Percorrendo via V. Chiarugi, che conduce a Granzette, frazione a due Km. e mezzo da Rovigo, vicino alla riva destra dell’Adige, si scorge sul lato sinistro un complesso architettonico noto come “il manicomio”. Non a caso la sua ubicazione fu posta ai margini della città: “i matti” sono pericolosi, violenti, imprevedibili, fanno paura e la società ha pensato di togliersi l’incomodo segregando i malati di mente in quei famigerati istituti che sono gli Ospedali Psichiatrici.
Sottrarli alla vista non significa però risolvere il problema, e lo sanno bene quei ragazzi e ragazze i quali, non addetti ai lavori, ma sollecitati da autentico amore per l’“uomo”, hanno varcato il cancello, scrupolosamente sbarrato, della inquietante struttura.
Essi costituiscono uno dei vari gruppi del Centro Francescano d’Ascolto che operano in silenzio come volontari nel sociale, laddove dimora la sofferenza e più gravi sono il disagio e la negazione della dignità umana, ossia nei settori più scomodi, che il perbenismo preferisce dimenticare. Ai giovani francescani non bastavano le attività intraprese nei primi mesi del 1988 rivolte verso persone che vivono problemi di solitudine, emarginazione, alcolismo, aids, ai senza fissa dimora, ai tossicodipendenti e ai detenuti in particolare. Nel luglio del 1989, infatti, hanno concretizzato anche l’idea di portare il loro servizio all’interno del residuo ospedaliero psichiatrico di Granzette.
Per entrare in quel mondo quasi sconosciuto il gruppo ha dovuto sostenere un breve corso di formazione, tenuto dalla dott.ssa Turola, per ottenere le informazioni basilari e acquisire le nozioni sulle tipologie dei pazienti e delle loro problematiche comportamentali, dal momento che avrebbero avuto a che fare con persone “speciali”, così definite da Patrizia Granata, una esponente del gruppo.
La meravigliosa e singolare esperienza del loro vissuto, oltre ad essere stata presentata alla cittadinanza di Rovigo nell’incontro-dibattito “Sofferenza psichica: quale atteggiamento?”, è stata riportata in una pubblicazione con il medesimo titolo: “Sofferenza psichica: quale atteggiamento?” Ed. TAU, curata da alcuni ragazzi del gruppo; Patrizia Granata, Alessandra Raimondi, Laura Cassali, Massimo Guglielmo, Manuela Tempesta.
Nel libro vengono presentati momento per momento, il graduale approccio e il cammino compiuto, con pochi pazienti prima o poi con un numero maggiore, a mano a mano che le diffidenze iniziali venivano superate per far posto a timidi sorrisi e a colloqui formali, fino al raggiungimento di un rapporto più profondo e costruttivo con i “nuovi amici”.
I pazienti più estroversi, incuriositi, hanno avviato i primi contatti avvicinandosi ai giovani e ponendo domande: stava crollando piano piano quel muro gelido che da sempre aveva separato il mondo esterno dei malati di mente.
Ogni sabato pomeriggio, da oltre tre anni, questo straordinario gruppo entra nell’ex-Ospedale Psichiatrico, dove sa di essere atteso con impazienza dai degenti, che si accalcano alla porta d’ingresso per vedere arrivare i simpatici ospiti recanti ogni volta una ventata d’allegria.
Hanno iniziato gli incontri con la musica, il linguaggio espressivo e comunicativo più immediato, con suoni, canti, battiti di mani, fino ai gesti, ai mimi e ai balli; tempo permettendo, poi, nel grande parco di cui l’ospedale dispone, si sbizzarriscono in giochi all’aperto: a palla, tiro alla fune, bandierina, ecc.. Solo una parte dei pazienti, però, ha il permesso di uscire dalle mura e, per non creare motivo di dolore agli altri, alcuni volontari rimangono all’interno del reparto, intrettenendo i meno fortunati con varie attività.
Durante l’inverno i ragazzi propongono attività di gruppo e i pazienti si avvicinano spontaneamente al gruppo che maggiormente li interessa, scegliendo di leggere o scrivere, disegnare o giocare con giochi a incastro, a carte ecc.; altri preferiscono guardare, ascoltare o chiacchierare. Tutte le azioni svolte dai volontari, decise di volta in volta, sono finalizzate al graduale raggiungimento di obiettivi definiti, quali, ad esempio, la socializzazione.
Prima dell’arrivo dei volontari i pazienti manifestavano segni di evidente aggressività: si picchiavano e non mostravano alcun rispetto reciproco; ma stare con persone nuove ha fatto loro cambiare certi atteggiamenti. Vengono curati molto la pulizia e l’ordine personale, e viene effettuata una continua ricerca e stimolazione di abilità e attitudini individuali, la capacità espressiva verbale e gestuale, l’affettività e la possibilità cognitiva, allo scopo di valorizzare la persona e la sua dignità.
Per l’introduzione di metodi di approccio diversificati, fondamentale è stata la conoscenza della personalità di ciascun paziente e delle cause delle varie sofferenze: ci sono malati schizofrenici, oligofrenici, sordomuti, persone traumatizzate in seguito all’ultima guerra o per altre cause. E proprio in questo ambiente i giovani francescani, nella posizione di ascolto delle problematiche di esseri umani spesso non considerati tali, hanno portato nell’ex-Ospedale Psichiatrico quello che la società, chiusa nella propria indifferenza, ancora non sa dare: allegria, rispetto dell’individuo, sostegno umano e affettivo, vitalità generosa e terapeutica.
Dalla singolare esperienza conseguita essi sono in grado di affermare che la maggior parte dei pazienti potrebbe vivere nella società esterna, in ambienti protetti, in applicazione della legge 180, comunemente della “legge Basaglia” dallo psichiatra che la promosse nel 1978.
Ci sono dei casi in Italia, sia pur rari, in cui, per dare esecutività alla legge, si è cercato di ristrutturare degli edifici dell’area manicomiale; a San Salvi (Firenze) ad esempio, sono stati ottenuti trentadue miniappartamenti, protetti, per ex degenti che possono gestirsi autonomamente, ma in tante altre località, dove si sarebbe potuto attuare la dimissibilità di molti pazienti, ciò non è avvenuto o per la scarsa sensibilità politica o per l’impreparazione nel gestire l’enorme fenomeno della trasformazione dell’assistenza psichiatrica introdotta dalla 180.
Però, anche se “la legge funziona male, non è da buttare, semmai da aggiustare. Una delle accuse rivolte alla legge è di aver aperto i manicomi senza garantire valide alternative” afferma Patrizia Granata nella sua tesi di laurea, “di conseguenza seicentomila famiglie sono costrette a convivere con ammalati schizofrenici. (…) Per questo il Consiglio dei Ministri nel 1990 ha ritoccato, ma non cambiato, la legge e il Ministro De Lorenzo ha riaffermato i principi ispiratori della 180, correggendo quelle parti che è stato impossibile applicare. Nella nuova proposta sarà il medico a decidere il ricovero del malato (…), mentre a garanzia dei diritti di libertà del paziente ci sarà, in un secondo momento, la convalida del sindaco e la notifica del giudice tutelare”.
Il direttore del Centro Francescano d’Ascolto di Rovigo Livio Ferrari promotore, tra le altre attività, della apertura nel mese di marzo di quest’anno della casa di accoglienza “FRATE LUPO” per ex carcerati o per chi vive problematiche di disagio, sita in via Vitt. Veneto, 139 a Rovigo, da tempo sostiene che anche nella nostra città si potrebbe ridare dignità e autonomia a ex degenti dello psichiatrico sulla base dell’esperienza di San Salvi, ristrutturando uno degli edifici della vasta area.
In realtà progetti non mancano: il progetto Massignan, esperto della Regione nei problemi della psichiatria, prevede per via Chiarugi e per i suoi ospiti una graduale innovazione di vita, che guarda all’insieme dell’organizzazione del famoso dipartimento di psichiatria nell’ospedale e nel territorio. L’obiettivo principale è quello di operare su piccoli gruppi, trasferendo il maggior numero di pazienti dell’area psichiatrica vera e propria a iniziative di socializzazione, di vita di relazione, creando piccole comunità protette, aprendo all’animazione, al volontariato, all’attività di lavoro cooperativo.
In attesa di una concreta attenzione al problema da parte degli enti pubblici, i giovani volontari continuano a far respirare qualche ventata di libertà a quei pazienti considerati più affidabili, non solo mediante la loro costante presenza, ma anche con qualche uscita in città, come alle giostre in occasione della fiera con indescrivibile divertimento di tutti. Alcuni vengono condotti anche al mare dal personale medico e infermieristico e, se responsabilizzati, sanno comportarsi correttamente.
I pazienti vengono coinvolti, inoltre, nella preparazione degli aquiloni, un momento di festa annuale anche per i bambini della città e una possibilità di ingresso nell’area psichiatrica ai cittadini. A Santo Stefano è consuetudine che i giovani francescani del Polesine si radunino all’ex Psichiatrico per festeggiare in allegria il Natale.
A questo punto si può affermare che fermarsi a livello di progetti avanguardisti non può bastare; il caso dei malati di mente non è differente da quello dei senza fissa dimora o da quello dei tossicodipendenti, sono anche loro in diritto di aiuto. Ma la solitudine delle famiglie e la società impreparata e indifferente acuisce il problema di questa categoria di malati bisognosi di assistenza specialistica, ma anche di calore umano.
Il servizio dei generosi giovani francescani è prezioso, ma occorre altresì che anche la società si apra a questa realtà. Concordo con Patrizia Granata quando afferma che necessita un’educazione al problema, aggiungendo che esso non può essere dignitosamente risolto se non con l’apporto fattivo di tutte le forze politiche e sociali; governanti, scuole, famiglie e associazioni culturali e religiose.
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Come citare questo articolo
Francesca Magon. “I volontari del disagio”. Ventaglio Novanta, n. 6, 1992. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-volontari-del-disagio/