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NARRATIVA

Un improvviso scintillìo

di Nuccia Venuto

Ventaglio Novanta n. 53 2016 pp. 129–132

“Caspita, ma da quand’è che vai in Chiesa in orario così mattutino e con un neonato? Intendi impartirgli una benedizione perchè è un urlatore notturno e pensi che una spruzzata d’acquasanta possa compiere il miracolo? Ehi, sto scherzando, ma è strano incontrarti a quest’ora, sul sagrato di una chiesa”.

Dopo il sobbalzo iniziale per l’inaspettato intervento di un mio ex compagno di scuola, di professione carabiniere in procinto di raggiungere la vicina Caserma, mi aprii in un largo sorriso. Non ci vedevamo da parecchio, quindi lo feci curiosare nella carrozzina, per fargli conoscere Anita, la mia secondogenita, con cui stavo entrando in Chiesa per accendere tutti i ceri che avessi trovato disponibili.

Lui allora si ricordò del mio particolare rapporto giovanile col divino. “Stai per accendere le candele – disse – magari senza versare l’offerta dovuta, come facevamo sovente, ai tempi della scuola, quando si facevano birbantate… bei tempi… anni beati! Bella bimba, complimenti”.

Qualche altra battuta scherzosa, la promessa solenne di non riperderci di vista e poi ci salutammo. Avevo poco tempo prima di rientrare, svegliare Annalisa, la mia figlia maggiore, fare insieme colazione ed avviarla a scuola. Guardai, sospirando pura gioia, la mia piccola Anita, poi entrai in Chiesa a ringraziare la Madonna, Gesù, Dio Padre e tutti i Santi del Paradiso, per lo scampato pericolo. Era accaduto solo il pomeriggio del giorno precedente, ma di certo non l’avrei scordato fino alla fine dei miei giorni.

Come sempre, anche il giorno prima ero in ritardo e avevo, di conseguenza, una gran fretta. Ci sguazzavo nella fretta, mi ci svegliavo e mi ci addormentavo, scorrendo un ininterrotto elenco di cose da fare nelle ore successive. Ogni tanto mi tornavano alla mente le parole del Vangelo, dette da Gesù a Marta, la più laboriosa delle sorelle di Lazzaro “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose…”. Bel discorso, pensavo, ma anche Marta avrà avuto i suoi problemi da risolvere se si affannava sempre tanto!

D’altronde, avevo una figlia di appena quattro mesi, un’altra di 10 anni, una casa da gestire, un marito spesso assente per un lavoro che lo portava anche all’estero; non potevo che essere sopraffatta dall’ansia perenne del fare molto, e tutto in affanno.

Volevo controllare troppe cose, questa era la mia vera responsabilità, ne ero consapevole. La mia quotidianità era ormai scandita da bucati, spese, sterilizzazioni, cambio pannoloni, bagnetti, coccole e ninne nanne, ma anche dalle cure ad una figlia che frequentava la quinta elementare e aveva bisogno di una mamma attenta, come in passato ero sempre stata. L’inattesa, perché inattesa era stata la nascita della sorella, aveva scombinato la vita anche ad Annalisa, oltre alla mia, nonostante l’innegabile gioia che ci aveva regalato.

Avevo, di fatto, due figlie uniche, entrambe col nome con iniziale “A, come amore”, questo ripetevo ad Annalisa, quasi a giustificarmi. Certo lei era il nostro primo amore, per diritto di nascita, Anita era il secondo amore e fine discussione. Lo sguardo contrariato che spesso Annalisa mi rivolgeva di rimando, mi addolorava un po’, ma poi un abbraccio, un paio di baci e uno sbocciato sorriso, suggellavano la nostra nuova alleanza femminile. Dovevamo adattarci a questo nuovo assetto vitale, io cercavo di fare del mio meglio, ma la fatica del dover rispondere ai bisogni di tutti, tranne che ai miei, era a volte troppo pesante da gestire.

Quel fatidico pomeriggio di fine settembre, una coppia di cari amici, che viveva in una villetta vicina, ci attendeva per passare qualche ora in loro compagnia. I miei amici amavano da sempre Annalisa e ora anche Anita; non avevano figli e si beavano di accoglierci nella loro casa, appena possibile. Anita sarebbe rimasta tra le braccia della mia dolce amica, per ore, Annalisa avrebbe giocato con cani, gatti e persino con due oche molto stizzose e confusionarie mentre io mi sarei rifocillata davanti ad una profumata tazza di cioccolato fumante.

Con la mia amica mi sarei lamentata di quanto poco riposavo, delle fatiche giornaliere e dell’assenza, che durava ormai da dieci giorni, di mio marito. Sapevo di non poter brontolare più del consentito, lui svolgeva il suo lavoro di geniere militare, dove era richiesto, lo sapevo da sempre e, prima della nascita d'Anita, non mi pesava tropo la mancanza di un suo sostegno costante. Ora, però, dovevo ammettere di risentirne moltissimo.

Annalisa già smaniava per uscire, mentre stavo preparando con cura Anita, che sgambettava con gioia, mentre le raccontavo che stavamo andando dagli zii “di cuore”. Io ero già pronta, avevo anche impreziosito l’abito con una bella spilla d’oro, un dono fatto ad Anita per la sua nascita. Uno strano dono per una neonata, in pratica uno spillone da sarta, con la capocchia a forma di farfalla, finemente smaltata, senza alcuna chiusura di sicurezza. Un monile che Anita non avrebbe potuto indossare da piccola; nel frattempo, perché no, l’avrei utilizzato io.

Anita era ancora adagiata sul fasciatoio quando, all’improvviso e senza nessuna ragione al mondo, un irrefrenabile impulso mi spinse a fissarla attentamente, aprirle la bocca e scrutarvi dentro, col batticuore. Perché lo stavo facendo? Era un’azione apparentemente senza senso, ma non potevo smettere di tenerle la bocca aperta, finchè non v’intravidi un improvviso scintillìo. Sempre in preda a non so quale istinto, le misi d’impeto la mano in bocca… e n’estrassi lo spillone d’oro, quello che ritenevo di aver ben appuntato alla mia giacca.

Come diavolo era finito nella bocca di mia figlia? Ero in preda allo smarrimento totale quando, presa in braccio la mia bambina, mi sedetti, spossata e tremante, sulla poltrona vicina. "Mio Dio ti ringrazio, grazie Madonna carissima, grazie Angelo custode e tutti i Santi del Paradiso”.

Baciavo una perplessa e solo lievemente infastidita Anita, piangevo e ringraziavo quanti avevano di certo vegliato su di lei, sopperendo alla mia sbadataggine, guidandomi in quell’impulso irrefrenabile, acutizzando la mia vista, rendendo agile e sicura la mia mano. Una grazia c’era appena stata concessa, aveva salvato Anita e aveva salvato me dalle conseguenze inimmaginabili della stramaledetta fretta con cui, di certo, avevo appuntato alla giacca quell’odiosa spilla che, con furore, spezzai.

Una grazia divina era stata concessa a tutta la nostra famiglia, non me ne spiegavo ancora le dinamiche, ma era accaduto una sorta di miracolo. Lo scintillìo intravisto nella bocca di Anita, aveva riacceso, di colpo, una gran luce nel mio animo.

Da quanto tempo non pregavo, ma intensamente e col cuore palpitante, e da quanto non mi accostavo alla preghiera solo per esprimere un ringraziamento, piuttosto che lamentando o chiedendo?

Ero improvvisamente diversa e lo percepii, di riflesso, nello sguardo degli amici che mi accolsero col solito affetto e che, mentre raccontavo l’accaduto, mi consolarono, giustificarono, lodarono addirittura e, infine, placarono il mio animo.

Ora guardavo, serena, tutti quei ceri accesi. La Chiesa era illuminata a festa, la mia anima era illuminata a festa, mentre pregavo con ritrovato ardore. Avrei custodito questa rinnovata fede con cura e gratitudine, sarebbe stato un impegno gioioso e finalmente sereno.

Anita dava segnali di risveglio, era tempo di tornare a casa, sarebbe stata una fantastica giornata. Mio marito ci stava raggiungendo, una simile grazia andava festeggiata da tutta la famiglia riunita.

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Come citare questo articolo

Nuccia Venuto. “Un improvviso scintillìo”. Ventaglio Novanta, n. 53, 2016. https://ventaglionovanta.it/archivio/un-improvviso-scintillio/

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