Una casa unifamiliare color nocciola, della prima metà del secolo, facciata simmetrica, finestre regolari e un poggiolino sopra la porta, con un piccolo giardino che la circonda, limitato verso strada da una leggera recinzione ed un “portello”; elementi architettonici che, non si sa come, resistono alla compressione del cemento e del traffico di una giovane Rovigo che vuole cambiare il suo volto (beata ingenuità!) truccandosi da grande. Al campanello solo il cognome. È la casa del professor Edoardo Chendi, riconosciuto pittore del nostro novecento.
Si entra, e l’atmosfera è subito accogliente e cordiale; nessuna indulgenza alle mode degli interni, solo rigore e coerenza.
L’impianto non tradisce le aspettative: ingresso con scala d’angolo che sale all’unico piano superiore, due stanze laterali: salotto e pranzo, sul retro, i servizi della casa.
I quadri, alle pareti gialline, sono i suoi quadri. Ordinatamente allineati sul filo della base inferiore della cornice appaiono nella buona luce del pomeriggio primaverile. Impareggiabile e premurosa ospite-guida è la Signora Alma, mentre il professore riposa in poltrona, convalescente per una noiosa influenza.
E così, poco a poco, si sfila una straordinaria galleria domestica, selezionata di opere che abbracciano l’intero arco della sua vita artistica.
I ritratti dei modelli all’Accademia di Belle Arti di Bologna dove nel ’26 conseguì la maturità e quattro anni dopo, il diploma di pittura, dimostrano già elevate capacità introspettive. Uno dei suoi maestri, tal Giorgio Morandi, all’esame delle prove, soleva dirgli “Va bene così e continua”, senza alcun altro suggerimento. “Non mi ha insegnato niente” commenta il professore con un sorriso che sa di riconoscenza.
Ma non si direbbe, osservando quei paesaggi polesani, immobili quasi sospesi ad un attimo del tempo, dominati dalle equilibrate campiture cromatiche delle masse arboree che si elevano sulle soffici distese d’erba. Svettano punte lontane di rossi campanili ad indicare cieli carichi e densi. Si muovono dolci e sinuosi tratti di sentiero a volte percorsi da solitari e misteriosi viandanti. E questo universo verde avvolge dosati volumi di rassicuranti gruppi di case. Le regolari aperture sui morbidi piani delle facciate accolgono le luci del giorno, stemperandole nei più chiusi spazi dell’intimità.
Non solo pittura per Chendi che, mentre riceve i primi riconoscimenti, continua gli studi frequentando nella stessa Accademia il corso di Scultura e all’Istituto di Belle Arti di Urbino raggiungendo il diploma in Decorazione e Illustrazione del Libro.
Lo stesso impegno che lo mosse verso l’arte, lo caratterizzò nella fede politica e, per l’affermazione delle proprie idee, in un difficile periodo della nostra storia, subì il confino in Lucania dal 1937 al ’41. Fu però un quinquennio proficuo, in un ambiente che lo accolse come amico e che lasciò un segno forte nella sua produzione.
È il periodo delle verdi colline d’argilla, di paesini arroccati sui crinali, con la teoria delle schiere bianche di basse abitazioni contadine a contornare alla base le calde striature dei cieli mediterranei. Alcuni personaggi di quei luoghi sono stati fissati nella tela: è il caso del notaio di Pisticci, austero e importante; altri nella memoria, come il falegname del paese che, nonostante i pesanti divieti di frequentare il confinato, lo accoglieva nella sua bottega e lo invitava alla sua mensa.
“Gente buona e coraggiosa, quella….” e il professore ricorda con amarezza che, al ritorno nella sua Rovigo, quando si recava al bar per un caffè, gli si faceva il vuoto attorno. “L’unica persona che aveva il coraggio di sedersi al tavolino con me, era il mio amico scultore Virgilio Milani!”.
Di Chendi s’è detto che fu un “isolato”: infatti ha lasciato che le mode più stravaganti di una pittura facile e vuota si esaurissero da sole e mai le fugaci e sterili avventure l’hanno soltanto tentato.
Un documento da considerare a buon diritto storico, il Catalogo n. 4 della Piccola Galleria del Polesine presso il negozio dello Stabilimento Floreale Polesano A. Rizzi di Rovigo via Umberto 1° 32, elenca quattordici sue opere; e tra i titoli spiccano: Rose, Dalie, Tulipani n. 1, Tulipani n. 2, Giardini. I fiori, ecco un altro tema caro al professore. Ad ogni omaggio floreale ricevuto, usava ricambiare con una tela che lo riproduceva fedelmente. Ed il numero di queste pitture profumate è rilevante.
I paesaggi, i fiori, i ritratti, di amici, di colleghi pittori, come quello parlante del malinconico e cagionevole Pinelli, appartenente ad una ricca collezione privata, o di bambini dalle esili membra e dai grandi occhi fragili e spalancati sul mondo; colpiscono sempre per la luce precisa, per la fusione cromatica controllata nel dettaglio, per la profondità emergente dalle prospettive restituite in spirituali atmosfere.
Incisioni, sculture, mosaici e perfino restauri; e ancora sistemazioni urbanistiche hanno arricchito la sua esperienza artistica. Con altrettanta coerenza ha proseguito nell’impegno politico e sociale, e ciò lungi dal distrarlo, ha costituito fondamentale apporto di contenuti alla sua qualificata produzione.
Il pittore Chendi è stato anche stimato insegnante a generazioni di giovani presso alcune scuole superiori della città. Lo si ricorda dai banchi del liceo scientifico, nei “favolosi” anni ’50, quando la classe attendeva le sue ore come un’evasione, perché si poteva lavorare insieme, assimilando i grandi temi della storia dell’arte, attraverso l’uso delle varie tecniche del disegno; il tutto senza la costrizione di una rigida disciplina che caratterizzava gli altri insegnamenti.
Dopo aver ammirato alcune sue opere ad una mostra allestita dall’Associazione Culturale Minelliana lo scorso anno presso il palazzo Roncale, dal titolo “L’immagine necessaria – Rovigo dipinta”, sembra poter anticipare un importante prossimo appuntamento dell’Accademia dei Concordi di Rovigo, per un’antologica del pittore Chendi, che sarebbe doveroso riconoscimento al suo felice percorso artistico.




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Romano Murmora. “L’arte di Edoardo Chendi”. Ventaglio Novanta, n. 1, 1990. https://ventaglionovanta.it/archivio/larte-di-edoardo-chendi/