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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

San Nicola di Adria

Il tempio, nel cuore dell’isola cittadina, ricostruito dopo la prima guerra mondiale su progetto dell’arch. G.B. Scarpari, è dedicato ai Caduti

di Romano Beltramini

Ventaglio Novanta n. 10 1995 pp. 18–21

“ET IPSI VIVENT”
Nel Tempio di S. Nicola da Tolentino, ad Adria, si ricorda, si riflette, si prega.

…La canzone d’amore,
la disadorna preghiera
del tuo innamorato
finisce.
E finita è l’estate
della tua sagra
Santa Gorizia.
I nostri morti sognano
dentro i tuoi cimiteri
nei tuoi monti
e nel tuo piano:
l’Isonzo li piange,
come avrebbero fatto
qui le mamme lontane,
che sbiancano in silenzio
nelle case deserte.
I vincitori che vivono
fanno la guardia più innanzi:
nei guazzi di Vertòiba,
con fango fino alla cintola,
sul rosso San Marco,
oltre il Vèliki, oltre il Pecinka…

Oh, se in quel tempio si potesse trascrivere, per intero, la Sagra di Santa Gorizia di Vittorio Locchi, ad omaggio perenne di quella Gente, di quei Caduti…!

Nel silenzio della Chiesa, nella riflessione dell’anima vigile al tremolio di pochi ceri accesi davanti alla Madonna, in un silente colloquio che parla di attenzione ed invoca l’amore, nasce la riflessione dell’omaggio dovuto, del rispetto per ideali che hanno coinvolto e travolto le generazioni in guerre volute o non volute, in una disperata ricerca di stabilità e pace.

Nel silenzio del tempio la riflessione muta parla al cuore ed il pensiero esprime un omaggio riverente a tutte le vittime della guerra.

Quello di Adria è, senza dubbio, il Monumento ai Caduti più bello del Polesine. L’antica Chiesa di S. Nicola da Tolentino, la cui origine si data intorno al tredicesimo secolo, pone una data certa di rifacimento nel 1634, anno nel quale un decreto “ducale” della Serenissima, sotto il cui dogado la città era governata – era Doge Francesco Erizzo (1631-1646) – stabiliva la sistemazione dei beni di proprietà del Comune retto da un Podestà-Capitano nominato nel 1628. La disposizione del Doge consentiva la ricostruzione della Chiesa di S. Nicola da Tolentino, iniziata il 13 luglio e terminata ed inaugurata il 13 gennaio 1636. Lo stesso “ducale” ordinava la costruzione, insieme alla Chiesa, di due conventi cittadini che avrebbero subìto mala sorte alcuni anni più tardi, nel 1810, ad opera della tracotanza napoleonica, com’è noto, contraria al Papato.

La Chiesa veniva affidata alla Confraternita laicale dei “Cinturati” o della “Cintura” e ne fa fede una relazione del vescovo Girolamo dei Conti Porcia (1598-1612) alla Sacra Congregazione del Concilio di Trento; la stessa associazione aveva curato la preesistente Chiesa per molti anni ed ora, in secolo burrascoso, aveva nuova sede di culto per sé e per la pia devozione degli Adriesi che poteva essere espressa, ininterrotta, fino al 1810, anno di chiusura disposta dal governo italico, che soppresse anche le confraternite religiose su ordine di Napoleone Buonaparte. Per quarant’anni le sacre porte rimasero invalicate e tempo ed incuria inevitabilmente danneggiarono il tempio che venne demolito nel 1850 poste le condizioni ritenute irrecuperabili.

Due anni dopo però il Vescovo Antonio Bernardo Squarcina (1842-1851) lo fece riedificare, così come curò il recupero e la riapertura della Chiesa “Santa Maria degli Angeli alla Fontana”, dei Padri Riformati, annessa all’ospedale cittadino, e di molti altri templi della Diocesi di Adria rinsaldata nel culto e nei valori spirituali dalla sua saggia reggenza.

Altri anni trascorsero sereni per la nobile Chiesa, ora divenuta sacra custode della devozione cittadina, finché la municipalità adriese decise, dopo la Grande Guerra 1915-18, di onorare i propri caduti con un monumento che esternasse la riconoscenza di chi restava a quanti avevano generosamente donato la propria vita per la patria.

E non si trovò idea migliore di quella di adattare la centrale Chiesa di S. Nicola da Tolentino, nel cuore dell’isola cittadina, a tempio dei Caduti, affidandone il progetto e la direzione dei lavori all’insigne architetto Giovanni Battista Scarpari, affermato professionista, che seppe realizzare un’opera d’arte veramente significativa ed ammirabile.

Dall’austero portale ad arco in ferro battuto, sorvegliato da due bronzei leoni a grandezza naturale, opera dello scultore Gaetano Samoggia di Castelfranco Emilia (così come, dello stesso, la superba aquila reggente la vittoria alata che sostiene il pennone della bandiera sulla gustosa piazzetta antistante al tempio), fino ad arrivare alla magnifica colonna con lucerna, sempre del Samoggia, posta all’interno a custodia di un sarcofago di guerriero romano, in pietra d’Istria, inviato dalla Città Eterna.

Tutto, armonicamente, si intona allo splendore di una Chiesa la cui ampia facciata, in marmo, riporta dieci bronzee tabelle, in otto delle quali sono indicati i nomi dei caduti adriesi, mentre, espressi nelle ulteriori due laterali, il proclama di guerra di S.M. il Re Vittorio Emanuele III ed il bollettino finale della vittoria. Alta e significativa la scritta dettata dal nobile Vescovo Mons. Anselmo Rizzi “Et Ipsi vivent” (ed Essi vivranno) posta sulla maestosa facciata a gloria ed onore dei caduti, per richiamare costantemente al rispetto una città che sa quanto valga, per la sua storia, il culto dei morti.

L’attenzione sulle decorazioni marmoree della facciata rileva le artistiche faci rovesciate e le croci con ghirlande che simboleggiano il transito della vita, mentre, ai lati del portale, si evidenziano lo stemma della città di Adria ed il simbolo della Pietà Funebre che segnalano come l’opera sia sorta ad auspicio della Chiesa e della Municipalità. Bronzee rilevanze alla base dei leoni menzionano il governo della nazione, con un fascio littorio e la scritta anno VI dell’Era fascista, e la regnante casa monarchica dei Savoia, con la croce sabauda.

Il rinnovato tempio venne inaugurato il 9 dicembre 1931. Sobrio e nello stesso tempo gustoso l’interno ove, ancora, si possono ammirare opere e motivi d’arte come una cinquecentesca “Natività”, probabile fattura di Jacopo da Ponte e tre paliotti d’altare a più colori, in scagliola su fondo nero con gioiose pregevoli decorazioni che si vogliono attribuiti a Guido Fassi da Carpi (1584-1649). Di Jacopo della Quercia una deliziosa terracotta policroma del 1400, rappresentante la Madonna della Carità.

La modesta ma attenta dotazione della Chiesa, ora affidata alle cure spirituali dei Padri Cappuccini, richiama ancora al nostro sguardo una pala raffigurante S. Antonio e S. Giuseppe, di autore non noto ed altre tele di buona fattura, non attribuite, come la “Madonna del Carmelo”, “S. Monica e S. Agostino” e la “Madonna della Cintura con S. Agostino e S. Girolamo Dottore”.

Del nostro secolo, anni sessanta, una magnifica Via Crucis scolpita in legno, opera ultima dell’adriese Antonio Sacchetto detto “il Brustolon adrioto” che la portò a termine in tarda età, con notevole fatica fisica, colpito ormai da incipiente artrosi; la stessa ha sostituito una più vecchia, analoga e preziosa opera del medesimo scultore, datata 1934 e trasferita insieme ad altre tele, nella Basilica “S. Maria Assunta della Tomba”.

L’interno del tempio viene ulteriormente arricchito da una grande lapide in marmo che ripete il “Bollettino della Vittoria” diramato da S.M. Emanuele Filiberto di Savoia al termine della Grande Guerra e da altre memorie, pure in marmo, dedicate agli aviatori adriesi ed a quanti caddero nella seconda Guerra mondiale; preziose le lapidi a muro significanti la storia e consacrazione del tempio.

Negli anni ottanta, a cura della Municipalità adriese, il trasferimento, con grandi onori, dei resti di caduti della Grande Guerra dal cimitero cittadino al tempio di S. Nicola, collocati sulle pareti laterali all’altare maggiore.

Improvvida ed inspiegabile la grave decisione presa, alcuni anni or sono, della demolizione di un edificio retrostante alla Chiesa, e che della stessa formava sacristia, per ricavarne un condominio. Oh, quanto più adatto gesto sarebbe stato quello di un utilizzo dell’ampio spazio per la creazione di un museo o mausoleo che avesse raccolto le testimonianze cittadine a storici eventi!

Ma il tempio non cessa di rinviare la memoria al passato: chi sosterà a S. Nicola, in Adria, immaginerà lo sfilare di eserciti o sentirà risuonare nomi storici come Adamello, Bainsizza, Caporetto, Carso, Cengio, Col di Lana ed ancora, Isonzo, Ortigara, Montello… O forse, più semplicemente ricorderà il pietoso lamento di una giovane donna della nostra terra:

“Desfo el ninzolo che gavea cusido
per la nostra cuceta de nogara.
Lo desfo adasio co la testa bassa
pianzendo solo come lo sa Dio,
o bell’alpin restà su l’Ortigara!…”

BIBLIOGRAFIA:

Vittorio Locchi, “La Sagra di Santa Gorizia” da “La Sveglia” ediz. L’Eroica, Milano, Pasqua 1932.

Arturo Rossato, Lagno dal volume “Nuvole”, ediz. Orobiche, Bergamo, 1935.

Antonio Cappellini, Adria antica e moderna, Ediz. Zanibelli, Adria 1936.

Mario Schettini, La Prima Guerra Mondiale, ediz. G.C. Sansoni, Firenze 1965.

Alcide Boccato, Adria nel mito, nella leggenda, nella storia, Tip. Comm. Giuliani, Vicenza 1966.

Aldo Rondina, Una Diocesi millenaria, Minedi 1984.

A. Bocca, Annali adriesi 1506-1649, trascr. da Antonio Lodo, Minelliana editrice 1985.

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Come citare questo articolo

Romano Beltramini. “San Nicola di Adria”. Ventaglio Novanta, n. 10, 1995. https://ventaglionovanta.it/archivio/san-nicola-di-adria/

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