Uomo qual sei non dire mai ciò che sarà domani,
né se un uomo vedi felice quanto a lungo sarà.
Neppur di mosca che l’ali ha distese
così repentino è lo scatto.
Simonide, fr. 16/521 Page)
Ricordo molto bene la prima volta che incontrai il Poeta. Passeggiavo una sera d’inverno lungo il grande viale illuminato che immetteva nella piazza del villaggio. Camminavo lentamente strascicando i piedi quasi incollati al duro selciato, anima errante, vagavo nella miserabile notte affollata dalle tenebre. Con l’animo marcio e desolato regnavo incontrastato sulla città dormiente: il mio scettro era il mio vecchio bastone, la corona il mio cappello di paglia, la mia reggia la strada. Privo d’energia, cercavo di evitare le pozze d’acqua formatesi per terra quali residui putridi e maleodoranti del cupo temporale che si era abbattuto il giorno prima nel mio palazzo, quasi segno presagio di future disgrazie. La vista mi si annebbiava a causa della stanchezza di otto giorni di viaggio e di una vita di stenti, quando mi ritrovai d’un tratto con la faccia immersa in una pozzanghera. Riflesso nell’acqua vidi un volto irriconoscibile dove sangue nerastro scorreva su duri solchi scavati dal tedio e dal patimento. Parole soavi giunsero allora alle mie orecchie, versi poetici, vampe di verità:
"Dimenticherai lo spirito che ti guida e la tua meta,
dimenticherai il vento che il cuore stanco t’allieta,
dimenticherai le vane gesta di esseri mortali,
che muori come un uccello che invano sbatte le ali.
Dimenticherai la Terra-madre e il suo fiero Tiranno,
dimenticherai che la vita è, come il sogno, un inganno
scorderai che siamo navigli in un tempestoso mare
che stanchi vaghiamo tra oscurità che ci appaion chiare.
Dimenticherai poi gli inverni che accesero il tuo cuore.
ma quell’ombra, quell’ombra, viaggiatore,
che su una pozza riflessa ti guarda senza parlare,
no! Tu mai la potrai dimenticare".
Le aveva pronunciate un’ombra sdraiata su una delle panchine ai lati della strada. Rialzatomi riuscii a scorgerne i tratti del viso: era un uomo di mezz’età, due crateri che eruttavano azzurra lava al posto degli occhi, un naso piccolo e arrossato, una bocca sorridente e una folta barba brizzolata. Riconobbi in lui il Principe dei viaggiatori, il Capitano delle imprese fallite, l’Omero dei deragliati, degli spiriti persi, il Cantore dei bassifondi. M’immersi in quegli occhi come un naufrago in cerca della Salvezza e in quel mare trovai la scialuppa dei miei pensieri.
Quell’ombra, quell’essere evanescente ma immortale, divenne il mio compagno di viaggio, l’unica persona che in poche parole aveva dimostrato di aver capito il mio passato e il mio presente ma che non aveva speso inutili espressioni per il mio futuro. Ci stringemmo la mano, mi aiutò a rialzarmi e, senza scambiar parole, ci incamminammo insieme verso quella che sarebbe stata la nostra vita da fuggiaschi.
Da cosa fuggivamo non lo sapevamo bene neanche noi, forse dall’obbligo di chiudersi nelle luci splendenti di caffè rumorosi a bere birre e limonate, o forse semplicemente da un mondo che nelle sue leggi e nelle sue regole non tiene conto degli uomini come noi, dai cuori folli ed ingenui che non credono alla libertà del Potere, ma al potere della Libertà.
Da allora viaggiammo molto tempo insieme intessendo dialoghi sospesi tra le mie insipide parole e i suoi pregnanti versi poetici. Una volta gli domandai perché non pubblicasse le sue poesie, grazie alle quali sarebbe diventato famoso e avrebbe fatto una fortuna. Mi rispose: "Per un uomo valoroso è bello cadere morto combattendo in prima fila per la patria, è bello cadere morto lasciando dietro di sé grandi cose ed eroiche imprese, ma per gli spiriti randagi, per la stirpe degli esiliati non vi è né cura né rispetto, poiché, come diceva un poeta greco moltissimi anni fa, vagare mendìco è di tutte le sorti la più misera. Questo è lo spirito che aleggia ancora oggi nell’animo di molti ed io non ci posso fare un bel niente.
Era inverno, l’inverno più gelido della mia vita. Eravamo da quasi dieci giorni in un piccolo paese di mare, molto lontano dal posto in cui ero nato e molto tempo era passato da quando finalmente ero riuscito ad evadere dal carcere di una società tutta rivolta a conseguire l’amaro benessere e a progredire nell’umana sventura. La vicinanza delle onde biancastre, che si infrangevano regolarmente sulle rocce costiere, l’incontro di quell’enorme quantità di "sperma vitale", unico vero Padre di noi tutti con la Terra Madre e Maestra dell’umanità, ebbe l’effetto di renderci entrambi di buonumore, tanto che decidemmo di rimanere lì ancora per molto tempo. Stavamo camminando sulla spiaggia in una di quelle sere in cui la Natura parla all’uomo attraverso i suoi messi messori, ed il Cielo ci svelava le nostre sciagure future: ci parlava col tuono ma noi non lo capivamo perché urlava con troppo vigore; ci indicava col Lampo la via da seguire, ma era troppo veloce per le nostre stanche membra; e anche le foglie con il loro fruscio ci sussurravano parole mai scritte e melodie mai cantate, il cui significato restava oscuro ai nostri cuori gretti e meschini.
Procedevamo a stento, colpiti da forti raffiche di vento al quale ci opponevamo facendo schermo con le mani, quando vedemmo in lontananza un vecchio faro decrepito che sembrava inutilizzato già da molto tempo, e decidemmo di raggiungerlo per trovare un riparo dalla bufera che di lì a poco si sarebbe scatenata.
Il Poeta, ammutolito fino a quel momento, quasi annichilito dalla prepotenza delle forze naturali, tutt’un tratto cominciò a recitare alcuni suoi versi che io ormai avevo preso l’abitudine di annotare.
"Siam cheti giganti in terra straniera
esuli erranti nella notte nera
scalfiti dal vento che soffia invano
soffriam la bufera, stretti per mano…
In confuse vie ci guida la Sorte,
unica luce là scorgiam: la Morte.
Siam cheti giganti in un muto deserto,
muti uomini col volto coperto".
Raggiungemmo correndo il faro e salimmo velocemente per le scale che portavano al grande occhio di luce spento, l’occhio di un triste gigante buono ora lasciato solo, dimenticato da tutti nella vasta distesa di sabbia.
La vista, ormai annebbiata, non gli consentiva di riposare in pace, di dimenticare quei giorni in cui era costretto a guardare l’orizzonte e a chiedersi continuamente che cosa ci fosse al di là del mare. Ma i vecchi marinai e i salomonici nocchieri da lui salvati lo ricordano con amore e ogni notte emergono dal mare, dove si ritrovano a passare in rassegna i grandi viaggi e le grandi traversate, e gli dedicano canti nostalgici accompagnati dalle melodiose sirene.
Passammo tutta la notte dentro la lanterna del faro: io sdraiato sul pavimento di legno, il Poeta seduto su una sedia di paglia che aveva trovato e che probabilmente era servita al vecchio guardiano. Dormii bene quella notte, anche perché, dopo tante notti passate all’addiaccio, avevo dimenticato il particolare piacere che prova chi è al riparo sotto un tetto rassicurante, sapendo che fuori c’è sicuramente qualcuno sorpreso dallo scatenarsi della tempesta che non trova il modo di potersi proteggere dalla cascata di pioggia e dal freddo pungente.
Quando il giorno dopo mi svegliai trovai il Poeta ancora seduto sulla sedia mentre stava fumando un sigaro d’importazione nella stessa posizione in cui l’avevo visto prima di addormentarmi: era visibilmente stanco, come se non avesse chiuso occhio per tutta la notte; i suoi occhi azzurri si vedevano appena, affossati nelle dure orbite che sporgevano dal viso molto più del solito. Era scalzo ed inzuppato dalla testa ai piedi.
"Dove sei stato?" gli chiesi.
"Sono stato nell’acqua del mare e ho nuotato con la Libertà. Ah, dovevi esserci amico! È stato bellissimo, è stato davvero bellissimo!".
"E poi come è andata a finire, che ne è stato della Libertà?".
"Si è chiusa dentro una lattina di Coca Cola e se ne è andata al largo, trasportata dalle onde. Ah, dovevi esserci, dovevi esserci sul serio!", concluse il Poeta mentre i suoi occhi estasiati continuavano a fissare il mare.
Passammo altri giorni in quel villaggio. Ormai avevamo conosciuto molta gente, gente alla buona come lo è del resto tutta la gente di mare. Stavamo camminando un giorno diretti al negozio di Ernst, il costruttore di scacchi, quando giunti ad un incrocio, vedemmo dall’altra parte della stradicciola un uomo una donna e un bambino appena distaccatisi da una tela di Botero che ci venivano incontro. Il bambino fu il più lesto dei tre ad attraversare la strada: ben pettinato, vestito a nuovo, odoroso di civiltà passando accanto al Poeta che mi precedeva, disse strafottente: "Sono questi straccioni che rovinano il mio Bel Paese!".
Io non ci prestai molta attenzione, ma il Poeta si fermò e vidi d’un tratto che la vena del collo gli si stava gonfiando a dismisura, come di solito gli capitava quando era furioso. Si avventò sul bambino e, sollevatolo per il bavero della candida camicia, gli disse: "Razza di escremento, ora resterai fermo qui e ascolterai quello che ti devo dire!". Frattanto i due genitori, allibiti da quanto stava succedendo, erano rimasti impietriti come statue.
"In una fattoria viveva un tempo un bel maiale rosa che si credeva il più bell’animale di tutto il cortile. Si gloriava della propria pelle delicata, deridendo gli altri animali per il pelo fulvo e pieno di zecche e si vantava della propria stalla molto più calda e confortevole di quella degli altri. Un giorno però il padrone della fattoria prese quel maiale per le zampe per scuoiarlo e quello capì, mentre gli trapassava la pelle con il coltello, di quanto vane fossero state tutte le sue ciance. Ecco vedi, tu sei come quel maiale!".
Il bambino, liberatosi dalla presa, corse dalla madre piangendo: "Mamma, quell’uomo mi ha dato del maiale, io non sono un maiale!".
"È vero – disse il Poeta mentre ce ne stavamo andando – quel maiale aveva molta più dignità di te".
Non diedi molta importanza a quell’episodio; episodio che invece avrebbe condizionato il resto della mia vita, come spesso si comportano gli uomini che sono costretti a pesare tutto quanto gli accade su una vecchia bilancia imprecisa che fa apparire pesante il leggero, candido il torbido e impuro il puro.
Arrivammo in un baleno al negozio di Ernst individuabile da qualunque punto del villaggio per l’alta e vistosa insegna su cui si poteva leggere molto distintamente "Ernst il re degli scacchi". Ernst era senza ombra di dubbio il più grande costruttore di scacchi vivente. Suo padre, un torero morto in una corrida quando egli aveva appena dodici anni, gli aveva dato quel nome perché era un lettore accanito dei romanzi di Hemingway e voleva che il figlio seguisse le orme del grande scrittore americano. Ma ad Ernst di diventare uno scrittore non era mai passato per la testa. Lo trovammo che stava rimproverando il suo giovane aiutante di aver sbagliato a scolpire un cavallo di legno. "Ma Cristo Santo, è possibile che tu non lo abbia ancora capito, – gli diceva – l’abilità del giocatore di scacchi deriva tutta dai pezzi con cui è costretto a giocare e non dalle mosse che decide di fare durante la partita! Guarda questo tuo cavallo bianco ad esempio, ha la criniera più corta di quest’altro nero e sicuramente sarà costretto a cadere per primo: nella scacchiera accade come nella vita, sono sempre i più deboli i primi a soccombere!".
"Non è vero – dissi appena entrato –, guarda noi due, ad esempio, che forti non siamo, eppure siamo ancora in piedi".
"Chi si rivede – disse stupito il vecchio Ernst –, i fantasmi del faro! Come va ragazzi? Vi trovate bene qui? Fino a quando avete intenzione di restare?".
"Per sempre – rispose il Poeta –. Qui non solo ho trovato la Libertà, ma ho nuotato con lei tutta una notte".
"Avessi io la libertà di spiegare le mie teorie sul gioco degli scacchi! Qui tutti lo considerano un semplice gioco e mi deridono quando tento di spiegargli il contrario; anche questo mio nuovo aiutante, non ha ancora imparato quanto lunga debba essere scolpita la criniera del cavallo, perché duri tanto tempo sulla scacchiera".
"Tu sei il più grande, il più divertente folle che io abbia incontrato in vita mia!" dissi interrompendolo.
"Potresti essere mio fratello – aggiunse il Poeta mentre ce ne stavamo andando – forse anche tu riusciresti a nuotare con la Libertà!".
Quando uscimmo era già buio e gli alberi del viale si stagliavano neri contro la luna che s’era già levata. Decidemmo di camminare un altro po’ prima di ritornare al faro. Passammo dinanzi a una sala da biliardo affollata di vecchi marinai senza famiglia o con mille famiglie sparse per il mondo, di fronte ad un ingiallito casino pieno zeppo di ubriachi e di ragazze ubriache anch’esse, dal quale uscivano grida, gemiti, insulti, bestemmie e lacrime. Più avanti c’era un negozio di barbiere e più avanti ancora un vecchio magazzino abbandonato. Lasciammo alfine il viale e raggiungemmo la spiaggia dove trovammo una giovane donna, scalza nei piedi, danzare leggera con i flutti del mare.
Il Poeta, sedutosi sulla sabbia, rimase ad osservarla, mentre io salii le scale e fu allora che pensai agli alberi illuminati sparsi per le strade e capii che il giorno dopo sarebbe stato il giorno di Natale. Giunti in cima al faro lo urlai a pieni polmoni, ma il mare incurante continuò la sua danza, e pian piano il grido si perse nell’aria. Quando il giorno dopo scesi sulla spiaggia vidi il Poeta, di ritorno dal villaggio che mi veniva incontro.
"È finita – mi disse con gli occhi sbarrati da terrore – è davvero finita, non c’è speranza per noi vagabondi, non nuoterò mai più con la Libertà! Ci pensi vecchio amico, non nuoterò mai più con la Libertà!".
"Che cosa è successo, cosa significano le tue parole?" gli chiesi preoccupato. Lui continuò per la sua strada diretto al faro come se non mi avesse sentito. Andai allora da Ernst che mi spiegò come la famiglia del bambino presuntuoso che avevamo incontrato il giorno prima fosse una delle più ricche ed influenti del paese. Non era consentito alcuna critica nei confronti dei componenti di tale famiglia che, per lo sgarro subito da parte del Poeta, avevano deciso di cacciarci.
Deluso e amareggiato camminai per tutto il pomeriggio e la sera di quel gelido giorno di Natale per le vie del villaggio pensando a quello che avremmo fatto io e il Poeta in futuro, e mi domandai il motivo per cui il Fato ce l’avesse con noi. Mentre passavo di fronte alla vetrina del negozio di armi, sentii Arthur, il proprietario, che mi chiamava. Impallidii e cominciai a tremare non appena mi disse che il Poeta quel pomeriggio aveva comprato una pistola. Cominciai a correre con quanto fiato avevo nei polmoni verso il faro, sforzandomi di pensare che non sarebbe accaduto niente, ma non appena arrivai sulla spiaggia udii il rimbombo di uno sparo. Alzai gli occhi al cielo e vidi un mostruoso essere ignaro di tutto: odiai quella luna, e odiai l’odore acre che in quell’istante proveniva dal mare.
In lontananza intanto vedevo la danzatrice scalza che continuava a ballare e udivo i gemiti rauchi di un cane sfinito dalle botte.
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Come citare questo articolo
Luca Rossin. “Vagabondi d’inverno”. Ventaglio Novanta, n. 10, 1995. https://ventaglionovanta.it/archivio/vagabondi-dinverno/