A conclusione della mostra di scultura e disegno allestita, alcuni mesi or sono, presso la sala Cordella di Adria, intitolata "I movimenti del cuore", ci è stata offerta l'opportunità di incontrare l'autore Riccardo Crepaldi nella casa di campagna in cui vive e lavora, per ripercorrere alcune significative tappe della sua vita di artista.
Riccardo Crepaldi inizia a realizzare le sue sculture nel 1989, sollecitato da un gruppo di amici di Torino. Giorno per giorno apprende e perfeziona le tecniche dell'artigianato in generale e quelle del bassorilievo su tavole di legno in particolare, tesaurizzando i consigli dell'amico scultore Domenico Fanizza di Urbino.
La prima opera a tutto tondo (un incontro di due figure risalente al 1990) è, nei modi, straordinariamente vicina ai celebri manichini della pittura metafisica di Giorgio De Chirico e testimonia già la volontà di approdare alle difficili terre dell'arte.
I contatti con maestri assai rinomati (come il professore Giuseppe Lotto di Piove di Sacco e il professore Graziano Pompili dell'Accademia di Bologna) e con appassionati d'arte (come il pittore Paolo Gasparetto di Contarina) gli consentono di risolvere i problemi relativi alla impostazione delle figure e di sciogliere dubbi e incertezze sulla combinazione dei volumi, mentre le osservazioni e le riflessioni di alcune persone care gli permettono di staccarsi dall'opera e di avere una visione più oggettiva dei risultati di volta in volta conseguiti.
L'attività grafica preliminare (accompagnata spesso dalle prove preparatorie in argilla), poco amata dall'artista perché non comporta, al contrario della scultura, grande dispendio di energia fisica, diviene premessa indispensabile alle rappresentazioni plastiche che, per la natura stessa del materiale da cui sono tratte (legno ed ora anche marmo), richiedono una precisione tale da non lasciare spazio alcuno ai ripensamenti.
Il legno è, ovviamente, selezionato con attenzione: si prediligono gli alberi da frutto della zona, oppure l'ulivo, il castagno, il faggio, il platano e soprattutto il frassino per la compattezza delle sue fibre, la tendenza a rimanere stabile nel tempo e la resistenza che oppone agli attacchi dei tarli.
I ceppi, sempre di grandi dimensioni, ripuliti dalla corteccia, sono trattati con trementina e successivamente con olio di lino, sostanza in grado di evidenziarne colore e venature.
Ciò che importa a Crepaldi non è la figura in sè ma l'impressione del movimento che lo scalpello, condotto da abile mano, sa creare sulla superficie del legno. L'oggetto rappresentato è sempre identificabile, non è deformato o scomposto, ma conserva legami profondi con la realtà sensibile. A certa solidità e compostezza, però, si sostituisce l'idea del movimento, l'ansia di imprimere la tensione del moto ad una "cosa" di per sè immobile.
Ecco allora che il gioco delle superfici, in parte lisce, in parte scalpellate, o scanalate totalmente, nato per ragioni d'indole d'artista, è divenuto poi il mezzo privilegiato per togliere staticità alla forma. È come se l'albero continuasse a vivere, partecipasse ancora della vita della natura ed esprimesse questa vita nell'immagine del moto che ora il legno, per merito della tecnica e dell'arte, riesce a comunicare con un linguaggio nuovo. L'albero, insomma, resta ad esprimere il movimento del lavoro e l'atmosfera che lo circonda.
Il pensiero, o meglio, la riflessione che Crepaldi affida alle sue opere, ripropone l'antico invito oraziano del carpe diem: cogli l'attimo, afferra l'istante che fugge, sii presente al presente. La morte, che determina il senso del nostro essere uomini, ci impone di operare, di agire, di vivere il nostro tempo con intensità e l'arte non è che la testimonianza di questo impegno totale, assoluto.
Già a partire dal 1981 la passione per le arrampicate in montagna ispirava all'artista: non solo una precisa concezione della vita, ma anche l'idea che tale concezione avrebbe potuto trovare espressione in qualcosa di concreto destinato ad identificarsi, dopo il 1989, con un certo tipo di scultura, la scalata e l'opera scultorea richiedono infatti le medesime cose: fatica, attenzione, capacità di concentrarsi e utilizzare tutte le energie fisiche e mentali; e offrono, entrambe, la verifica e la misura delle proprie qualità.
Tutto questo Crepaldi ha raccontato e racconta realizzando un tipo di scultura principalmente vicino ai modi di Medardo Rosso (1858-1928), poi a quelli di Arturo Martini (1889-1947), di Augusto Murer (1922-1985), di cui egli ama soprattutto la produzione degli anni '50-'60 caratterizzata dalla finitura rustica e drammatica dei pezzi, e, in questi ultimi tempi, di Marino Marini (1901-1980) e di Alberto Viani (1906-1989).
Del Marini Crepaldi condivide l'asserto teorico espresso con limpidezza in queste poche parole: "Considero profondamente artistica soltanto quell'opera che, pur attingendo alla natura, se ne astrae e la supera. Arte è anche allucinazione perfetta, tutte le verità della natura in tal modo si trasformano"¹; del Viani apprezza la capacità di modificare e far scomparire i corpi reali attraverso la stilizzazione delle forme. Negli ultimi lavori, infatti, l'artista adriese si sforza di mantenere il soggetto in costante unione con l'atmosfera esterna e, nel contempo, di superare l'immagine classica del busto.
Oggi, dopo aver partecipato a diversi concorsi di pittura e scultura ottenendo lusinghiere affermazioni (Fano, Chiampo, Cesenatico e in particolare Como, dove il lavoro presentato dall'artista è stato premiato con il secondo più importante riconoscimento su centoventi opere), senza dimenticare la mostra collettiva organizzata dal Circolo rodigino di Bolzano in occasione della fiera della città, Crepaldi frequenta, come uditore, il corso di scultura presso l'Accademia di Belle Arti di Bologna.
Nel corso del corrente anno Crepaldi riproporrà la mostra intitolata "I movimenti del cuore" a Rovigo (settembre) e a Cavarzere (novembre). Attraverso questi appuntamenti ed altre esperienze ancora in fase di definizione egli svilupperà ulteriormente l'idea dell'essere presenti al presente, né ricuserà, crediamo, quel pessimismo appena accennato, quel latente malessere e quella sottile amarezza che unificano e contraddistinguono tutta la sua produzione presente e passata.
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Come citare questo articolo
Michela Marangoni. “I movimenti del cuore”. Ventaglio Novanta, n. 9, 1994. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-movimenti-del-cuore/