Caro Renato, l’altra mattina sono dovuto andare in Segreteria all’Università. Allo sportello c’era una coda lunghissima. Saranno state una trentina di persone, e io in fondo, ultimo arrivato. Una rabbia. I primi della fila dovevano essere persone lentissime, non si sbrigavano mai, mai uno che uscisse e che lasciasse il posto ad un altro. Guardavo, guardavo e macché. Pareva che là, in quel lontanissimo e dannatissimo sportello, si raccontassero delle barzellette. Accidenti. Per fortuna non ero più l’ultimo. Era arrivato qualcun altro e si era accodato tranquillo dietro di me. Bene. Questo mi faceva sentir meglio.
Oh finalmente la lunga coda si è mossa, impercettibilmente, forse di venti centimetri, forse neanche; è stata una mia illusione. Che caldo. Faceva un caldo bestia perché si era tutti attaccati, a contatto di pance, di gambe, di gomiti, di seni senza alcun riverente pensiero per quello dietro cui pestavi i calli o per quello davanti che si ergeva come una montagna e ti impediva la visuale. Mi sarebbe venuta voglia di farmi largo a gomitate, di morsicare tutti, di correre alla disperata su tutte quelle teste.
Stavolta la fila si era mossa davvero, ma chissà a che punto si era; io non vedevo che gente, dietro, davanti, di fianco a me. Lo sportello era la meta irraggiungibile al di là di tutti quei cappotti, di quelle giacche, di quei soprabiti, di quei tailleurs. Volgevo lo sguardo in alto perché, assurda speranza, volevo vedere uno sprazzo di cielo azzurro, libero, puro, e invece freddi globi diffusori opachi, pendenti dal soffitto come placidi ragni in riposo.
Se almeno avessi potuto attaccare discorso con qualcuno, scambiare qualche parola; ingannare l’eterna attesa. Macché. Quei volti erano chiusi, ostinati; avevano ciascuno la sua rabbia, le sue preoccupazioni, i suoi misteri. La faccia davanti, bitorzoluta, con un naso grossissimo, con i radi capelli sporchi e pieni di forfora, le labbra grosse e flaccide, era sempre immobile, lo sguardo fisso all’inizio della coda; non si voltava, non guardava nessuno, non batteva una palpebra. La ragazza al mio fianco, esilina, con lunghissimi capelli neri e due occhioni che ci si poteva specchiare dentro, guardava sempre il pavimento e l’orologino d’oro al polso, pavimento-orologio-orologio-pavimento; ogni tanto sospirava pianissimo, battendo leggermente le lunghe ciglia.
E il tipo dietro, ecco, il tipo di dietro parlava senza un attimo di sosta con un altro (evidentemente un amico) spifferando tranquillamente tutti i suoi affari. Dopo un po’ quel monotono bla-bla-bla mi dava fastidio. Avrei voluto tappargli la bocca. Oltretutto aveva una faccia da antipatico veramente consolante. Più indietro ancora c’era una tizia che continuava a sbuffare, rossa e truccatissima, avvolta come una imperatrice in una sontuosissima pelliccia. Si vedeva benissimo che per lei era la cosa più obbrobriosa della vita il fare la coda lì, assieme a tanti plebei, vicino al tanfo di sudore che neutralizzava il suo costosissimo profumo francese.
Intanto la fila si era spostata in avanti, di un passo, con i soliti spintoni e le solite gomitate. Io cercavo di sporgermi in fuori, di allungare il collo per vedere quanto era ancora lunga, ma per quanto mi sforzassi non vedevo che gambe, cappelli, ombrelli, borse, segni di gente in attesa con me. Ma non erano come me. Ci accomunava il fatto che eravamo tutti lì per arrivare a quello sportello; ma per il resto eravamo acerrimi nemici. Ognuno di quelli che mi erano davanti, tutti, uno per uno, da quello vicino con la borsa di cuoio marrone, a quello lontanissimo, sconosciuto, misterioso, che stava sbrigando le sue pratiche allo sportello, io li vedevo stritolati, consumati a fuoco lento, torturati, paralizzati, fulminati, inesistenti addirittura perché solo dopo essermi sbarazzato di tutti avrei potuto raggiungere la meta.
D’improvviso uno starnuto; nella lunga coda ci fu un fremito, qualcuno si voltò per vedere chi aveva emesso quel sonoro starnuto: era un signore anziano, piccolo, con una gran barba bianca e un cappotto sgualcito. Era l’ultimo della interminabile coda. Anche lui aveva speranza di poter giungere all’agognato sportello. Qualche volto sorrise. L’anziano signore non si scompose minimamente, tirò fuori un grosso fazzoletto giallo e si soffiò il naso. Sembrava non avesse affatto fretta. Il tizio dietro continuava a contarla appassionatamente all’amico. Io per un attimo dimenticai tutta la rabbia ed ascoltai il discorso composto di avventure sentimentali, ragazze bellissime e leggere, professori arcigni e gaglioffi, soldi spesi a palate, gite in macchina conclusesi con vere e proprie orge. E ancora. Ma l’attimo era durato molto. Fuori era ormai scuro. Dietro di me qualcuno, poco paziente, aveva rinunciato e se n’era andato lasciando il suo posto contesissimo per una frazione di secondo, poi subito occupato da due, tre persone che si davano calci negli stinchi. Ero stanco di stare in piedi; e sopra di me quelle facce così ostili, quella coda brulicante di gente. Volevo ribellarmi ma stavo fermo, zitto. Non vedevo lo sportello ma sapevo che c’era; e che c’era l’impiegato con gli occhiali, in maniche di camicia, pronto a farmi i documenti richiesti. Dovevo solo avere la pazienza di arrivare.
Aspetto. Discorsi vaghi, davanti, questa volta. Aspetto. Ragazzi da capelli lunghi mi guarda e sorride. Aspetto. Signora con la pelliccia sbuffa. Aspetto. Ragazzo con giaccone di cuoio e sigaretta nazionale bestemmia sotto voce. Aspetto. Una mosca si è posata sul nasone bitorzoluto di quello davanti. Aspetto. Uno spilungone sbadiglia senza mettere la mano davanti alla bocca. Aspetto. Pazienza. Non so quanto tempo. Oh, ecco, finalmente: sono arrivato anch’io… arri…vato.
“Scusi, a me, occorrerebbero…”. Ma con chi parlo? Dinnanzi a me non c’è sportello di vetro, impiegato con gli occhiali in maniche di camicia, mucchi di pratiche, penne biro, mensole di marmo. No. No. No. C’è solo il muro. Un muro giallognolo, brutto, un po’ screpolato.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Lorenzo Reggiani. “In coda”. Ventaglio Novanta, n. 9, 1994. https://ventaglionovanta.it/archivio/in-coda/