I passi risuonarono nuovamente, cadenzati e senza entusiasmo, il ritmo rotto di continuo dall'incerto e scoordinato procedere di uno dei membri del piccolo gruppo, per il grigio corridoio. Alzò gli occhi da quello che stava facendo, e gli ci volle solo il tempo strettamente necessario per passare dalla visione ravvicinata del ripiano della vecchia scrivania alla focalizzazione precisa delle tre sagome che incedevano in distanza; un breve attimo per innescare il processo mentale che doveva concludersi con il suo prendere il mazzo delle chiavi ed alzarsi in modo pesante, svogliato, un movimento usuale e senza tempo, noioso ed ineluttabile come lavarsi la faccia o farsi la barba al mattino.
Il prigioniero stava fra le due guardie in divisa; non lo guardò neppure in viso e lui aprì la porta come aveva fatto innumerevoli altre volte. L'espressione delle guardie era celata dalle visiere dei berretti, l'uomo entrò e lui diede, come di consueto, uno sguardo all'interno: il tavolo, la sedia, il letto, la penombra anonima ed irritante. Chiuse la porta e le due guardie se ne andarono.
Rimasto solo all'interno della stanza, l'uomo sembrò avere un momento di esitazione; guardò verso la finestra senza vetri e osservò le scarpe senza stringhe; si tirò su i pantaloni privi di cintura ed andò a sdraiarsi sul letto, che consisteva in una panca di legno con un materasso e qualche coperta ruvida.
All'interno era costantemente accesa una lampada, e fuori della finestra si trovava un muro e forse una specie di tettoia, molto vicini; ed anche là era piazzata una forte lampada, sempre accesa in modo che dall'interno non si riusciva a capire se fosse giorno e notte. Non aveva capito bene in che luogo lo avessero portato: ogni tanto dal di fuori si sentivano dei rumori come di grossi veicoli a motore, passi cadenzati di piccoli gruppi di uomini e, molto più raramente, l'abbaiare smorzato di un cane. Non era riuscito a tenere il conto dei giorni; praticamente non aveva mai visto la luce del sole da quando si trovava là e l'orologio gli era stato confiscato all'inizio insieme a tutti gli altri effetti personali, eccettuati i vestiti che indossava.
Aveva perso da un pezzo la cognizione del tempo; i pasti gli venivano serviti ad intervalli irregolari, per lavarsi doveva aspettare che venissero a prenderlo, sempre ad intervalli di tempo non fissi e doveva farlo sotto gli occhi indifferenti delle guardie; una volta erano venuti anche a cambiargli le coperte. Gli stessi interrogatori non gli sarebbero serviti a tentare di tener conto del tempo. Venivano a prenderlo dopo quella che a volte gli sembrava un’eternità o dopo nemmeno un’ora che si era addormentato (ma forse era vero l'opposto, non sapeva più), raramente l'ufficiale, che gli faceva le domande da dietro una scrivania al centro della stanza consultando di tanto in tanto i verbali delle sue precedenti dichiarazioni, era lo stesso della volta precedente; anche l'interprete cambiava spesso, a volte si trattava di un civile scuro, vestito di nero che non osava nemmeno sedersi, a volte di un militare, rigido e distaccato, gli si rivolgevano in un italiano cantilenante ma sicuro, partecipi in fondo dello sdegno malcelato dell'ufficiale seduto alla scrivania o col tono rassicurante e velatamente ironico di chi sa di aver a che fare con un pazzo o comunque con un disadattato. Ogni volta le domande erano le stesse, o cambiavano di poco.
“Dica il suo nome”.
“Antonio Novelli”.
“Nato?”
“Quattordici luglio cinquantatré”.
“Nazionalità?”. Più di qualche volta, a questa domanda, non riusciva a trattenere un moto di impazienza, che cercava in ogni caso di dominare in quanto si era convinto che un qualunque suo accenno a perdere la calma li divertisse malgrado le espressioni impassibili. “Italiana”.
Di nuovo l'ufficiale scrutava le sue carte e si rivolgeva con un borbottìo all'interprete: “Dove vive, che lavoro fa, è sposato?”.
“Faccio il geometra, a Ferrara. No, non sono sposato, convivo”.
Questa era una parola che sembrava disturbarli. “Però ha dei figli”.
“Sì, due. Marcello di cinque e Nicola di uno e mezzo”.
Dopo un momento di silenzio, di nuovo. “Perché è venuto solo?”.
“Vacanze separate, da noi si usa così”.
L'interprete aggrottò vagamente le sopracciglia per quello che gli sembrò un accento troppo marcato su quelle due parole “da noi”, ma decise di non farne nulla e proseguì: “Scopo apparente della sua visita?”.
“Turismo”.
A questo punto l'ufficiale prese un tono più confidenziale, scherzoso, quasi, guardandolo dritto negli occhi e sporgendosi sulla scrivania mentre parlava. “Vuol dirci qual’è il motivo che l'ha spinto a tradire l'ospitalità della Repubblica Democratica Bulgara e ad intraprendere azioni di sabotaggio durante la sua permanenza qui?”.
“Non ho tradito nessuna ospitalità e non ho fatto nessun sabotaggio”.
Alcune foto vennero buttate con noncuranza sul tavolo, dopo essere uscite da una cartella di pelle scura. L'uomo si sporse e le guardò distrattamente. “E queste?” disse l'interprete.
“Sono solo fotografie”, disse dopo averle osservate.
“Solo fotografie, solo fotografie”, ripeté macchinalmente l'interprete, mimando persino il motto di stizza dell'ufficiale. “Secondo lei, riprendere treni, fabbriche, aeroporti, ed indicò col dito una delle foto, “persino una caserma con truppe in movimento, sarebbero fra gli scopi di qualsiasi tranquillo turista?”.
“Da noi nessuno dice niente per quello”.
Di nuovo quelle parole, di nuovo “da noi”. L'ufficiale disse qualcosa e fece con disprezzo il segno del denaro: si strusciò lento il pollice contro l'indice. “Chi la paga? Chi sono i suoi padroni?”.
“Nessuno mi paga, non ho padroni e voi lo sapete benissimo”.
“Che cosa intende con questo? Si riferisce forse alla sua militanza al partito?”.
“Certo”.
“Non ci faccia ridere”.
Gliel'avevano chiesto già altre volte e sempre aveva risposto loro: si era iscritto alla Federazione Giovanile a quattordici anni e a diciotto al partito. Non ricordava nemmeno lui le domeniche che aveva perso a distribuire volantini o a vendere il giornale porta a porta, per non parlare delle riunioni, dei comitati, delle feste.
“Ma è possibile che non capiate?” disse non senza notare che l'ufficiale seduto stava dando segni palesi di impazienza. “Io non faccio parte dei vostri nemici, sono da sempre iscritto al vostro stesso partito, sono venuto a visitare il vostro Paese con una comitiva di simpatizzanti e ho fatto delle foto come qualsiasi turista. Questo è tutto, e voi lo sapete benissimo”.
A quel punto successe una cosa che non era mai avvenuta: l'ufficiale perse la pazienza ed urlò qualcosa sbattendo il pugno sul tavolo.
“Basta!” ripeté l'interprete, “chi vuol prendere in giro!? Non ci venga a parlare di amici, sappiamo noi bene riconoscere gli amici e i nemici. Devo forse ricordarle che lei ha servito come caporalmaggiore in un reparto di assaltatori di fanteria dell'Italia nord-orientale?”.
L'uomo tacque, si guardò le mani e scrutò di nuovo in viso sia l'interprete che l'ufficiale, il quale nel frattempo si era calmato. Lo fecero alzare e lo ricondussero via.
Fu tre volte dopo, o forse quattro, (l'ufficiale doveva essere più anziano e più in alto grado e l'interprete più magro e più rigido nella sua uniforme), che gli porsero quella foto.
“Lei conosce quest'uomo?”.
La fotografia raffigurava un tizio alto con un vecchio giubbotto, ripreso nella via popolosa di una città; non era molto nitida, ma si riusciva ugualmente a distinguere che tipo di persona fosse. Biondastro, dai trentacinque ai quaranta, teneva una mano in tasca ed una penzoloni camminando, la corporatura era robusta; il tutto dava come un'aria di disagio, di scarsa affidabilità, non che si potesse definire sinistro, ma la sicurezza che avrebbe ispirato ad una vecchietta nell'aiutarla ad attraversare sarebbe stata almeno pari al senso di disagio che la stessa vecchietta avrebbe provato alla vicinanza di quel vecchio giubbotto, a quello sguardo torvo, al taglio amaro della bocca.
Restituì la fotografia e si fece indietro sulla sedia, appoggiandosi allo schienale. “No”, mentì, “non l'ho mai visto prima”.
“Il nome Enrico Sartori le dice qualcosa?”.
“No”.
“Prima di venire in Bulgaria è stato qualche giorno a Bologna?”.
“Sì, ci sono stato”.
“Per quale motivo?”.
“Lavoro. Dovevo contattare delle persone”.
I suoi interlocutori inarcarono le sopracciglia. “Vuol essere più esplicito?”.
“Non sono molto contento del mio attuale lavoro e sto, stavo cercando qualcosa di meglio”.
L'ufficiale tolse altri fogli dalla cartella (che sembrava, a ben pensarci, la stessa per tutti) e li scorse.
“Lei non sembra aver dimostrato mai in passato una, diciamo così, lunga resistenza nel conservare i suoi posti di lavoro. Non è così?”.
“La situazione da noi non è molto rosea. Anche se un posto ti sembra buono all'inizio, con due figli che crescono è abbastanza difficile tirare avanti; e poi, a trentacinque anni, non te la senti di sopportare le umiliazioni della gavetta come un ragazzo di venti”.
Forse l'interprete e l'ufficiale pensarono che finché uno non sopporta le umiliazioni della gavetta, non potrà mai andare oltre lo stadio del ragazzo di venti, ma in ogni caso nessuno dei due disse nulla in proposito.
“Ma la sua… compagna, non lavora anche lei?”.
“Sì”.
“Laureata in medicina all'Università di Ferrara nel settantasei, specializzata in anestesia, attualmente impiegata all'Ospedale Maggiore di Ferrara, età quarantuno, nata ad Aosta, eccetera eccetera. Non è così?”.
“Sì, è così”.
L'ufficiale congiunse le punte delle dita e se le guardò a lungo. “Così lei è stato a Bologna fra il trenta marzo e il cinque aprile per questioni di lavoro e non ha mai visto in vita sua l'uomo raffigurato in questa foto. Non è così?”.
“Sì”.
“Mi consenta, Herr Novelli; non creda di migliorare la sua posizione continuando a prenderci in giro. Se fossi al suo posto non me la sentieri di fare altrettanto”.
“Non sto prendendo in giro nessuno e non so nemmeno in che posizione mi trovo”.
“Lei è un nemico del Popolo Bulgaro, un sabotatore ed una spia. Lei si è introdotto nel nostro Paese per compiervi attività contrarie alla sua sicurezza, lei era in contatto con membri del Servizio Segreto italiano, lei ha servito come graduato un esercito imperialista, lei ci sbandiera continuamente davanti la finta militanza nel suo partito per ingannarci e prenderci in giro. Ma oltre a tutto questo”, di nuovo l'ufficiale si guardò le punte delle dita, “lei finge di non essere a conoscenza della gravità della sua situazione, e non fa nulla per migliorarla. Ne terremo debito conto a suo tempo, non dubiti”.
Un giorno la porta si aprì ed il piantone fece entrare due persone; in una di esse riconobbe uno degli interpreti, un civile, l'altro, un uomo sui cinquanta alto e brizzolato con un impermeabile nero, si qualificò come Giovanni Monteneri, del Consolato Italiano a Sofia. I documenti che gli mostrò sembravano autentici, del resto.
Aveva chiesto così tante volte di parlare con un rappresentante del suo governo da stancarsene del tutto; ogni volta gli era stato risposto di avere pazienza, rispondere alle domande e stare tranquillo.
L'interprete doveva assistere al colloquio, nessun altro di loro era presente; furono portate altre due sedie e i tre si sedettero al tavolo. Il membro del Consolato lo mise al corrente dello stato della sua famiglia, del tempo che faceva al di fuori e degli sforzi che stavano facendo per toglierlo da quell'impaccio.
“Da quanto tempo mi trovo qui?”.
L'uomo con l'impermeabile nero guardò un attimo l'interprete seduto in mezzo a loro prima di rispondere. “Tredici giorni”.
Novelli abbassò il capo e sospirò, girando appena la testa di lato, le mani sempre posate sul ripiano del tavolo. “Ma perché mi tengono qui, che cosa ho fatto?”.
L'altro sembrò avere un accenno come di smarrimento, se non proprio di incredulità, da cui si riscosse subito. “L'accusa ufficiale è di spionaggio”.
“I giornali che cosa dicono? Quelli italiani, intendo”.
“Per il momento non si dà molto risalto alla cosa. Abbiamo fatto in modo di non smuovere troppo le acque finché non ne sapremo di più”.
“Ma è giusto che la gente sappia, per la miseria. Non lo capisce che mi tengono qui da tredici giorni senza un'imputazione, senza dirmi il perché?”.
“Deve stare calmo, e collaborare. Se veramente lei non ha fatto niente, la cosa si risolverà. Deve aver pazienza fino al processo”.
Era la prima volta che sentiva pronunciare quella parola, e la consapevolezza di trovarsi nei guai si fece strada con penosa lentezza nella sua mente.
“Come sarebbe a dire, se veramente non ho fatto niente?” chiese incredulo.
Monteneri lo guardò in viso; entrambi sembravano essersi dimenticati della presenza del funzionario bulgaro, immobile nella sua angusta giacca e cravatta entrambe nere.
“Hanno in mano quelle foto…”.
“Oh, al diavolo le foto!” Che storia cretina avevano quelle foto. Talmente cretina che non se la sentì di dirla al solerte compatriota, nei cui confronti cominciava a nutrire delle riserve, se non proprio una immotivata diffidenza. “Quelle non significano un accidente”.
“Per lei, forse no. Ma per le loro leggi lei ha commesso un reato molto grave, se ne renda conto”.
Novelli si trattenne a stento dal prendersi il viso fra le mani; non sapeva più che cosa pensare, se fidarsi o meno, se collaborare o meno. Una cosa era certa: l'avevano fregato.
I tre uomini si alzarono ed i due vestiti in nero si avvicinarono alla porta. “Abbia fiducia”, disse Monteneri, “vedremo quello che si può fare. Lei deve solo cercare di collaborare e non fare gesti inconsulti”.
La porta si chiuse pesantemente e Novelli andò a gettarsi sul letto.
II
La scena, sfocata ed indistinta, si spostò rapidamente e d'un tratto si fermò, le linee arcuate di tutte le sfumature di grigio si stabilizzarono in uno sfondo di montagna e foreste oltre il filo spinato, al di qua del quale si trovavano edifici ed i baraccamenti, alla volta dei quali si dirigeva il gruppetto di uomini a piedi. L'uomo che stava davanti, magro e di bassa statura, camminava lento con le braccia abbandonate lungo i fianchi, la testa leggermente reclinata, i lembi dell'impermeabile chiaro aperto svolazzanti. Subito dietro di lui, un soldato in tuta mimentica, col capo scoperto e le maniche rimboccate, lo seguiva col fucile automatico a tracolla puntato senza troppa convinzione: teneva una mano sul calcio del fucile ripiegato e con l'altra si allungava di tanto in tanto fin quasi a toccare la spalla del prigioniero. Il terzo uomo, un poliziotto in divisa, teneva a bada un cane da pastore tedesco. Altri poliziotti accorsero, e insieme a dei soldati scesi da un camion scortarono l'uomo fino all'interno di uno degli edifici bassi di mattoni vivi. La scena fu invasa dallo stipite di un finestrino di pullmann e si spostò quindi sulle rifiniture del sedile; poi tutto si fece scuro.
Lo schermo divenne bianco e le luci si accesero sulla piccola sala di proiezione, ove soltanto tre poltroncine erano occupate.
“Hanno già divulgato questa roba?” chiese con elaborato distacco l'uomo basso dagli spessi occhiali, alzandosi con malcelata difficoltà.
“No”, rispose Garrone, alzandosi a sua volta insieme all'altro.
“Bene”, disse l'uomo con gli occhiali ripiegando il mento sul petto ed incrociando le mani dietro la schiena. “Datela pure in pasto alla televisione. Chi ha effettuato la ripresa?” Sbottò improvvisamente, piantando lo sguardo dei suoi occhietti, piccoli e luccicanti, dritto in faccia al corpulento funzionario, che si era tolta la giacca e se ne stava in maniche di camicia con la sua cartella sotto il braccio.
“Andreoni”.
“Pessima”, rifletté reclinando di nuovo il mento, “veramente pessima. Temo che il grado di addestramento dei nostri uomini stia diventando scandalosamente insufficiente”. Tacque, sempre con le mani incrociate dietro la schiena, ergendo la propria figura minuscola nella quale spiccava la testa troppo grossa al centro della saletta di proiezione con gli altri due che gli stavano accanto in attesa.
“Bah!” sbottò all'improvviso, dopo quella che volle sembrare una pausa di riflessione. “Si ricordi in ogni caso di approfondire questo punto, Garrone. Voi ritenete dunque che l'uomo sia adatto alla situazione?”.
“Sì”, rispose Garrone.
“Bene. Lui sa, o perlomeno immagina qualcosa dell'intera faccenda?”.
“Pensiamo di no; almeno fino a questo momento. Poi, lei sa, se gli hanno già fatto vedere quelle foto, non può non trarre delle conclusioni…”.
“Anche quelle opera di Andreoni?”.
“Anche quelle opera di Andreoni. Si è fatto prestare la sua macchina fotografica con una scusa, di avere finito i suoi rullini, credo, e poi è riuscito a fare quelle riprese senza farsene accorgere”.
L'uomo con gli occhiali si massaggiò il mento proteso all'infuori. La sua mano vagò a lungo sulle sue guance paffute, finché non si tolse gli occhiali e si strinse con due dita la sommità del naso. “A quanto pare la faccenda sta andando come previsto, non è anche la sua opinione?”.
“Sì”.
I suoi occhi, non più ingranditi dalle lenti, scintillarono cupi finché l'uomo non rimise gli occhiali e la sua fisionomia ridivenne consueta per gli altri due. “Lei si è occupato di prendere contatto con lui”, osservò, rivolgendosi al terzo individuo.
“Sì, signore”.
“Bologna?”.
“Bologna”.
L'uomo con gli occhiali piegò il capo sul petto, tenendo le braccia rigide lungo i fianchi. Alla fine emise un lungo sospiro. “Città stupenda. Lei crede di essere stato individuato?”.
“Bé, mi meraviglierei del contrario”.
“Già. Bologna, quale posto migliore?” Nessuno degli altri due rispose alla sua domanda retorica e l'uomo iniziò a dirigersi verso la porta di uscita. Un uomo curvo, di altezza media, dallo sguardo triste, si era materializzato silenziosamente al centro del rettangolo scuro. “Arrivo subito, Aldo”, gli disse l'uomo con gli occhiali.
La riunione era sciolta; gli altri due lo seguirono a distanza finché non fu sulla soglia.
“Ah, Garrone. Ho esaminato attentamente la documentazione che lei mi ha fornito su Fiumicino e tutto il resto”. Si fermò e di nuovo crollò il capo sul petto, le mani incrociate dietro la schiena. “Insufficiente, vaga, non mi ha detto niente che già non sapessi. Lei deve essere più esplicito, evidenziare e provare quei legami che nel suo rapporto arriva solo a supporre; lei capisce che non possiamo fondare l'intera operazione su delle supposizioni, delle… congetture”. Il suo sguardo cadde sull'uomo che l'aspettava immobile sulla porta. “Mi aspetto da lei nuovo materiale, considerazioni, ragionamenti circostanziati. Bene. Signori, vi ringrazio. Arrivederci”.
“Arrivederci”.
Rimasero soli nella saletta di proiezione per qualche silenzioso istante.
“Possibile che non abbia avuto niente da dire sulla cattura di Kamenev?” chiese Sartori.
“Non preoccuparti; quando lo farà, sarà per prendersene il merito”.
Altra pausa di silenzio. “Allora è vero quello che dicono di lui”, disse Sartori.
Garrone lo guardò. “Andiamocene di qui”.
I due uomini uscirono e l'inserviente spense le luci; la saletta grigia e polverosa rimase vuota, nel buio e nel silenzio.
III
A volte, negli intervalli, gli capitava di pensare. Non che fossero cose importanti, e nemmeno che gli si presentassero davanti con una qualsiasi successione logica; se le andava a cercare, semplicemente, incollando l'uno accanto all'altro pezzi senza connessione, episodi vuoti e sconnessi della sua vita, paesaggi di mare, le montagne del Friuli, la Ferrara dei suoi anni migliori con le sue serate d'estate, le sue nebbie d'inverno… Piazza di Spagna a Roma, dove sua madre lo era andato a recuperare quella volta che era scappato di casa, riuscendo non si sa come a seguire le sue tracce fin là. Ma non erano i posti che lo spaventavano, erano le facce, specialmente quando cominciarono a presentarglisi senza che lui le andasse a chiamare.
L'unica cosa che non cambiava erano gli interrogatori, anche se sembrava che qualche funzionario civile in più stesse prendendo il posto dei militari. Ormai riusciva quasi a focalizzarne le facce, a catalogare le fisionomie, non fosse stato per quella confusione, quel nervosismo latente che aveva cominciato ad imbrogliargli i movimenti.
Monteneri aveva continuato a farsi vivo ed a cercare di tranquillizzarlo, tenendolo aggiornato per quanto gli era consentito sull'andamento dell'istruttoria e sugli sforzi che si stavano compiendo in suo favore da parte delle autorità italiane. Ai colloqui assisteva sempre un interprete civile, e spesso si trattava del tizio magro e scuro della prima volta. Col tempo arrivarono a scambiarsi qualche parola e ad instaurare una sorta di rude confidenza, basata più che altro sulla reciproca curiosità.
Lo stato di confusione in cui si trovava lo portava a non dare molto peso alle chiacchiere di quel bulgaro piccolo e scuro intrappolato in quell'insulsa giacchettina nera, anche se sentiva in qualche modo che doveva esserci sotto una specie di trappola. L'unica cosa, non gli aveva mai offerto delle sigarette, anzi sembrava egli stesso immune da ogni forma di vizio.
“Perché si ostina con la sua montatura?” gli chiese una volta, “ritiene davvero che ne valga la pena?”.
“Ma che cavolo sta dicendo?”.
“Non si rende conto che lei è stato usato? Che si sono serviti di lei sacrificandola per una missione perfettamente futile, di scarsissima utilità persino per i suoi mandanti?”.
“Quale missione, quali mandanti? Non capisco”. E veramente non capiva, non riusciva nemmeno a mettere perfettamente a fuoco la figura nera di quel piccolo burocrate prezzolato; se solo avesse potuto starsene un poco da solo al buio, se solo quella luce…
“Quale vantaggio crede che avrebbero ricavato i suoi mandanti da quelle stupide foto, crede che già non siano informati riguardo alle nostre ferrovie, la nostra economia, gli spostamenti di truppe? Ma non li legge i giornali; i satelliti, i radar e tutto il resto? Lei si è fatto stupidamente irretire per un poco di denaro, per aggiungere qualche particolare ad un quadro che già sanno… Non faranno nulla per tirarla fuori di qui, mi creda”.
“Mi lasci in pace, se ne vada”.
“Lei non risolve nulla cercando di sfuggire la realtà, mi creda. Lei sta difendendo un sistema di vita negativo, la storia vi ha già condannati”.
“Ma che cosa ne sa lei del nostro sistema di vita?”.
“Molto di più di quanto lei non creda. Sono stato membro di molte missioni commerciali in Europa Occidentale ed un paio di volte ho accompagnato la squadra nazionale di atletica leggera. Sono stato a diretto contatto con la vostra cultura; non riesce ad esprimere altro che malessere e decadenza. Prenda ad esempio il vostro Bukowski”.
“Bukowski è americano”.
“Non creda di sviarmi con simili futili distinzioni. Siete tutti impregnati fino al midollo del modo di vita americano. Nemmeno i vostri partiti di destra riescono più ad esprimere se non una parvenza di un sentimento nazionale”.
Evidentemente, l'uomo aveva bisogno di sfoggiare una profonda conoscenza del sistema occidentale e Novelli decise di lasciarlo fare.
“D'accordo, Herr Novelli, adesso devo andare. Ho trovato il modo di farle avere un po' di wodka con il prossimo rancio, le va bene?” aggiunse ammiccando, prima di raggiungere la porta e far segno al secondino al di fuori.
Novelli farfugliò un ringraziamento e l'interprete se ne andò; la porta si chiuse e lui rimase al centro della stanza seduto al tavolo. Sentì il saluto al di fuori ed i passi allontanarsi per il corridoio; crollò il capo e rimase a guardarsi le mani.
La prima a concretizzare la sua inquietudine, in quell'atmosfera asfittica, fu l'immagine di suo padre. Seduto sulla sua poltroncina di vimini fra la cucina economica e la macchina per cucire, su cui aveva posto un bicchiere di vino ed uno stuzzicadenti. Dapprima cercò di evitare il suo sguardo guardandosi continuamente intorno imbarazzato e schiarendosi di tanto in tanto la gola mentre beveva qualche sorso di vino.
“Che cosa vuoi?” esordì finalmente Novelli, sapendo che altrimenti quell'assurda situazione si sarebbe trascinata per non sapeva quanto.
“Non voglio niente, solo vedere come stai”. Prese un tovagliolino di carta e si pulì la bocca. “Come ti trattano?”.
“Come si tratta di solito una spia e un traditore”.
Il padre aprì lo sportello della cucina economica ed ispezionò l'interno: un vivido rossore gli si riflesse sul viso finché non lo richiuse. “Sai, da noi continua a piovere e a far freddo. Se continua così non so come faremo, nell'orto. Mi sembra che le mie actinidie non si trovino in un buono stato vegetativo, hanno messo solo poche foglie gialle, quelle più vecchie comiciano già a seccarsi. Se la stagione non si mette per il suo verso… Ma d'altra parte la stagione sta cambiando, una volta…”.
“Risparmiami le tue chiacchiere su come stavano le cose una volta, per favore”.
Il padre sospirò tra sé, si alzò ed andò ciabattando a versarsi un altro bicchiere di vino dal bottiglione. “Capisco come devi sentirti”, disse pulendosi di nuovo con il tovagliolino di carta, “è normale nelle tue condizioni. Ma come hanno fatto a farti fare cose del genere? Se solo tu avessi avuto più carattere ed avessi accettato quel lavoro giù al paese…”.
“Per seguire il tuo esempio? Per diventare come te?”.
“Abbiamo sempre seguito una vita dignitosa, e per quel che ti riguarda, non ti è mai mancato niente”.
“Oh, Dio! Non ricominciare con quella storia! Non è il momento. L'ho già sentita tante di quelle volte che mi esce dagli occhi”.
“Va bene, va bene, non scaldarti. Lo so che l'hai con me, anche se non ho mai capito il motivo per questo tuo risentimento”. La sua voce si era fatta più cavernosa, di circostanza; bevve un altro sorso di vino, si schiarì la gola e si pulì con il tovagliolino. “Del resto anche tua madre…”.
“Non parlarmi di mia madre!” urlò Novelli, “anzi, già che ci sei, perché non te ne vai e mi lasci tranquillo? Vattene via e portati il tuo tovagliolo di carta, le tue ciabatte e tutto il resto!”.
Quando si tolse il viso dalle mani, suo padre non c'era più, e nemmeno la stufa, la poltroncina estiva e la macchina da cucire; la cella gli sembrò di nuovo finalmente deserta.
“C'è qualcosa che non va, Antonio? Non devi metterti a gridare; quelli ti sentono e capiscono che non ce la fai più. Così fai il loro gioco, non lo capisci? Come al solito Stefano, il suo vecchio amico Stefano, seduto in modo scomposto e con disinvoltura al rozzo tavolo, sempre trasandato nel vestire, sempre pronto con i suoi consigli. Non perdeva mai la testa, lui.
“Ciao, Stefano”.
“Come te la passi?”.
“Così, come vedi”.
L'amico rimase qualche minuto in silenzio. “E che ci vuoi fare? Tu devi solo restare calmo, lasciare che le cose si aggiustino. L'importante è che tu non faccia il loro gioco, loro vogliono vederti a pezzi, ed è una soddisfazione che non gli devi dare. Non devi dargliela vinta, Antonio, capisci?”.
“Sì, sì, va bene. Hai ragione”. Come sempre. E quando mai Stefano non aveva avuto ragione? Sempre freddo, sempre attivo, pronto a reagire. Con una bella famiglia, una bella casa, un buon lavoro, una Mercedes 250. Sempre lottare, mai perdersi di coraggio, la calma e la forza; questo, semplicemente era il suo amico Stefano. Riusciva mai a ricordarsi di quante volte gli aveva dato una mano, di quante volte l'aveva tirato fuori dai pasticci? Quale ricordo migliore di quelle partite a calcetto o a ping-pong in quei pomeriggi piovosi di sabati assurdi e lontani, dopo che se ne erano andati insieme a scovare di nuovo i loro vecchi baretti persi fra i prati incustoditi ed i condomini della Ferrara di periferia?
Qualcosa di triste, di pesante si impadronì di lui. Con un nodo alla gola chiese all'amico di lasciarlo solo e quello lo accontentò.
Non che si fosse aspettato una visita proprio della Paola, ma ormai che quello strano giro aveva preso corpo nella sua mente, non se ne meravigliò più di tanto.
“Ciao, Paola”.
“Ciao, Antonio”.
Sempre carina, sempre compita ed elegante come un tempo, come quando passeggiavano insieme a Parco Massari, gentile, premurosa, modesta. Se ne stava in piedi con le mani in grembo, al centro della cella.
“Perché mi ha lasciata, Antonio?”.
“Non lo so. Io… non lo so. Lasciami solo, Paola, ti prego. Lasciami solo, non lo vedi dove mi trovo, come sono ridotto? Lasciami stare”. Si girò dall'altra parte, vergognandosi. “Per favore vai via, Paola”.
Ormai lo sapeva, era questione di istanti, non mancava più molto. Non che gli riuscisse di comprendere la semplice genialità di tutta la situazione, il meccanismo che lo avrebbe portato all'ineluttabile risultato finale, la chiarezza della luce di quella lampada, la sua solitudine, i tempi spezzati, l'assenza di ritmo e di abitudine, ma ciò non era necessario. L'importante era che il meccanismo funzionasse, che si arrivasse dove si doveva arrivare. Si aspettava il colpo di grazia, ma non sapeva da chi sarebbe arrivato. Capì finalmente quelle facce, l'interpete, il secondino, le guardie, gli ufficiali, Monteneri; capì tutto, tranne una cosa.
Non si sarebbe aspettato mai quell'ultima visita, e quando venne, si rese conto che nessuno sforzo era stato fatto da parte delle autorità bulgare per andare a scovare fra tutte, proprio quella vecchia storia. Allora gli fu tutto chiaro, la genialità dell'insieme, il senso dell'attesa, la profonda conoscenza che avevano dimostrato di lui lasciando che fosse egli stesso a scegliere il modo della sua sconfitta.
Quando venne la Silvia, non riconobbe in lei nessun cambiamento. Alta, bionda, i capelli raccolti dietro la nuca, i bei lineamenti precisi, il mento ben disegnato, si guardava attorno imbarazzata spostando di tanto in tanto i suoi occhi azzurri da un particolare all'altro della cella quasi di scatto, senza interesse. I fianchi larghi ed il seno troppo pieno, sempre in pantaloni, sempre indecisa, sempre a mascherare la sua timidezza e la sua incertezza dietro un atteggiamento spavaldo, dietro un fatto puramente fisico. Antonio la guardò e lei accennò ad un sorriso, era sempre la Silvia. Le braccia che spuntavano dalle maniche rimboccate della camicia erano bianche e pulite; doveva aver trovato senz'altro qualche zona meno visibile per far posto all'ago della siringa. Antonio rimase in silenzio ad aspettare.
“Perché non mi hai mai voluta, Antonio?”.
Tutto si fece sfocato, tutto iniziò a girare intorno, si buttò sul letto e scoppiò a piangere senza ritegno, inerme di fronte alla sua sconfitta. Avrebbe confessato, tutto.
IV
“Sei riuscito a capire che cosa vogliono da noi?” chiese Andreoni masticando il suo panino.
“Nomi, luoghi e date. Nient'altro”. Sartori non sembrava dell'umore più adatto per fare conversazione, quel giorno.
“E glieli daremo?”.
“Abbiamo mai deluso i nostri amici del Mossad? Diventano nervosi se le loro squadre della morte rimangono per troppo tempo senza lavoro. Del resto è nel nostro stesso interesse, dopo Fiumicino…”.
Andreoni rivide mentalmente le macerie dopo l'attentato, le ambulanze con i feriti, i soldati che rimuovevano le salme e tutto il resto. “Già. E da dove la peschiamo sta roba? Dal cilindro del prestigiatore?”.
“Non ci sei molto lontano, insisti”.
Un sorriso furbo apparve sotto i baffi di Andreoni. “Quello che mi sorprende è come abbiamo fatto a prendere un pezzo grosso come Kamenev”.
“Organizzazione, duro lavoro, pazienza. E forse qualche piccolo suggerimento da parte dei servizi tedeschi”.
“Capisco”. Finì il panino e gettò la salvietta nel cestino della carta straccia. “Ora, io la vedo così. Noi abbiamo qualcosa cui loro tengono parecchio, Kamenev, per l'appunto; sempre noi, abbiamo bisogno di fornire istruzioni operative al Mossad per le loro azioni di ritorsione verso i terroristi che hanno fatto l'attentato…”.
“Un momento. Nessuno ci garantisce che si tratti proprio di quei terroristi”.
“Giusto, mi correggo. L'importante è farne fuori il maggior numero possibile, in modo che aumentino le probabilità che in mezzo a loro ne capitino di quelli coinvolti con l'attentato. In ogni caso, questi sono dettagli operativi che a noi non interessano…”. Prese un altro panino dal sacchetto e ne ispezionò il contenuto; prosciutto e formaggio. Non male, bevve un sorso di birra dalla lattina e proseguì. “Come abbiamo saputo noi che i bulgari hanno in mano quella informazione sui nascondigli e tutto il resto?”.
“Kamenev. Il suo grado lo mette in condizione di poter trattare al riguardo. Poi è venuta la conferma da parte dei suoi nel corso del nostro ultimo incontro informale”.
“D'accordo. Allora l'unico problema rimane quello di combinare l'affare senza che l'Agenzia ne sappia niente. Abbastanza geniale la soluzione che hanno trovato, devo dire. Di chi è stata l'idea, Garrone?”.
“Rossi”.
“Ah sì, dimenticavo Rossi”. Rimasero qualche minuto in silenzio continuando il loro pranzo improvvisato prima di tornare al lavoro. “Senti una cosa, Enrico”, riprese Andreoni, “quel povero diavolo, quel Novelli, credi che se la caverà?”.
“E chi può dirlo? Vallo a chiedere a Rossi”.
Con il passare dei giorni i giornalisti italiani cominciarono a dare maggiore importanza alla faccenda del connazionale detenuto in Bulgaria sotto l'accusa di spionaggio. Le foto scattate durante la fase pubblica del processo mostravano un uomo magro dall'aria stanca seduto fra due guardie, i servizi parlavano di una lunga militanza nel Partito Comunista Italiano, di una convivenza, di due figli. L'assurdità delle accuse appariva a tutti palese, mentre la lunga durata della detenzione – ormai prossima ai tre mesi – unita ad una conoscenza frammentaria delle condizioni in cui avrebbe potuto essere tenuto e ad accurate analisi effettuate da esperti di turno, portarono a presupporre nel soggetto la presenza di uno stato mentale alterato.
Le autorità bulgare non sembrarono però prestare molta attenzione al fermento in atto nei mass media occidentali e dopo un'accurata istruttoria seguita da un processo popolare, la giuria di cui soltanto uno dei membri era un militare e solo due iscritti al partito, condannò l'imputato al massimo della pena prevista dalle leggi di quel Paese per il reato di spionaggio, attentato alla sicurezza dello stato e attività contrarie alla Repubblica Democratica Bulgara: trentacinque anni di lavori forzati.
“Assurdo”, disse Bernardo Rossi a Graziano Garrone, capo di una delle sezioni staccate da lui personalmente convocato nel suo studiolo particolare, “una sentenza assolutamente spropositata alla gravità del reato. La dimostrazione più chiara della brutalità di quel regime. E non può nemmeno invocare la legislazione sui pentiti”.
Se quella volle essere una battuta, come tale Garrone non la prese, e rimase a sedere immobile aspettando che il superiore rompesse nuovamente il silenzio polveroso ed imbarazzante che regnava nella stanza. “In che luogo è stato detenuto?”.
“Una piccola base militare sui monti Balcani, poche decine di chilometri a sud est di Gabrovo”.
Rossi annuì pensoso stringendo le labbra e guardandosi le punte delle dita. Il bagliore immacolato di un largo fazzoletto che si era materializzato fra le sue mani precedette il rombo apocalittico del suo soffiarsi il naso; si risistemò gli occhiali dalle spesse lenti e si trattenne con evidente fastidio dall'esaminare il risultato del suo sforzo immane.
“Lei pensa che l'abbiano trattato tanto male?”.
“No, non troppo, tutto sommato”.
“Bene”. Il fazzoletto era di nuovo scomparso fra le misteriose pieghe del suo costoso abito ed il sussiegoso funzionario rivolse i piccoli occhi porcini verso Garrone. “Ho avuto di recente un breve colloquio a livello informale con il dottor Franzini. Lui si è soffermato anche se non ha molta fiducia nel meccanismo. Lui, vede, l'ha definita… tortuosa. Lei mi capisce, tortuosa. Ora io le chiedo, a parte lo stato attuale delle cose, che non lascia prevedere sviluppi di sorta, lei mi può assicurare con certezza che quel Novelli se la caverà?”.
“Abbiamo la parola di Kamenev, e lo stesso Leontiev…”.
“Lasci stare Leontiev. Gli ultimi rapporti parlano di un pericoloso stato mentale: non vorrei che la patata diventasse più bollente di quello che ci si aspettava, lei mi capisce”.
“Le condizioni di Novelli sono state oggetto di un attento esame preliminare e lei ha firmato personalm…”.
“Lasci stare, lasci stare la prego i dettagli; lei non mi ha capito, lei sta involontariamente sviando”. Lasciò che i suoi occhietti fiammeggianti indagassero attraverso le lenti il viso di Garrone di fronte a lui, poi si ricompose e la sua grande personalità apparve più spiccata che mai in quello sforzo. “In fondo, forse, sono io che non mi sono saputo ben spiegare. Io non l'ho convocata qui per argomentare sui dettagli, questo nostro incontro voleva avere un'aria più, diciamo così, informale, lei mi capisce?”. Attraverso i vetri ed i pesanti tendaggi dell'alta e stretta finestra filtrava smorzato, da qualche parte là fuori, il rumore del traffico. “Il dottor Franzini considera di primaria importanza l'obiettivo di fornire quelle informazioni agli Israeliani, anche a costo di lasciarsi scappare un pesce come Kamenev; tutto questo è assodato, anche il tipo di copertura escogitato e tutto il resto. L'anello debole della catena rimane Novelli. Garrone, io non l'ho convocata, ripeto, per ripassare su cose già assodate; è solo per fare due chiacchiere fra collaboratori. Io le volevo semplicemente riportare alcune impressioni del dottor Franzini. In fondo il suo apporto ed il suo coinvolgimento in questa operazione sono notevoli… ed encomiabili! Ciò non toglie però, non lo può negare, che se certi risvolti dovessero svilupparsi in forma indesiderata con conseguenze negative per quel nostro anello debole, lei non potrà sottrarsi alla sua parte di responsabilità”.
Lasciò paternamente che l'effetto di quelle parole cercasse vanamente di alterare l'espressione impassibile del subalterno e gli diede congedo.
“Arrivederci, colonnello Garrone”.
“Buongiorno”.
I fari al limone di un'autovettura militare che sfrecciava sull'asfalto umido frugarono la nebbia, mettendo a fuoco, per alcuni secondi, la sagoma dell'aereo sullo sfondo; gli avevano spiegato quello che doveva fare fin nei minimi dettagli, ed un sollecito ed infreddolito Giovanni Monteneri gli aveva rinnovato i propri insonnoliti auguri. La cosa fondamentale era rimanere calmo. Chiusero la porta e si incamminarono verso la sagoma indistinta dell'aereo: Antonio Novelli davanti fra due funzionari in borghese, altri tre uomini camminavano silenziosi dietro a loro; fra di essi c'era anche il magro interprete civile che gli era diventato ormai familiare.
I passi risuonavano sull'asfalto mentre le luci dei baraccamenti si allontanavano, le alte montagne che cingevano il piccolo aeroporto militare si ergevano tutte intorno, invisibili nella nebbia con le loro falde coperte di neve e di abeti. L'aria era gelida e profumata; alcuni soldati con i fucili automatici che pendevano dalla spalla destra smisero di pestare i piedi e di soffiarsi nelle mani e li guardarono passare mormorando qualche commento. Da una delle torri, un potente riflettore fu acceso ed un crudo fascio di luce circolare fu diretto verso il fitto degli alberi, oltre il filo spinato, per spegnersi subito dopo. Sulla sommità della passerella, l'uomo si fermò e si volse a guardare le luci lontane e poi il campo tutto intorno, poi si strinse con un brivido nel pesante impermeabile militare ed entrò, seguito dagli altri. Il portello si chiuse con un tonfo, lasciandosi al di fuori il freddo e la nebbia della notte.
Non ebbe una cognizione precisa della durata del viaggio; si liberò nell'impermeabile e si mise comodo sul sedile, gli offrirono del caffè da un thermos e poi lo lasciarono in pace. Si addormentò e si risvegliò più di una volta, senza sogni e senza fatica; i funzionari scambiavano qualche chiacchiera fra di loro in bulgaro, mentre i tre del gruppetto seduto in disparte, di cui faceva parte anche l'interprete magro, non aprirono apparentemente bocca per l'intera durata del viaggio.
Era quasi l'alba quando atterrarono su di una minuscola isoletta sperduta nel Mediterraneo; non seppe mai quale.
Il gruppo di uomini scesi dall'altro aereo era simile al loro; si erano raggruppati all'altro capo della pista ed erano rimasti in attesa, fermi. Nessun altro sembrava essere presente in quel silenzio rotto solo dallo schiantarsi lontano delle onde sugli scogli, mentre un'alba livida tingeva di riflessi spettrali il brullo paesaggio intorno a quella larga strada asfaltata, che segnali mobili luminosi avevano trasformato in un aeroporto di fortuna.
Si era rimesso l'impermeabile e portava in una mano la borsa che gli avevano restituito con tutti i suoi effetti personali. I due funzionari in borghese gli stavano ancora ai lati; anche se forse, ora, con una leggera punta di imbarazzo.
Quando nell'altro gruppo qualcosa sembrò muoversi impercettibile, come un vago senso di disagio, un'onda indefinita e profonda, anche in lui si trasmise quel tacito messaggio, quell'inquietudine strana ed irresistibile. Una figura si era staccata dal gruppo all'altro capo della pista, i due funzionari ai suoi lati erano spariti e prima che Antonio Novelli ne fosse consapevole, aveva mosso alcuni timidi, riluttanti passi: lo scambio era in corso.
“Herr Novelli”.
Si girò a guardare e fu come se avessero svegliato un sonnanbulo. Quell'interruzione, quell'intoppo, sembrò trasmettersi con istantanea rapidità alla parte opposta. “Mi dica”.
“Ha dimenticato questa”.
L'interprete, magro e compassato, si era staccato dal gruppo degli altri bulgari: Novelli guardava attonito, senza capire, il suo braccio teso, la sua mano che teneva qualcosa in quell'alba irreale, con i segnali intermittenti della pista, con le erbacce scosse dal vento sulla sabbia, con quel mare inquieto, minaccioso.
Allungò a sua volta la mano, prese la tessera del suo partito e se la mise nella tasca interna dell'impermeabile. Si voltò e riprese a camminare.
“Buona fortuna, Herr Novelli”.
“Grazie”.
Ancora non si era perso nella sua mente l'eco di quelle ultime parole, ancora quell'espressione vacua non era sparita dal suo volto, ancora la borsa gli penzolava dalla mano ed ondeggiava contro la sua gamba che già, senza vedere e senza capire, aveva incrociato senza vederlo l'uomo che veniva dalla direzione opposta e camminava più diritto, più sicuro di lui, alto, scuro, col cappello calato sugli occhi, il cupo luccichio degli occhiali, lo scalpiccio delle scarpe sull'asfalto, lo svolazzare delle falde dell'impermeabile.
Non si girò a guardare, continuò a camminare verso quell'altro aereo, quelle altre persone, l'uomo grasso coi baffi al centro, i carabinieri in borghese, un altro interprete magro, forse anche lui patito di Bukowski e di atletica leggera, ed infine lui.
Non aveva bisogno di vedere quegli occhi nascosti sotto la falda del cappello, non aveva bisogno di vedere quelle mani sprofondate nelle tasche; non sembrava a suo agio in quel posto più di quanto non si fosse sentito a suo agio a Bologna. Più di quanto non si sarebbe sentito a suo agio in nessun posto al mondo.
Mosse qualche passo avanti e la linea dura della sua bocca si schiuse, il tono della sua voce si mescolò allo sciabordio delle onde ed al sibilo del vento.
“Come stai, Antonio?”.
“Così, come mi vedi. Dovevano mandare proprio te?”.
“Volevano qualcuno che conoscessi”.
Novelli guardò a terra e poi guardò le facce inespressive degli altri. Si decisero ad entrare. Il portello si chiuse ed il sibilo dei reattori, che presero vita come d'incanto, fu più forte del vento, del mare, cancellando la magia oscura di quello scenario, il significato di quella situazione assurda ed irreale.
“Dove siamo diretti?” chiese a Sartori.
“L'aeroporto San Marco di Venezia”.
“Niente giornalisti?”.
“Niente giornalisti. Là ci aspetta un'auto che ci porterà in un albergo fuori Padova dove passeremo la notte. Domani ti faremo qualche domanda e poi ti porteremo a casa”.
“Come stanno la Donata e i bambini?”.
“Bene, non ti preoccupare. Fra qualche ora le potrai telefonare”.
Novelli chiuse gli occhi e sembrò pensare. La sua espressione non cambiò, il taglio della bocca non fu increspato da nessun debole sorriso, ma i suoi lineamenti erano in qualche modo più distesi, ora, sereni. Qualcosa era successo, la risoluzione era presa; la Donata, i bambini. Novelli si addormentò. Un po' di tempo, l'arco di un paio di giorni, forse, e poi avrebbe mosso di nuovo i suoi incerti, traballanti passi, affrontandola alla sua maniera, ma affrontandola di nuovo, la vita.
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Come citare questo articolo
Marco Sproccati. “Un pericoloso stato mentale”. Ventaglio Novanta, n. 2, 1990. https://ventaglionovanta.it/archivio/un-pericoloso-stato-mentale/