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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Tempo di fraìma

Con le prime burrasche autunnali, nelle valli del delta arriva la stagione della pesca.

di Simone Martinello

Ventaglio Novanta n. 10 1995 pp. 14–17

Sotto il profilo paesaggistico e naturalistico le valli da pesca di Rosolina offrono al visitatore un ambiente d’eccezione, ricco di emozioni, dove è facile perdersi insieme alla fantasia nella vastità e nel silenzio. Viene spontaneo chiedersi, con i versi di Livio Rizzi: «Ma cossa xe che importa / ’sta miseria / che quando el sol se colga / par che se impissa un pajaro?».

Girando in bicicletta per questi luoghi, dove uomini e cose si stagliano nell’acqua e perpetuano attività e gesti che si perdono nella notte dei tempi, mi sorprendo a pensare che la Repubblica di Venezia aveva capito benissimo l’importanza economica e la funzione protettiva delle valli.

Noi, oltre a questo, dobbiamo coglierne la poesia e preservarne la bellezza, capire che necessitano di pace, di aria e di acqua pulita. Soprattutto bisogna volere che vivano, affinché il loro fascino continui a colmare di stupore lo sguardo di chi ancora deve venire.

In posizione retrostante, rispetto al litorale di Rosolina, si trovano i grandi specchi vallivi (vedi Ventaglio n. 7 “La strada delle valli”). Gli abitanti delle valli sono chiamati “vallesani”, la loro attività principale è la pesca, che qui richiede un lungo e paziente intervento preparatorio che dura mesi.

La tecnica di pesca in valle sa di astuzia antica, maturata lentamente sulla scorta di un’osservazione della natura che non può non essersi affinata nei secoli, distillando spezzoni di consapevolezza cuciti poi insieme, forse d’un tratto, chissà quando e da chi. Sentirne parlare da Romeo, vallesan in pensione e uomo abituato a pesare le parole, è stato per me motivo di grande interesse.

L’anno nuovo inizia alla fine di febbraio quando le chiaviche a mare vengono aperte per permettere la “montà” (montata), cioè la migrazione che alcune specie di pesce compiono dal mare alla valle. Una tecnica antica agevola dunque l’inseminazione della valle col novellame proveniente dal mare; Torquato Tasso la descrive nella Gerusalemme liberata: avviene dunque che il pesce «fugge da l’onda impetuosa e cruda / cercando in placide acque ove ripare, / e vien che da se stesso ei si richiuda / in palustre prigion, né può tornare / ché quel serraglio è con mirabil uso / sempre a l’entrar aperto e l’uscir chiuso» (Gerusalemme Liberata, Canto VII).

Oggigiorno la ‘montà”, che termina alla fine di aprile, è molto scarsa soprattutto a causa dell’abbassamento dei terreni verificatosi nel corso degli anni. Si provvede allora all’arricchimento della valle con la “sémena” (semina) del pesce che pescatori autorizzati, i “novellanti”, raccolgono lungo le coste, in una spiaggia qualunque di una qualunque regione italiana.

La “sémena” è un’operazione delicatissima e importante perché, al di là di quello che sarà il raccolto, costituisce la “dote” della valle per gli anni futuri. È di grande costo e richiede una notevole abilità.

Il “novellame”, pesciatelli minuscoli e trasparenti, vengono valutati e stimati, per tradizione, con la tazzina (a “miari”, ossia a migliaia; solo le orate sono contate una alla volta).

Un lavoro strano ma non privo di poesia, quello del “novellante”, che implica sacrifici ma garantisce un buon reddito. Il pesce novello viene messo in certe vasche, i “seragi”, perché possa acclimatarsi prima di venire liberato in valle aperta.

Sono questi i giorni di preoccupazione per il capovalle e i vallesani: scrutano l’acqua degli stagni da pesca e fanno in modo che il pesce trovi le giuste condizioni di vita. Turiddu Naccari, capovalle di Veniera e Sagreda, ad uno scrittore capitato lì disse: «Facciamo tanta fatica, ma stia sicuro che i pesci non hanno di che lamentarsi. Anzi, io credo che, se potessero, ci ringrazierebbero tanti quanti siamo». In effetti il pesce vive bene in valle, dove trova alghe e molluschi, il tenore salino appropriato, acqua fresca ed aereata durante l’alidore estivo.

Alla fine dell’estate, con le prime burrasche autunnali, arriva la stagione della pesca: questa è detta “fraìma”, parola dall’etimo incerto (forse deriva dal latino infra hiemes, cioè “sotto l’inverno” o da un vocabolo greco il cui significato sarebbe: “tempo delle prime procelle invernali”). Per tradizione comincia la prima domenica di ottobre e si conclude a Natale; adesso si tende a prolungarla fino alla Quaresima per ragioni di mercato.

Molteplici sono le operazioni richieste dalla fraìma. Le chiaviche dei canali adduttori vengono aperte in “scuro di luna” e possibilmente in presenza di un forte temporale. Dando acqua alla valle, si favorisce la “smontà” (smontata) del pesce, il quale sente con forza il richiamo del mare aperto. Lo sente perché, avendo raggiunto la maturità sessuale, vuole accoppiarsi e riprodursi. Così è istintivamente portato a risalire la corrente lungo i canali di “vegnùa” (sono canali subacquei più profondi del piano generale vallivo sommerso e servono a mantenere vivo il movimento dell’acqua in valle).

Il pesce, impaziente e fiducioso, si precipita verso il canale dove c’è la chiavica “maistra”, principale, posta sempre nelle vicinanze del casone. È la natura che lo spinge innanzi e la natura non può mentire. Può mentire però l’uomo, che infatti lo attrae nel “colauro”, tratto di canale lungo 60-120 metri e largo circa 20, dove ci sono particolari accorgimenti per catturarlo.

Il pesce finisce dapprima nelle “cogolere”, sbarramenti verticali disposti ad angolo acuto (a “V”), e poi nelle trappole dei “lavorieri”, veri e propri labirinti nei quali si entra ma dai quali non si esce. Attraverso questi artifizi il pesce viene selezionato in base alle dimensioni.

Con la “fraìma” inizia in valle un’attività febbrile per i vallicultori che a tutti gli effetti sono ormai dei veri e propri imprenditori che sanno mettere a frutto l’antico detto veneziano: «coltivar aqua dove xe aqua, tera dove xe tera».

I vallesani, con i classici stivaloni a coscia, tirano su il pesce imprigionato nelle reti con le “voleghe”, specie di guadini fatti a cucchiaio, quasi ovali e con un lungo manico. Gli esemplari maturi vengono destinati alle vasche delle peschiere, dette di “risalvo”, dove trovano ricovero durante il periodo invernale. Quello da vendere viene gettato per terra nella “casetta” del pesce e lasciato lì perché muoia e possa così venir messo nelle casse. Tra il casone e la “casetta” c’è tutto un via vai, con in più i furgoni che vengono a prendere il pesce da portare al mercato.

Le specie pescate sono costituite dal “pesce bianco” indicato in 5 tipi di cefali (bosega, mecia, otregan, caustelo e verzelata: si differenziano per forma, peso, età, squame e macchie di colore) e dal “pesce armà”, cioè orate e branzini, che insieme ai “bisati” (anguille) ha maggior valore commerciale. I “bisati” vengono mantenuti vivi nei “viveri”, grandi cesti di vimini a forma sferica, fino al momento opportuno della vendita.

Si può dunque dire, per quanto descritto sopra, che la vallicoltura rappresenta una forma storica di civiltà economica alla quale sono legate antiche tradizioni che sussistono ancor oggi, rappresentando tuttora un importante fonte di reddito per il Delta polesano.

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Come citare questo articolo

Simone Martinello. “Tempo di fraìma”. Ventaglio Novanta, n. 10, 1995. https://ventaglionovanta.it/archivio/tempo-di-fraima/

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