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STORIA - TRADIZIONI

Terra, acque e uomini in Bassa Padovana

Grazie al lungo lavoro del Gruppo Bassa Padovana, istituito a Stanghella il Museo Civico Etnografico.

di Ornella Valerio

Ventaglio Novanta n. 9 1994 pp. 80–85

Per motivi di lavoro, ma anche con piacere, sono stata costretta per diversi anni a percorrere le strade e gli argini di fiumi e canali fra S. Urbano e Vighizzolo, spingendomi fino a Piacenza d’Adige, Castelbaldo ed Este. Ho osservato incuriosita quei canali e fiumi che per un tratto si svolgono sinuosi entro i loro alvei e per un altro proseguono diritti e indifferenti, ho ammirato quelle stradine sopralevate rispetto al piano della campagna che denunciano la loro antica origine, e quei ponti-canali che di primo acchito sembrano un affronto alle leggi della dinamica.

Era inevitabile che, prima o dopo, per soddisfare la mia curiosità, ma anche per saperne di più, gravitassi attorno a quella che è l'associazione culturale più rappresentativa della Bassa Padovana ed alla sua espressione più tangibile: il Museo Civico Etnografico di Stanghella. Un'istituzione questa che è il prodotto del lungo lavoro svolto dal Gruppo Bassa Padovana in collaborazione con il Comune di Stanghella.

Il Gruppo si è formato nel 1969, in anni di grandi fermenti innovativi, con l'intento di costituire un movimento per sensibilizzare le scuole della Bassa alla ricerca di nuovi schemi didattici e culturali. Si è poi maturato e ridefinito, puntando verso la promozione culturale locale, estendendo la sua azione al di fuori dell'ambiente scolastico ed organizzando anche diverse mostre itineranti.

Da allora la sua originale composizione è variata, attingendo forze nuove ed adottando indirizzi via via più guidati verso le esigenze culturali del territorio.

Ma chi sono gli amici che fanno parte del Gruppo?

Quando si parla o si sente parlare del Gruppo Bassa Padovana, il binomio Gruppo-Camillo Corrain è inscindibile; e certamente il professor Corrain, Preside della Scuola Media di Stanghella, ne è da sempre l'anima ed il motore instancabile. Ma dell'associazione fanno parte anche numerose altre persone fornite delle esperienze più diverse e con svariate preparazioni culturali, ma accomunate da un grande interesse per la propria terra.

C'è chi si occupa di ricerca, chi fa studi su documenti d'archivio o sulla geomorfologia del territorio, ma c'è anche chi si occupa degli aspetti più pratici e concreti, anche i più umili e faticosi, come, per esempio, lo spostamento su e giù per cinque rampe di scale – come ho visto fare spesso in occasione della recente risistemazione del museo – delle vetrine destinate ad accogliere il materiale in esposizione.

Qualche tempo fa, un'insegnante di Storia presso il Liceo Classico di Rovigo mi raccontava che durante il suo primo incontro con gli amici del Gruppo ebbe modo di "sentirsi vergognosa, ma nel contempo piena di ammirazione di fronte alla passione che traspariva dalle parole di chi, pur privo di cultura – come viene comunemente intesa –, ma animato da interesse ed amore per la storia della propria terra, le illustrava il materiale archeologico raccolto".

Una lunga storia sta quindi alle spalle di questo Museo etnografico ospitato nell'ex palazzo del Magistrato delle acque. Probabilmente – ipotizza il professor Corrain – trattavasi di un magazzino idraulico, ora proprietà del Comune di Stanghella.

Fu proprio tra le travature di sostegno del tetto del palazzo che, circa vent'anni fa, proprio Corrain si accorse di un particolare "rinforzo" aggiunto chissà quando. In realtà si trattava di una "scatola" di legno, a forma di parallelepipedo, contenente ciò che ora fa bella mostra di sè in una delle sale al primo piano: la carta catastale del "Retratto del Gorzon" risalente al 1633 e commissionata dal Magistrato dei Beni Inculti della Repubblica di Venezia.

L'episodio del fortunoso, nonché fortunato, ritrovamento è diventato un po' la leggenda del museo; in realtà l'esistenza della carta, sia pure ritrovata come detto sopra, era già nota da tempo, ma prima che la esaminasse il professor Corrain non si sospettava la sua reale antichità; la si credeva più recente e databile agli inizi del secolo scorso.

È una carta enorme, la seconda in Europa di queste dimensioni. Misura circa otto metri di lunghezza per quasi tre e mezzo di larghezza e rappresenta, con colori ad acquerello, in scala 1:10.000 circa, il territorio fra l’Adige e i Colli Euganei, da Castelbaldo e Montagnana, toccando Este, fino ad Anguillara Veneta. L'illustrazione si rifà a dati antecedenti al 1633; lo testimoniano l'assetto idraulico e la dislocazione dei nuclei abitati, e rappresenta lo sforzo compiuto dalla Repubblica di Venezia nel ’500 per conquistare i terreni paludosi alle colture, nonché rafforzare il suo potere in terraferma e limitare il progressivo interramento della Laguna. A tal fine il Senato Veneto istituì i Retratti di bonifica, tra i quali figurano, oltre a quello citato del Gorzone, i Retratti di Lozzo, delle Valli di Lendinara, del Bacchiglione, della Battaglia di Monselice. Tali opere comportarono notevoli sconvolgimenti nell'assetto sociale della Bassa Padovana, in quanto, da un'economia prevalentemente basata sulla pastorizia e sulla pesca, si dovette passare ad un'economia essenzialmente agricola.

La descrizione che potrei fare qui della carta sarebbe inadeguata, e del resto essa è ben descritta, e riprodotta in diverse sue parti, in alcune delle pubblicazioni edite a cura del Gruppo Bassa Padovana: basti dire che la carta del "Retratto" merita anche da sola una visita al Museo.

Chi lo visita non deve, però, aspettarsi di trovare solo la classica esposizione di oggetti e reperti descritti e catalogati. Sì, c'è anche questo, e ne è ulteriore conferma il rigore scientifico con cui ho visto inventariare da parte della funzionaria della Sovrintendenza ai Beni Archeologici i reperti raccolti in diversi anni da tante persone del Gruppo, e riguardanti periodi che vanno dall'Eneolitico al Medioevo: i pezzi migliori, i più rappresentativi, saranno ospitati, si spera entro breve tempo, nella sala destinata ad illustrare la colonizzazione umana del territorio.

Ciò che colpisce di più e che è stato nelle intenzioni dei fautori del museo (nato come centro di servizio culturale della Bassa Padovana e pertanto sviluppatosi da un concetto museografico di base alquanto diverso dal solito) è la presenza degli uomini che hanno popolato le paludi prima e le terre strappate alle acque poi. Il museo di Stanghella vuole documentare le loro fatiche e i loro quotidiani problemi di sopravvivenza, ma anche con la loro religiosità, il loro gusto per le cose belle e gradevoli, come poteva essere la decorazione di una tazza o di un piatto, o la fumatina da una pipa di terracotta, oppure ancora il piacere di una chiacchierata con gli amici e il sapore di un bicchiere di vino all'osteria.

In proposito, sono particolarmente gradevoli, per la loro simpatica disposizione, le botteghe degli artigiani quali il fabbro, il carradore, il maniscalco, la sala della ruralità, specie di "bazar" quale si trovava nelle case rurali del passato, cioè quel luogo dove venivano raccolti gli attrezzi che servivano per i lavori nei diversi cicli stagionali e, non ultima, l’antica osteria del Seicento.

Man mano che si passa da una sala all'altra questi uomini, invisibili, che ci hanno preceduto e che ora sentiamo vicini, diventano sempre meno sconosciuti e, forse, alla fine, un po' amici.

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Come citare questo articolo

Ornella Valerio. “Terra, acque e uomini in Bassa Padovana”. Ventaglio Novanta, n. 9, 1994. https://ventaglionovanta.it/archivio/terra-acque-e-uomini-in-bassa-padovana/

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