla polizia asburgica, assunse il cognome dello scomparso.

In ogni caso il suo rientro a Rovigo con la nuova identità dovette essere breve, perché Giuseppe Valsè-Pantellini (questo doppio cognome caratterizzerà d’ora in avanti la sua vita) espatriò ben presto in Egitto, dove in poco tempo si accreditò come abile ristoratore e personaggio di fama internazionale nell’ambito alberghiero.

Al Cairo sposò la giovane e bella milanese Giuseppina Viglini. La coppia ebbe tre figli: Italo, la nostra Teresina e Giuseppina.

Fin dall’adolescenza Teresa dimostrò una notevole propensione per la letteratura, la poesia, il disegno, la musica. Ma la chiamata verso Dio fu più forte di ogni altra passione. La giovane, fin dalla sua permanenza presso il collegio di Poggio Imperiale, iniziò ad avvertire il desiderio di avvicinarsi sempre più a Dio. Decise di consacrarsi al Signore in giovanissima età.

La morte dell’amatissimo padre e, poco più tardi della cara nonna, provocarono gravi ferite nell’animo molto sensibile della giovane. Era semplice e spontanea, Teresa, dotata di un’indole vivace. Rifuggiva tutto quello che era effimero ed era sempre più tesa nell’essere e nell’amare. “Bisogna saper soffrire e saper cogliere i fiori sull’albero della croce”.

Come sottolinea Maria Pia Giudici nel libro dedicato a Teresa Valsé-Pantellini, la giovane “amava la vita e non rifuggiva da quanto di bello, di vero, di nobile la sua posizione sociale le offriva. Ma era come chi, bevendo nel cavo delle mani l’onda che fluisce, pensa con desiderio alla purità unica della sorgente. Le ricchezze poi e la vita del gran mondo erano nel suo cuore ombre vane, divorate sempre più dalla solarità dell’amore di Dio”.

Teresa decise di entrare nell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, un istituto da poco fondato che si adoperava per le ragazze povere e abbandonate. In famiglia fu osteggiata con decisione. Un principe ed altri aristocratici avevano chiesto la sua mano, ma la giovane non voleva saperne.

Il suo cuore l’aveva donato a Dio. Teresa voleva farsi suora “per vivere con assoluta intensità l’amore che è dono di sé”.

Nel 1901 Teresa entrò dunque tra le Figlie di Maria Ausiliatrice a Roma. Lei, di famiglia ricchissima, decise di mettersi al servizio delle giovani più povere. Era discreta, umile, sorridente. Di salute cagionevole, Teresa si offriva con generosità e totale altruismo.

Una volta suor Teresa scrisse: “Non essere mai la prima a dire la tua opinione o il tuo parere. Per quanto è possibile mantieniti sempre dello stesso umore. Agisci unicamente per Dio, senza pretendere nulla da nessuno. Studiati di non far soffrire nessuno”.

Nel 1906 la giovane suora iniziò a dimagrire a vista d’occhio; la tubercolosi esplose. Suor Teresa non si fece illusioni; in quel periodo scrisse: “Amare la croce e procurare di imitare Gesù con la mortificazione interna ed esterna, cercando non solo di accettare la sofferenza ma di amarla perché inviata e permessa dal buon Dio”.

Il 3 settembre 1907, dopo una lunga agonia, suor Teresa salì in Cielo. Ci ha lasciato un grande, luminoso messaggio. La forza “dell’autentica umiltà generata dal suo amore per Cristo”.

Aveva solo ventotto anni suor Teresa quando lasciò questa terra ma aveva maturato un’altissima spiritualità, “un livello di santità dal volto esigente e insieme affascinante, come tutto ciò che profuma di vangelo”.

Il suo è un messaggio quanto mai attuale, ci impone riflessioni importanti. Nella nostra società conta l’apparire, l’avere successo, potere, soldi… Ma è davvero raggiungere questi traguardi che può renderci felici? O la vera felicità è, piuttosto riuscire ad elevare il proprio spirito, seguire la parola di Cristo e farsi ultimi tra gli ultimi.

La Chiesa ha dichiarato Venerabile suor Teresa Valsé-Pantellini.

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Come citare questo articolo

Angioletta Masiero. “Teresa Valsè Pantellini (1879-1907)”. Ventaglio Novanta, n. 52, 2016. https://ventaglionovanta.it/archivio/teresa-valse-pantellini-1879-1907/

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