Incontro con Paolo Grossi
Nato a Lendinara 33 anni fa, ove risiede e lavora, Paolo Grossi è insegnante presso l’Istituto Tecnico-Commerciale e da alcuni anni scrive poesie. Ci incontriamo con l’autore per una breve intervista.
Quando è iniziato il tuo interesse per la poesia?
“Più o meno, cinque anni fa. Non è stata una passione “precoce”, anzi. Il motivo? È semplice: prima di allora non avevo mai pensato che la realtà potesse essere vissuta come “canto”. Un verso lirico, come ad esempio “Colloquia col tuo riso la mia sera”, che mi nacque in quegli anni, può apparire banale a chi non ha mai vissuto tale semplice verità nel suo intimo”.
Dunque la poesia è per te soprattutto poesia lirica?
“Oggi non lo credo più. O almeno, non soltanto lirica. La poesia ha, come ogni arte, il compito di presentare la condizione dell’uomo contemporaneo e di suggerire per lui uno spiraglio (un “varco”, direbbe Montale)… In questo senso, si potrebbe parlare di poesia “epica”, oggettiva. Quale spiraglio, mi chiederai. Se scavi un po’ in molte mie poesie, noterai che si tratta di uno spiraglio religioso. Anche le poesie d’amore comunicano a volte quel pizzico di incertezza che ti fa chiedere: si tratta dell’amore tra uomo e donna oppure tra Dio e l’essere umano? La risposta forse più esatta è: sia l’uno che l’altro”.
Quali sono allora i tuoi punti di riferimento?
“Naturalmente Mario Luzi. E Montale. E quel poeta che ha influenzato l’uno e l’altro: Thomas S. Eliot!”.
Ti inviterei ora a riflettere sui giovani, possibili fruitori (e creatori) del messaggio poetico. In che misura, secondo te, essi sono disponibili ad aprirsi a tale messaggio?”
“Alcune difficoltà possono costituire per loro un ostacolo: la poesia è un testo scritto e non un’immagine, ha le sue regole anche se è aperta a innovazioni, e infine richiede uno sforzo, di interpretazione. Tuttavia, superato ciò, un giovane ha dalla sua una buona freccia: in antitesi alla cultura dell’“assenza”, del “nulla” e della mancanza che troppo spesso caratterizza la nostra epoca, il giovane comprenderà che un sostegno lo può trovare solo altrove, nella riflessione, nella ricerca di un significato, di uno scopo, nella poesia appunto…”
IL VIAGGIO ANNUNCIATO
Nessuno busserà alle tue porte intatte che conducono alle estati venienti dal Bosforo e dalla Scizia, dove la trama ardente delle messi si fonde con il cielo aperto e chiaro; crepe di fossi schiudono germogli d’acque e rocce in meditazione li contemplano.
Labirintiche, spoglie coste e prode sono sosta alle vele che attraversano il vento. La mia angoscia è una perenne inquietudine prolungano il tempo del soggiorno; per mesi m’alimento del mio nulla. Se qualcuno mai venne e proseguì – o viene, o mai verrà per indicare… ma qui non ricordano accadesse. Da un riparo misuro le ondate; la partenza è rimandata sine die.
LUCORI
Mi scuote come vento negli anfratti il declino del giorno sulla casa. Il vetro che s’affaccia alla tua, stesa fra i canneti, è coperto di barattoli pieni e vuoti.
Va e vieni di zanzare che non lume né fiammifero richiama; soffitto basso di stanza soffocata. Spume senza luce s’accostano alle chiatte.
Sopra un tavolo buio il piatto spande la bianchezza di tre piccole zolle d’uno zucchero fine. Lì s’accende, lucerna vivida – prodigio folle.
INSEGUIMENTO
La notte che già viene come un sogno e m’accompagna lungo le rotaie vuote dei tram, è più sola del passo che risuona nell’aria; mentre osservo la strada non incontro che i binari – più lontano, la nebbia nel suo muro.
E tu dov’eri, quando ti chiamavo con le mie ripetute interurbane… Eppure, nonostante l’impazienza, e il trillo dei tranvai morto da ore, e i segni che non vengono sorpresi quando sono richiesti, non intesi mai se ero inseguitore o inseguito.
A UN’AMICA DI TERRA D’EUROPA
“E riusciremo mai a benedire coloro che partono e benedire coloro che rimangono…”, mi sussurravi al telefono senza indugi, come se partenza e stasi non fossero per te che gli attributi d’una sola, dolorosa sostanza.
Sono lontane le tue prime guerre di visti e passaporti.
Ed ora viene un lungo e grande sogno – da cui ti sveglieresti con angoscia se non fosse una storia, la tua (la nostra forse di domani) che si fa strada tra i sorrisi e i gridi:
abbracciavi migliaia di persone di là da un muro che ascoltava inerte le parole infinite e le domande; tu non riconoscevi i tuoi o i loro e sconosciuti ad altri sconosciuti, come comete a stelle, offrivano una nuova passeggiata di cielo
IL COMPLEANNO
Se mai daremo a questa notte il modo e il tempo di finire, svenderemo ad altri gli occhi pesanti di buio: per noi non valgono i mattini dolci di cupole, villaggi, contadini.
Ho visto il ghetto tra le case grigie, manicomio o mercato dell’oriente. L’aria fresca è qui una merce preziosa, e il proprietario di un albero esige una tassa per sedervisi accanto.
E ancora oggi continuo a pensare: ci sarà ancora un nuovo compleanno, e scarpe nuove, e una nuova camicia?
C’è soltanto una rosa striminzita tra i casermoni della piazza anonima; mi ferisco le dita per raccoglierla.
TUTTO ANDRÀ BENE
Questa nebbia la conosco da troppi mesi. Il tuo volto lo vedrò in ritardo, se mai il fumo che respira sarà cacciato via dal vento che attendiamo.
Ora non ho che da imparare il passo tuo, la misura delle mani e qualche parola in codice – fanale, ala…
La cattedrale brucia desolata: l’iconostasi disfatta s’abbuia, si staccano gli affreschi dalle volte – nuovamente si compie l’Ascensione.
E partiamo anche noi. Non torneremo: oppure torneremo, ma diversi.
Eppure, mentre indugio lungo questa riva straniera, sento che una luce pur debole potrà passare il buio in volo e che supereremo gli anni estranei. Ce la faremo in un modo o nell’altro, nella nostra cucina ci riuniremo ancora attorno al tavolo. Un giorno tutto andrà bene, andrà bene.
IL PORTO INVISIBILE
Si spengono i motori, c’è silenzio sopra il mare adagiato. La notizia d’una notte imprevista, d’una festa supplementare si diffonde, e piace. Si preparano orchestre, tavolini, preziosi vini d’annata. Qualcuno mi dà del matto se mi scorge a prora, l’occhio a cercare all’orizzonte luci improbabili; ad altri volgerà domani la sua voce questo faro muto.
Di là dall’ombra, io non so se sei venuta a sera all’idroscalo, o una nuova ventura ti trattiene chissà dove, più lontano di ieri.
NELLA SERA
Rimani qui e sorridi ancora un poco, tu che non odi al fondo del tuo vivere l’ombra che ci trasforma in cattedrali buie.
Rimani e dimmi se mi conosci, per una via segreta, quel riverbero e il fuoco tenue che una goccia effonde nella sera di pioggia e di gerani.
A MIO PADRE
Qualche tua semplice parola, padre, mi apriva il mondo – ed ecco, lo amavo; da quel tempo mi segna, mi imprime il suo sigillo.
Chiamarti vecchio era come chiudere gli occhi su un paese sconfinato dove le età non si distinguono o, forse, non esistono.
FESTA UMBRA
Ora si culla lieve il verso, fiotto di deformate sillabe da quando eri sparita nella babilonia d’umbre calli accecate da una festa di gerani.
Poi tra la folla impazzita scendemmo, ciascuno in solitudine, nel fondo del paese. Dove sei, mi chiedevo cercando tra gli sguardi un altro sguardo perso. Ciascuno, forse, allora intese quanto infondata sia l’idea che in uno o in due la passeggiata è sempre questa e non muta.
CERCANDOTI
“Tutto bene?”, mi chiedono al tavolo vicino, mentre osservo con la calma di un vecchio il mio bicchiere. La domanda ricompone i pensieri, fa fluire un po’ di vita ai muscoli degli occhi, del sorriso. Tutto bene, vorrei udire da me stesso allontanandomi da questa sala, dal solo ricordo di te.
Mi cercasti o ti cercai… non si seppe allora, né da allora mai s’udirono risposte.
Ed è così che mi sfuggono i giorni, così un’attesa segue ad altre attese e richiama un bicchiere nuove angosce – qualcuno fra di voi mi riconosce?
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Come citare questo articolo
“Nella poesia la condizione dell’uomo”. Ventaglio Novanta, n. 2, 1990. https://ventaglionovanta.it/archivio/nella-poesia-la-condizione-delluomo/