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STORIA - TRADIZIONI

I segantini

Quando nelle campagne gli alberi erano considerati una ricchezza, ferveva una impegnativa attività per utilizzare al meglio il legname

di Graziano Beccari

Ventaglio Novanta n. 10 1995 pp. 72–75

Al calar delle brume novembrine, fino al secondo dopoguerra, viaggiando in bicicletta imbacuccati per le strade fangose di campagna, si udivano secchi rumori lungo i filari d’alberi che bordavano ininterrottamente i fossati di confine.

“I Smaja” questa era l’osservazione che scaturiva spontanea. Un lavoro ormai svolto di rado, in quanto gli alberi, quasi tutti divelti dall’opera febbrile dell’uomo che intende conquistare a terreno seminativo perfino i centimetri del ciglio stradale, si sono talmente rarefatti da mettere in drammatica difficoltà perfino gli uccelli che ivi nidificano e trovano rifugio.

Capitozzatura, questo significa “smajare”, abbattere con secchi colpi di “falzin” (falcetto) i rami di due-tre anni sulle testate dei pioppi o salici, per trarne legna da ardere, ma soprattutto per farne uso universale nella conduzione dei lavori agricoli. I pali così ricavati dopo la scortecciatura, andavano a sostituire quelli vecchi “carolà” (tarlati) lungo i filari interminabili di viti (al di là da venire le colonnine di cemento). Si fabbricavano scale rudimentali e robuste per i più svariati usi: accuratamente selezionati servivano alla costruzione di serragli e gabbie per pollame e conigli, per sostenere i rami carichi di frutta, per immanicare vanghe rastrelli, falci da fieno e via dicendo.

Qualche contadino più abile ed appassionato di altri confezionava con quell’umile legno giocattoli per i bambini, senza pretese; ed ecco uscire da quelle mani abili e pazienti un cavalluccio pitturato con terra d’ocra, una locomotiva con tanto di ruote e fumaiolo, figure da teatro delle marionette come Fasolin, Sandron, e la bella Colombina.

Una gioia per i piccini che sbattevano gli occhioni ad ogni colpo di accetta o di raspa, in estasi davanti all’opera che stava nascendo; una scuola di vita fondata sulla parsimonia, sulla solidarietà, sugli affetti.

“Ocio ca ve tajo na recia” ammoniva l’improvvisato artista per liberarsi da quelle presenze pressanti. Ma non c’era nulla da fare; per quei bambini possedere un giocattolo con cui riempire le giornate era come salire in paradiso. Ne possiamo trarre un alto e amaro insegnamento: i bimbi e, più in generale le persone senza troppe esigenze, chiedono poco per essere felici. Ma oggi diventa impossibile realizzare questo elementare bisogno quando ci si è già stomacati con ogni sorta di trastullo, nauseati con robot, videogiochi e quant’altro. E allora ecco la fuga tragica verso il nulla, alla ricerca di perverse emozioni come attraversare col rosso i semafori, o lanciare pietre assassine dai cavalcavia dell’autostrada,… follia, paranoia, autodistruzione…).

Torniamo all’argomento.

Gli alberi morti o morenti dovevano essere abbandonati. Ma non come oggi che si segano rasente la superficie con ridicola facilità; allora si scavava tutt’attorno una vasta buca e con l’ascia da boscaiolo si recidevano le grosse radici interrate per usufruirne come legna da camino. Poi, allacciata la testa dell’albero con le funi, si faceva forza determinandone la caduta. Infine, usando “el segon”, un segaccio dalla lunga lama maneggiato da due uomini, si tagliava la testa (fefa) e pure il fondo (culazzo) che vedeva in tal modo la luce per la prima volta, ottenendo il tronco bello e pronto.

A questo punto i tronchi, trasportati sulle vaste aree cortilive, erano idonei per essere ridotti in assi e tavoloni. Questa però non era opera da contadini ma richiedeva l’intervento di personale specializzato, perché ricavare assi regolari da un tronco grezzo senza alcun macchinario non era compito da poco.

Ecco allora entrare in campo “i segantini” personaggi che apparivano ogni anno nelle nostre contrade giungendo dall’alto Veneto, per svolgere un lavoro molto richiesto.

Costruito una specie di cavalletto a croce di S. Andrea con grossi pali, facendo uso di altri pali come leva, si issava il tronco a circa due metri da terra in orizzontale, dopo averlo sbozzato a dovere.

Sui due capi del tronco venivano segnate le righe corrispondenti ai tagli da eseguire, poi uno dei segantini balzava in alto sul tronco, mentre altri due dal basso completavano il terzetto. Maneggiavano una sega molto elaborata nel telaio: smontabile per essere trasportata in bicicletta (un cavallo bolso era il massimo che potevano permettersi), aveva un manico singolo superiormente, per il “segantin” che stava in alto con il compito di sollevare di peso lo strumento, mentre inferiormente era dotata di una lunga impugnatura per gli altri due “segantini” i quali, tirando con forza la lama dentata verso il basso, determinavano di fatto l’avanzamento e quindi la segatura.

I vecchi contadini non si stancavano di ammirare quel lavoro, alla fine del quale venivano allineate tutta una serie di assi perfette, compresi i due lunotti laterali. Durante la fatica c’era spazio per tutta una serie di battute, lazzi, sentenze e motti tipici di un vivace mondo contadino. Una civiltà ormai sepolta sotto i cingoli del progresso!

Urlavano “i segantini” ogni tanto: “La porta da bevare parona, parché la segaura fa vegnere el grezzin (secchezza) in gola!” Scolati almeno un paio di bicchieri arrovesciando la testa all’indietro per non perderne nemmeno una goccia, esclamavano: “Ahhh… penole e vin xe l’aiuto del segantini!” (cunei e vino aiutano l’opera).

Calate le tenebre ci si raccoglieva attorno al camino; quattro salsicciotti freschi ad arrostire, mezza “pinza onta” sotto la cenere, una pignatta di terracotta borbottante colma di “fasoi in pocio” …e cominciava il filò.

Parlavano i “segantini” come un torrente in piena di cose lontane, di aneddoti raccolti per strada. Nelle loro cadenze trevigiane o bellunesi non mancavano di nominare le loro montagne, le vette aguzze, i verdi pini, i loro cari. A noi piccini estasiati, raccontavano di boschi, di fate e folletti, di lupi, caprioli e stelle alpine, finché, vinti dal sonno la testina reclinata sulla spalla della mamma, salivamo le scale senza salutare nessuno per proseguire in quel fantastico mondo di sogni.

A notte fatta i “segantini” si accontentavano di un giaciglio nella stalla, sopra la paglia fresca… c’erano abituati, era del resto quello un tipo di ospitalità molto comune un tempo. Chissà però se i loro sogni erano così meravigliosi come i nostri di bimbi felici!

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Come citare questo articolo

Graziano Beccari. “I segantini”. Ventaglio Novanta, n. 10, 1995. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-segantini/

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