L'ho incontrato sulla Riva degli Schiavoni. Guardava rapito la laguna. Al posto dei saluti, additandomi l'isola di San Giorgio, continuò, ad alta voce, le sue riflessioni: “Guidi ha sfuocato il paesaggio ed ha colto solo l’essenziale descritto dalla luce”. Con acute osservazioni decodificò alcuni aspetti della personalità artistica di Virgilio Guidi.
Nella cornice di un mare smeraldino, sotto un cielo perlaceo, con la Salute sullo sfondo, ho avuto l’opportunità di conversare con il pittore Mosè Baratella.
Era giunto a Venezia per ammirare il Tiziano e la Biennale; tappe d’obbligo, disse, per l’aggiornamento, per una lettura del passato, per arricchire lo spirito e per correggere il tiro. “I grandi, anche dal passato, insegnano sempre; mi sono formato ammirando i maestri. Ai miei tempi, la cultura era legata al benessere economico dei pochi e, conseguentemente, restava monopolio di una cerchia élitaria. L’Accademia restò solo un sogno; forse, se l’avessi frequentata non sarei ora pittore, ma un insegnante in pensione…”
Parecchi anni fa, quando vestivano alla marinara, indubbiamente erano in pochi i fortunati che potevano completare un curriculum di studi. Le restrinzione dei tempi hanno giovato alla formazione artistica di Mosè Baratella, alimentando la passione, che lo segnò da bambino.
Era il pupillo del maestro Sebastiano Toscano, soprattutto quando disegnava la campagna ed i volti dei compagni.
Adolescente, si spingeva in bicicletta fino ad Arquà Polesine per assorbire le tecniche coloristiche del Goltara; accettò in dono dagli eredi la cassetta in legno contenente alcuni “Ferrario” ad olio: “le ocre, i bruni, il blue di prussia, erano i colori prediletti dall’arquatese”.
Mi confessò che l'albero solitario, semispoglio, ingiallito, davanti alla fattoria, il pulcino morto alla Luigi Nono, la natura morta con l'uva ed il ritratto della nonna, temi cari dell'adolescenza, sono oggi reperti archeologici, se misurati con la forza espressiva di alcune opere di maestri contemporanei presenti alla Biennale.
Secondo l'artista, la maestria esecutiva deve essere “ancilla” nelle raffigurazioni di indagini introspettive e di fenomeni sociali; “purtroppo, anche se non ho fatto neppure un giorno in camicia nera, né un sabato fascista, renitente alla leva e partigiano, ho vissuto la prima parte della mia vita nel clima tipico della “giovinezza-giovinezza” e l’arte di regime amava il mero estetismo, piuttosto della libera circolazione delle idee”. E così Baratella, ribelle a qualsiasi imposizione, si dimostrò tale anche in arte.
Nel suo studio rodigino, alle pareti, emergono le correnti di un secolo; ha provato molte tecniche e numerosi stili con l’intento di rubare la linfa dei Maestri per raggiungere la sua arte. L’approdo è stato in un’arte singolare, antiaccademica, nella quale la luce definisce i corpi. Al di là della ricerca tecnica, le opere di Mosè Baratella si misurano con il tempo per l’attualità delle tematiche.
Trentenne conobbe Gino Pinelli e, similmente al grande trevigiano, in quegli anni di ricostruzione post-bellica, non rimase influenzato dai movimenti innovativi. In quegli anni sposò ed abbandonò il futurismo, il cubismo e la metafisica per far sua un’arte personale, che univa, in simbiosi, l’espressionismo e l’impressionismo. Il risultato fu una produzione pacata, tutelata dalla libertà interiore ed esterna. Sono testimonianza di quel momento i ritratti di famiglia, i volti dei contadini, le figure delle massaie, i paesaggi polesani, il Canale, la rotta del Po. Tutti dipinti puliti, con i cieli tersi ed infiniti verdi.
Seguirono i tempi della congiuntura, delle crisi, della contestazione sessantottina, della paura,… l’idillio arcadico venne sottomesso da cambiamenti d’umore in sintonia ai mutamenti sociali.
Tele vibranti additano le piazze in fermento, la rivoluzione del sesso, preti che diventano savonaroliani crociati contro il malcostume, i giovani contestatori, la droga, l’aborto…
Non è un’arte programma, né un simbolismo per delineare una cronaca, né una produzione partorita nella “casa del sordo” per fissare i fantasmi e le streghe; è il flash che coglie le paure del momento. Nelle “ultime notizie” è ritratto l’uomo qualunque mentre vede, tra i fatti di cronaca, la propria immagine di ricercato, colpevole di qualcosa. Nella tela “ragazza sul fiume” non è sdraiata sull’erba la prosperosa giovane di Manet, intenta a consumare la colazione, ma una fanciulla disinibita… “Una madre” butta via il nascituro; “l’avvocato”, sotto toga azzanna l’osso come un animale famelico… e gli occhi fissano lo spettatore. Sono proprio quegli occhi pungenti ed inquisitori che, dai numerosissimi autoritratti, scrutano l’animo umano, per trasmettere intime sensazioni. Denotano anche l’insofferenza, proprio com’è Baratella nella vita quotidiana.
Apparentemente tranquillo, malcela l’irruente necessità di produrre. Avrebbe preferito vivere come un eremita pur di dedicarsi completamente alla pittura. La famiglia è stata per lui un fattore limitante; è stato comunque un padre esemplare e marito modello. Ha però trovato il tempo di creare molto e di accrescere il bagaglio delle esperienze pure attraverso la scultura e l’uso di diversi materiali cromatici.
Quando Angelo Prudenziato sperimentava “le cortecce”, Baratella sovrapponeva colori di natura diversa; i due confessavano reciprocamente le esperienze lungo il Corso.
In quest’ultimo periodo, su voluminose tele, è ritornato all’arte leggibile, bella, senza tempo, contraria alle avanguardie. Alcuni sono soggetti religiosi e, tra Cristi e Maddalene, quasi a mo’ di firma, esegue l’autoritratto. È forse segno di socratica modestia…
Consapevole del proprio talento, ama vivere nell’ombra ed è schivo dei cenacoli locali; eppure ha riscosso validi riconoscimenti e le sue opere torreggiano in collezioni pubbliche e private.
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Come citare questo articolo
Vincenzo Baratella. “L’antiaccademico Baratella”. Ventaglio Novanta, n. 2, 1990. https://ventaglionovanta.it/archivio/lantiaccademico-baratella/