Appena superata la grande curva della strada provinciale, già si poteva distinguere tra gli altri alberi la sua grandiosa sagoma.
Dopo aver lasciato la strada ed essere entrati dalla cancellata in ferro battuto, era necessario percorrere una carreggiata di terra fiancheggiata da alti pioppi a forma di fiamma di candela, in fondo alla quale, quasi d’incanto, riappariva nella sua maestosa imponenza la grande quercia.
Era un albero enorme, dalla chioma compatta e rigogliosa di un verde dai mille riflessi, che si muovevano ad ogni sospiro del vento, mandando messaggi all’occhio curioso di chi la osservava.
Il suo tronco era enorme e ben piantato per terra: la sua corteccia era ruvida al tatto ma piacevole da sfiorare, perché dava un senso di calore e sicurezza. Non era una superficie liscia e levigata, ma scabra e segnata dalle intemperie: anche il fulmine aveva lasciato il suo segno con un solco bruciacchiato come una cicatrice, che tuttavia non toglieva niente alla bellezza della maestosa pianta. Osservando più attentamente la corteccia vi si potevano leggere tante storie umane: di amore, di odio di ignoranza…
Quei due cuori trafitti con due iniziali quasi illeggibili facevano tornare indietro nel tempo ricordando o fantasticando su chi li avesse incisi e in chissà quali circostanze: forse era stato un amore constrastato o forse solo la speranza d’amore di qualcuno che mandava messaggi nell’impossibilità di comunicare direttamente con la persona amata, oppure il desiderio di rendere eterno un felice momento di un incontro furtivo…
Quei fori piccoli e tondi dal contorno orami ammorbidito, parlavano invece di proiettili, di guerra e di sangue che la pioggia ed il sole avevano pietosamente lavato e scolorito.
E poi ancora il taglio oltraggioso di un filo di ferro o la ferita di un inutile chiodo, che la forza della natura pian piano aveva rigettato, davano un senso ed un significato ad ogni piega e sporgenza di questo meraviglioso tronco.
Da esso si diramavano i tanti rami, come fossero dita di mani allargate e spalancate per accogliere e assorbire la libertà ed il respiro del cielo e dell’aria tutta.
La sua ombra d’estate era fresca e invitante, creando una atmosfera di intimità con la natura lussureggiante che la circondava.
D’inverno i rami nudi formavano un merletto prezioso di forme ed immagini uniche, irripetibili e rinnovate ogni anno dal succedersi delle stagioni.
Sotto ed intorno alla grande quercia si muoveva tutto un mondo vivo e palpitante, mosso dall’impulso vitale che anima ogni cosa della natura. Era un pulsare di piccoli suoni, di odori e movimenti a volte violenti, a volte impercettibili, talora sommersi e nascosti da quella specie di pudore che solo l’istinto della natura sa infondere; talora invadenti, esplosivi ed ostili come se ci fosse un rifiuto di presenze estranee.
Non sempre era possibile entrare in sintonia con l’atmosfera che la grande quercia emanava ma, quando veniva il momento magico, le sensazioni che ne derivavano erano sublimi, avevano qualcosa di soprannaturale, sembrava di smaterializzarsi e di entrare in una dimensione fuori dal tempo e dalle cose del mondo contingente: si poteva entrare in un’ambiente senza età, eterno ed immenso pur restando nei limiti di pochi metri quadrati.
La grande quercia, con i suoi rami, abbracciava infinite piccole cose che, prese singolarmente, potevano sembrare banali ma che, in quel contesto, con il mutare delle ore del giorno e delle stagioni assumevano un significato universale: la grande quercia era la vita! E come tale non c’era la possibilità di definire la sua età: non c’era, a memoria d’uomo, il ricordo di chi l’avesse piantata, forse una mano umana oppure il soffio di vento che aveva lasciato cadere un seme venuto da lontano. Sembrava lì da sempre e sempre avrebbe dovuto comunicare sensazione infinita che suscitava. Con la sua stabile presenza dava certezze che difficilmente potevano essere trovate altrove; con la sua continuità rassicurava sul futuro, placando i rimpianti del passato: era il fulcro intorno cui ruotavano la nascita e la morte che si rinnovavano in un eterno susseguirsi di piccoli cicli vitali, ognuno con una sua piccola storia ed un suo significato ben preciso e finalizzato.
Le sue radici affondavano nella profondità del suolo stratificato da anni e anni di evoluzioni e trasformazioni, così ricco di benefici umori che, arrivando alla luce loro tramite, diventavano forme e colori, fiori e foglie, frutti e legno, cibo e vita per spirito e materia. Anche loro, in un’intricata ragnatela, si diramavano silenziose e nascoste in infinite direzioni allungandosi, spesso con fatica e incontrando duri ostacoli, per essere degno sostegno dell’universo soprastante. Fino a dove potessero arrivare non era possibile immaginare, ma certamente, nel loro dedalo di ramificazioni, tutto un altro mondo vitale, fatto di piccoli animali, di trasformazioni e di lotte per la sopravvivenza avveniva in modo preciso e coerente.
La grande quercia, dunque, a chi sapeva accostarsi a lei con amore, poteva parlare di teneri incontri e sussurri di baci, poteva mostrare l’incanto di un piccolo uovo che si schiude ad un tepido nido, poteva far rivivere emozioni sepolte dal ritmo incalzante delle necessità più immediate, poteva rimuovere il velo di indifferenza di fronte al miracolo di un ramo nudo che si riveste puntualmente di verde esprimendo così la forza ineluttabile, dolce o spietata, tenera o violenta della natura, alla quale accostarsi con grande rispetto.
Per tutte queste ragioni, e per tante altre emozioni ancora vive, la grande quercia non potrà mai essere dimenticata.
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Come citare questo articolo
Luciana Borletti. “La grande quercia”. Ventaglio Novanta, n. 6, 1992. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-grande-quercia/