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ARTEOGGI

I mosaici di Cappellato

L’artista di Bosaro coltiva l’antica disciplina, realizzando opere suggestive

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 2 1990 pp. 114–116

Ricordo ancora distintamente la forte impressione provata da ragazzo quando, nella prima fuggevole visita a Venezia mi affacciai su piazza San Marco e la basilica mi apparve come una incantevole visione, illuminata dai raggi dorati di un sole già al tramonto.

Il gioco di luci e colori dei mosaici che ricoprono la facciata del monumentale complesso religioso, ineguagliabile scenografia alla stupenda piazza, mi fecero vivere i magici momenti delle fiabe più belle.

Da allora ho sempre conservato una particolare ammirazione per l’arte musiva. E sempre mi sono soffermato con interesse a considerare l’originalità di queste composizioni, ogni qual volta mi è capitato di trovarmi di fronte ad opere realizzate con questa tecnica. Spesso ho considerato la valentìa degli appassionati artisti che hanno dedicato molta parte della loro esistenza a creazioni tanto originali. Opere realizzate in secoli in cui ancora non era stata inventata la massima economicistica “il tempo è denaro”, lontani quanto mai dalla spasmodica ricerca di novità spesso effimere che troppo frequentemente caratterizzano i nostri giorni.

È stata pertanto una sorpresa, naturalmente graditissima, l’apprendere che anche in Polesine esiste un artista che, alle soglie del 2000, ancora segue gli antichi itinerari dei maestri bizantini.

Si tratta di Virgilio Cappellato di Bosaro, che dedica a questa originale disciplina la maggior parte del suo tempo libero. Formatosi frequentando la scuola per mosaicisti di Venezia, appena diplomato ebbe modo di utilizzare immediatamente le sue conoscenze provvedendo, sotto la guida del prof. Angelo Orsoni al restauro del pavimento della Ca’ D’oro. Ma ben presto il richiamo della terra natia ebbe la meglio ed indusse Cappellato al suo ritorno in Polesine, con la conseguenza però di dover trovare un’altra attività per vivere e riservare all’arte amata soltanto il tempo del dopolavoro.

Nelle sue realizzazioni egli segue gli antichi canoni, ovvero quelli che assicurano il massimo splendore ai mosaici, rifuggendo dalle metodologie più semplici, per inserire direttamente le piccole tessere su una base di intonaco fresco. Ciò gli permette di utilizzare frammenti non appiattiti che, conservando una certa asperità esterna ed inclinazioni variabili di fronte alle sorgenti luminose, fanno risaltare al massimo gli effetti cromatici e di luce.

Fedele custode delle tecniche tradizionali, Cappellato scopre anche il piacere di realizzare opere con materiali di risulta: scaglie di marmo, recuperate tra le macerie di una casa in demolizione, o lucenti sassolini raccolti presso un ruscello, possono costituire la materia prima delle sue creazioni. Le mani di Cappellato, seguendo i dettami del cuore, fanno rivivere immagini suggestive, spesso ispirate all’iconografia classica. E l’opera riluce tanto più preziosa ed espressiva, quanto più piccoli e numerosi risultano i frammenti accostati. Un lavoro minuzioso dunque, che richiede perizia tecnica e senso del colore, e che trova nell’artista di Bosaro un cultore attento ed innamorato.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “I mosaici di Cappellato”. Ventaglio Novanta, n. 2, 1990. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-mosaici-di-cappellato/

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