“So di essere brutta” disse Giovanna a Giorgio, ex compagno di liceo, il ragazzo più bello dell’istituto Giacomo Leopardi. “E ho scelto te proprio per questo, perché magari il bimbo o la bimba prenderà da te”.
Giorgio prese sottobraccio Giovanna e in silenzio cominciarono a camminare senza meta lungo la via che portava al Liceo, il loro Liceo.
Il pensiero di Giorgio andò agli anni della scuola quando tutto aveva un altro odore. Quando una pizza al Marechiaro era la felicità, una domenica a casa di Fabio meglio di un bel film e una festa in campagna da Gianluigi, il paradiso. Rivisse l’atmosfera dei compiti in classe quando Giovanna passava il suo a chiunque glielo chiedeva e poi, con vari sotterfugi, il compito passava di mano in mano, di fila in fila… e tutti quelli che avevano copiato da lei prendevano un bel voto. Matematica fisica latino non importava, bastava chiedere a Giovanna e il problema era risolto. Il bello era che, per Giovanna (o anche per chi di loro era in grado di aiutare chi era indietro o non aveva capito o all’ultimo minuto si era accorto di avere sbagliato) passare l’esercizio giusto, la frase giusta o l’intero compito era qualcosa di naturale.
Mare. In cinque sull’Autobianchi A 112 turbo di Lamberto, quelli dietro arrivavano distrutti. In sei sulla Fiat 132 di Silvio, uno sempre pronto ad abbassarsi sul sedile dietro gli altri attenti ad avvistare in lontananza una pattuglia di carabinieri o polizia, e via ai lidi per una giornata di discussioni inutili, le più importanti della loro vita. Benzina, panini, birra ombrellone… tutto in parti uguali. Un bagno, una serata con in testa a tutto l’amicizia e l’imminente maturità.
Ora, sulla soglia dei trent’anni, una laurea con lode in medicina Giovanna, una in filosofia Giorgio, entrambi capivano di essere figli di quegli anni. Che tutto, nel bene e nel male, partiva da là.
Giorgio cominciò a pensare ad alta voce, senza sapere se voleva i pensieri di Giovanna o solo i suoi. Giovanna lo capì e rimase ad ascoltare.
“Ricordi quella volta che col tuffo cadde il costume a Cinzia? Che situazione! Cinzia rossa, Fabio blu, Marina ad aiutare Cinzia a rimetterlo, l’altro Fabio a ridere a crepapelle, io imbarazzato che facevo finta di niente, tu a chiedere cosa era successo perché non avevi visto e volevi capire quel trambusto che nessuno voleva spiegare”.
Silenzio. Fra le parole di Giorgio solo i loro passi e il rumore di qualche auto. Nessun imbarazzo per la proposta di Giovanna. L’imbarazzo fra loro non poteva esserci. Per nessun motivo.
“E la maturità?” continuò Giorgio “… mamma mia che fifa!, a studiare come matti giorno e notte, a interrogarci fra di noi, insieme a chiedere consigli al prof. commissario interno alle dieci di sera, la sua pazienza, la nostra invadenza. Poi, davanti ai tabelloni, pianti abbracci di gioia senza sapere se si piangeva per i voti, i più belli della scuola, o perché sapevamo che tutto finiva in quel momento”.
Parlarono della malattia di Marina che era iniziata proprio in quinta, quando Marina rimase assente per una settimana. “Ricordi quando saltò il compito di matematica?” disse Giovanna, "… era perché la visita specialistica non poteva essere rimandata”. Un cambiamento repentino: dai salti sulla spiaggia, dai tuffi in mare sulle spalle di Narciso, a una grigia sedia a rotelle. Il tempo per una laurea a pieni voti e per un figlio che Marina pensava frutto di un miracolo. Poi, seduta per sempre.
Quando parlarono del figlio di Marina, a Giovanna brillarono gli occhi.
Un po’ strabica, occhiali spessi, non troppo alta, Giovanna era quello che sapeva di essere, una ragazza non bella. Mai truccata, un taglio di capelli semplice, da sempre la stessa montatura di occhiali.
Ora Giorgio la sentiva come non l’aveva mai sentita. In modo diretto, tipico di Giovanna, gli era stato chiesto di diventare padre da un’amica che stimava, per la quale avrebbe fatto di tutto. Tutte le volte che Giovanna chiamava per un caffè correva di buona voglia certo di passare un’ora spensierata. Sì, per Giovanna avrebbe fatto di tutto, ma mai avrebbe pensato a tanto…
Mentre le sue ex ragazze gli correvano nella mente, Giorgio sentiva di aver già scelto le parole con cui rispondere a Giovanna. Parlava, parlava, sorrideva ai ricordi, andava nel tempo con salti che solo un amico può capire, ma sapeva cosa dire, cosa fare.
Giovanna era stranamente serena. Aveva chiesto qualcosa che non si poteva definire, eppure era tranquilla. Dopo quella richiesta, niente sarebbe stato come prima per lei, per lui.
Rischiava di rovinare o rinforzare la loro amicizia? rischiava di mettere con le spalle al muro una persona che stimava a cui voleva bene, di ferire, mettere alla prova in modo forse sleale un amico, o dare una dimostrazione unica di stima e affetto?
Giorgio era in subbuglio. Anna gli aveva chiesto di vivere insieme, la bellissima Federica di “concretizzare” il loro rapporto, Laura gli aveva fatto capire quello che invece Giovanna aveva detto chiaramente. Mai si era sentito confuso come si sentiva ora.
Con le altre ci scherzava, scoppiava in una risata, strizzava l’occhio, dava un bacio. Tutto sotto controllo. Ora non controllava niente: cuore, voce, polmoni tutto aveva preso un ritmo diverso. E Giovanna lo avvertiva. Anche di questo non sapeva se esserne contenta o dispiaciuta per Giorgio.
Erano passate due ore fra chiacchiere e ricordi. Si erano ritrovati seduti davanti a un caffè, pagato il conto, rialzati per tornare alla fermata del trentacinque, quando Giovanna disse “… e allora?”.
“Va bene” rispose Giorgio annuendo con la testa, “… va bene Giovanna, non so cos’altro dire”.
In silenzio Giovanna si strinse un po’ di più a Giorgio. La guancia appoggiata al suo braccio per asciugare la lacrima che era sotto la stanghetta sinistra. L’altro occhio lo asciugò in fretta con la spalla. Autunno colorava per sempre un momento magico.
L’appartamento in centro lo acquistarono mettendo un po’ di soldi insieme e il resto firmando un mutuo che la banca concesse senza storie dopo aver visto gli stipendi e una piccola proprietà immobiliare di Giovanna, frutto dell’eredità dei suoi. Arredare l’appartamento fu un gioco. Si davano appuntamento a tutte le ore, dappertutto. Nella pausa pranzo, dopo cena, in centro, in periferia.
Non andarono mai oltre l’abbraccio o un bacio sulla guancia. Sembrava fra loro non fosse cambiato niente anche se era cambiato tutto.
Solo una cosa era diversa, le risate di entrambi. Ridevano per niente, per aver perso di un soffio un tram, essersi presentati entrambi con un regalo, aver scelto un pessimo film. Solo ora Giorgio si era accorto degli occhi di Giovanna, li credeva azzurri invece erano verdi tendenti all’azzurro, col sole verdi. Non si era nemmeno accorto che Giovanna aveva un seno stupendo, di quelli che piacevano a lui, rotondo e grosso, e neanche che quando rideva mostrava una fila di denti candidi perfetti.
La sera che comprarono la cucina, blu con maniglie gialle, il fuoco comodo al centro perché “voglio imparare a cucinare” disse Giorgio come fosse un progetto di vita, uscendo dal negozio Giorgio guardò negli occhi Giovanna la strinse a sé e la baciò.
Mia madre mi raccontò questa storia almeno mille volte. E altrettante per dirmi che aveva visto giusto perché ero identico a mio padre… “bello come lui” aggiungeva fiera come può esserlo solo una madre innamorata.
Mi raccontò questa storia anche mentre finivano le procedure previste per la cremazione. Mio padre lo mise per iscritto che voleva essere bruciato. Lo scrisse nel fascicolo della polizza vita a cui incollò il testamento biologico. Voleva lasciare il suo corpo alla scienza, ma il suo corpo il cancro lo volle tutto per sé. Così mia madre, mentre il carrello scivolava dentro il forno, mi raccontò che lei era brutta ma che mio padre e io eravamo bellissimi.
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Come citare questo articolo
Rinaldo Boggiani. “Giovanna”. Ventaglio Novanta, n. 53, 2016. https://ventaglionovanta.it/archivio/giovanna/