Domenica 18 settembre, puntuale come sempre, si è riaperta la stagione venatoria, lugubre sinonimo di nuove stragi. I problemi sul piatto sono quelli di sempre così come le polemiche e gli interventi di rito sui media. In questo quadro, di buon’ora mi sveglio per recarmi nel Delta del Po a dare una controllatina. Piove e tira vento. Il tempo non è clemente con uomini e bestie stamane.
Bene, penso, le condizioni atmosferiche sono sfavorevoli e molti animali saranno risparmiati.
Seguendo un percorso secondario, lungo il quale ho già notato molti cacciatori all’opera, giungo a ridosso delle valli da pesca, nel punto in cui avevo previsto di trovare una discreta concentrazione di seguaci di Diana. Infatti eccoli lì, davanti a me, almeno una ventina, mentre perlustrano, frugano spasmodici ovunque, si mimetizzano, incitano i cani, si accucciano, sparano. Li scruto con attenzione attraverso il binocolo mentre attorno infuria la contraerea. Rimango in silenzio, osservo, ascolto e, naturalmente, medito.
All’improvviso una raffica: PAM, PAM, PAM, PAM, PAM. Cinque colpi partiti dallo stesso punto. Ma non sono solo tre i colpi consentiti per legge? Cerco di individuare il galantuomo ma, maledizione, non ci riesco. Il binocolo mi restituisce nel frattempo sagome di povere bestie che volano alte nel cielo disorientate e in preda ad evidente terrore. Il tutto mentre, all’interno della valle, non si placano i continui rimbombi di un’artiglieria insaziabile.
Dal canneto di fronte a me sei sagome saettanti schizzano allo scoperto, si abbassano, virano nervosamente prima a destra quindi a manca, puntando infine diritte verso la postazione di un cacciatore per fortuna distratto. Lo superano incolumi senza che questi se ne avveda. Tiro un sospiro di sollievo. Pericolo scampato, almeno per ora.
Sono circa le otto quando un’anatra vola alta sulla mia sinistra dirigendosi proprio verso una zona di particolare pericolo. Cosa fai stupida! Mentalmente la scaccio verso mete più sicure. All’improvviso chiude le ali, perde quota, precipita, TONF! È caduta nel campò arato che mi si para dinanzi. Ferita a morte, con le ultime energie ha tentato invano di sottrarsi al destino e alla mano crudele che l’ha finita. Ma, ironia della sorte, due prodi “sportivi”, da tempo chiusi in macchina per le condizioni avverse, hanno assistito alla scena. Con incedere lesto si precipitano a recuperare l’animale. Lo trovano guidati a distanza da un terzo. È un bell’esemplare di germano reale maschio sui 7-8 etti. Questa sera avranno di che vantarsi con amici e parenti per le loro prodezze balistiche che, nel caso, non hanno richiesto neppure lo sparo di una cartuccia. Naturalmente a nessuno di loro passa per la testa di registrare la cattura sull’apposito tesserino regionale come prevederebbero viceversa le norme.
Aspetto ancora un po’, tifando sempre spudoratamente per gli animali, mentre gli automatici a cinque e più colpi continuano periodicamente a farsi sentire. Ore 9, ho visto abbastanza e decido di allontanarmi.
All’altezza di Porto Levante incontro una pattuglia di vigili provinciali; li fermo e li invito a controllare la zona da dove mi sono appena allontanato facendo presente che qualcuno usa fucili non regolamentari. Chiedo notizie sulla Vallona. Mi assicurano che lì fila tutto liscio. Mi mettono anzi al corrente che durante la notte alcuni cacciatori sono già stati “pizzicati” lungo il corso del Po a sistemare zimbelli prima dell’orario consentito.
Riprendo la mia perlustrazione e, giunto nei pressi della Vallona, mi fermo a fotografare una garzetta intirizzita dal freddo. Appena scendo dall’auto odo, inconfondibili, i “polifon”, richiami acustici vietati per legge. Salito sull’argine controllo e individuo inequivocabilmente le postazioni che hanno in funzione questi micidiali richiami acustici fonte di inganno per i malcapitati animali. Mi chiedo perplesso come mai i vigili provinciali non abbiano sentito ciò che io sento ora così distintamente.
Più avanti mi fermo ad osservare in valle Bagliona alcuni prodi al ritorno dalla faticosa giornata. Sono davanti a me tre “sportivi” di Vicenza che, mentre il barcaiolo spinge faticosamente sui remi, se ne stanno bellamente seduti nella barca ad attendere l’approdo. Scendono portandosi appresso le scarse catture. Neppure la fatica di portare i fucili, ché a questo pensa il fido cavalier servente mentre loro si puliscono e si sistemano all’interno di potenti macchine di grossa cilindrata. Non visto scatto alcune foto. Non si sa mai, potrebbero tornarmi utili in qualche conferenza sul tema.
Proseguo il mio viaggio in direzione Boccasette. Lungo il percorso vedo ovunque persone armate che si aggirano per la campagna in cerca di malcapitate lepri e fagiani che, per il momento, possono ancora trovare rifugio nei campi di mais. L’impressione che ne traggo è che almeno per oggi nella desolata campagna del Delta siano senz’altro più numerosi i cacciatori che i cacciati.
Arrivo infine in località Boccasette, lungo l’argine che separa la terraferma dal mare. Noto alcuni barcaioli che mi guardano con diffidenza. Mi spingo fino al punto in cui il Po di Maistra sfocia nel mare e salgo sull’argine.
Come ogni anno nella laguna prospiciente è sistemato un appostamento che, al solito, è occupato da due signori di Ravenna. Anche qui il richiamo acustico fa sentire alto la sua voce, ma oramai si è fatto tardi ed animali in volo non se ne vedono. Al rientro passo per golena Ca’ Cornera, regno incontrastato dei vicentini che infatti sono presenti, nonostante l’ora, in numero cospicuo. Pensare che questa zona è stata salvata dalla devastazione, nella totale indifferenza delle associazioni venatorie, grazie ad una tempestiva denuncia di noi ambientalisti.
Deluso mi avvio verso casa, mentre un pensiero di resa si insinua nella mente: Ma sì, probabilmente è giusto che gli eventi procedano in questo modo. In fondo degli animali e più in generale dell’ambiente interessa poco a chiunque, specie in questi tempi di disoccupazione, tagli e sacrifici. Forse le mie sono solo paranoie, allucinazioni di un ambientalista …
Rientro a casa e dalla televisione apprendo che la prima giornata di caccia è filata via liscia, senza incidenti. Gli amici del W.W.F. che si sono recati a svolgere il servizio di guardie venatorie volontarie mi raggiungono al telefono per raccontarmi com’è andata: sono stati trattati in malo modo da alcuni seguaci di Diana, sempre pronti a tenere atteggiamenti aggressivi nei confronti degli agenti volontari. Sono avvilito, ho voglia di mollare.
Ma l’immagine del povero germano che mi cade davanti agli occhi non mi lascia. Mi accompagna come una nota triste per tutta la giornata, e per lui, per la natura offesa dalla razza umana, decido di scrivere queste brevi note.
La gente comune, quella stessa gente che il giorno del referendum decise di andarsene per gli affari suoi invalidando un risultato certo, deve conoscere, deve rendersi conto che non è più né il momento né il caso di essere neutrali. E, se la fiducia dovesse fare difetto, per capire da che parte sta il torto non resta che fare il piccolo sforzo di girare per il territorio ad osservare direttamente, proprio come ho fatto io tante, troppe altre volte.
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Come citare questo articolo
Massimo Benà. “Il Delta ferito”. Ventaglio Novanta, n. 10, 1995. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-delta-ferito/