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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

La fornasa delle Giare

Attorno alla struttura, ormai disattivata, sono presenti alcuni laghetti utilizzati per la piscicoltura.

di Graziano Beccari

Ventaglio Novanta n. 9 1994 pp. 50–54

Partendo dal paese di Salvaterra, entità comunale fino al 1927, ed inoltrandosi per l’antichissima strada che porta nel cuor della campagna, dopo essere stati accompagnati per un paio di chilometri da ordinati frutteti, rustici cadenti e qualche graziosa villetta, ci si imbatte in un manufatto di stampo industriale del tutto avulso dal paesaggio circostante.

La via che stiamo percorrendo porta il nome di Po Alto: è una stretta strada tutta curve, concepita a prima vista da un ubriaco. Si tratta invece dei resti di un argine che bordava il corso superiore del Po, un percorso quindi tracciato dalle acque libere in età preromana, quando il Po si confondeva col Tartaro (le antiche Fossae Philistinae).

Fa un certo effetto la vista di un’alta ciminiera in mattoni dominante varie costruzioni di sapore industriale, tutte rigorosamente in cotto rossastro. È “la fornasa delle Giare”, dal nome della località che la ospita, il cui toponimo significa terra emersa, terra alta o asciutta, e che ha il non trascurabile onore di essere rappresentata al museo di San Bortolo a Rovigo da suppellettili di età imperiale augustea. Un luogo dunque di insediamento precedente la fondazione di Salvaterra e di tutti gli altri paesi, Rovigo compresa, che si affacciano sulle sponde dell’Adigetto, fiume originatosi in seguito ad una rotta spaventosa in età longobarda.

La fabbrica ha chiuso la sua attività quattro anni fa, e adesso, come un triste gigante, sprofonda nella quiete più assoluta di un sonno irreversibile, cullata dal silenzio della campagna spoglia di alberi e spopolata.

Sorta agli albori di questo secolo per iniziativa dell’Opera Assistenziale del “Caenazzo” di Badia Pol., col fine di dare sbocco lavorativo ai tanti braccianti, costretti altrimenti ad emigrare in massa nelle Americhe, la struttura ha conosciuto negli anni un progressivo sviluppo ed una certa notorietà per i suoi prodotti ricercati, sostenuta in questo dall’opera premurosa dei suoi attuali proprietari, subentrati nella conduzione a metà degli anni Venti, la Crivellari & Zebini.

La ciminiera, che ancora si erge quale severo custode, ha subìto le ingiurie del tempo: un tratto terminale di 12 metri fu infatti abbattuto da un terribile fortunale nel 1910 che lasciò desolazione e orrende ferite provocate da chicchi di grandine grossa più delle uova. Una seconda decurtazione la subì nel 1957 a causa di un fulmine; ciò che resta è tuttavia ancora ragguardevole se esiste un detto locale che per definire un individuo altezzoso recita così: “El xe più alto del camin de la fornasa”.

Ma ormai la melanconia, che avvolge le costruzioni senza vita, mortifica anche i fasti e i ricordi del tempo che fu.

Gli ultimi operai dell’azienda furono assorbiti e trasferiti a Zelo, dove la ditta Crivellari-Zebini aveva preventivamente eretto una nuova fabbrica, dotata di impianti all’avanguardia che, sgravando il lavoro manuale a beneficio della produzione, hanno permesso di galleggiare sul mercato seguendo le mutate esigenze dei tempi.

Però com’era bello un tempo svegliarsi il mattino e gettare lo sguardo dagli argini dell’Adigetto verso le Giare. Non si potevano scorgere le case modestissime sovrastate dalla selva di alberi, ma il camino della fornace, quello sì, ed il pennacchio di fumo nero, che trascinava in cielo i resti di combustione del carbone, portava con sè i nostri sogni di ragazzi fantasiosi.

Per la produzione di mattoni, laterizi e coppi, veniva adoperata la creta scavata a due passi dalla fornace (un tempo non esistevano vincoli sul territorio) ed il trasporto di essa avveniva utilizzando dei carrelli rotolanti sopra un binario ridotto, trainati da una piccola locomotiva; fino al dopoguerra tutta la lavorazione avveniva manualmente, e ciò comportava una fatica notevole, tanto che solo i più robusti resistevano.

Intere generazioni di Salvaterra e limitrofi hanno versato il loro sudore sulle “pière” roventi, o immersi fino alla cintola nella creta da impasto. Era un sudore ben remunerato, se si pensa che le paghe contrattuali assimilate all’industria erano di gran lunga superiori a quelle dei lavoranti agricoli. L’Elena Passarati aveva, tra marito e figli, quattro uomini all’impasto, e siccome iniziavano alle tre del mattino, verso le otto portava loro la colazione con la carriola, bocche come il forno, una leggenda.

La “lezza”, ossia il limo depositato dal padre Po migliaia di anni fa alle Giare di Salvaterra, ha veduto di nuovo la luce col sorgere di questo secolo. Pietrificato dall’infernale calore della fornace, è diventato materia per costruire: abitazioni, ponti, scuole, ed altre costruzioni sparse per ogni dove, portano nelle loro viscere gli anonimi ed umili mattoni della “Fornasa delle Giare”, mentre i suoi coppi li proteggono dalle offese meteoriche.

L’affabilissimo Ing. Braga, rampollo di 4ª generazione dei pionieri Crivellari e Zebini, dirige oggi con perizia ed orgoglio lo stabilimento di Zelo.

Più che rammaricarsi per la chiusura della “Fornasa delle Giare” (il fatto coinvolge ahimè la comunità locale) è giustamente preoccupato dalla generale crisi di mercato, lamentando inoltre i troppi ostacoli frapposti per la estrazione della creta con seguente corollario di cave abbandonate, adducendo una frammentaria e contradditoria regolamentazione. In sostanza mentre nel Triveneto i vincoli sono ferrei, in Emilia – Toscana sono più allentati e definiti; nel centro-meridione poi nessuno si sogna di farli rispettare.

Risultato: le fornaci di quei luoghi possono immettere nel mercato prodotti a basso costo letali ad una corretta concorrenza. Di qui la speranza dell’Ing. Braga verso quelli che saranno i nuovi governanti, affinché vengano accolte le ragioni di chi rischia.

Ma in ogni caso per la “Fornasa delle Giare” non si avrà una rinascita; essa resterà malinconica e muta testimone del tempo, colpita dalla staticità dei piani regolatori, e strangolata dalla impossibilità di essere alimentata con nuova creta estratta. Una fine che addolora per tanti motivi.

Nel circondario, attorno alla vecchia fornace, c’è però da qualche tempo qualcosa di nuovo: sono presenti alcuni ameni laghetti eredità di scavi passati. Un gruppo di essi, ben curato e sorvegliato, è stato scelto per praticarvi la piscicoltura, mentre uno più staccato è divenutao sede di una vivace pesca sportiva.

Rottami e rifiuti qui non sono mai giunti. L’intraprendenza di alcuni, e l’amore per i propri luoghi hanno saputo senza traumi trasformare il paesaggio, e per certi aspetti riportarlo ai primordi. I vari specchi d’acqua ci fanno infatti pensare al tempo in cui il Po e il Tartaro scorrevano liberi in una miriade di rivoli e stagni, contendendo terreno al bosco di lecci, rovi e faggi, paradiso di uccelli e cinghiali, cervi e caprioli, mentre coraggiosi pionieri, su tronchi scavati con rudimentali attrezzi di selce, si lanciavano in questa nostra terra così unica, per conquistarla.

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Come citare questo articolo

Graziano Beccari. “La fornasa delle Giare”. Ventaglio Novanta, n. 9, 1994. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-fornasa-delle-giare/

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