Sul treno che da Rovigo si avvicinava rapidamente a Mogliano Veneto, la mia inquietudine mi imponeva di ripensare ad un libro letto recentemente, il cui protagonista stava viaggiando sul convoglio ferroviario per raggiungere Pietroburgo. Il Principe Lev Nikolajevič Myškin, nel famoso romanzo “L’idiota” di Dostoevskj, si apprestava a conoscere una nuova vita, a scoprire un mondo “normale” che sino ad allora, a causa della sua malattia, l’epilessia, gli era stato precluso.
In effetti anch’io, come lui, mi accingevo ad affrontare un’altra realtà, ma, al contrario del Principe, io rappresentavo la normalità, mentre il luogo a cui dovevo arrivare costituiva il “diverso”. Gris era la mia meta, un centro per ammalati psichici e fisici nel quale avrei dovuto prestare per quattro giorni assistenza come volontaria.
Come Lev Nikolajevič sentivo, dentro me, da un lato una grande inquietudine, il desiderio ardente di ritornare alla mia quotidiana tranquillità, dall’altro avvertivo la consapevolezza che eludere il problema non mi avrebbe certamente giovato.
Un pensiero martellante, però, mi assillava: “Ma che cosa mi spingeva a perdere il mio tempo per delle persone “manchevoli” in qualcosa? Tanto sarebbe stato come parlare al vento…”.
Per lo meno non ero senza compagnia: con me si trovavano altri sette amici e laggiù, per tutto il tempo, avrei potuto contare sull’appoggio di Don Davide, padre che assiste gli ospiti del Gris.
Certo non ero sola, ma il contatto con quelle persone, fu tutt’altro che facile: ben presto mi trovai isolata, con gente sconosciuta e per lo più inferma…
Era giunto, quindi, il tempo di mettere da parte pregiudizi e rigidità, di inserirmi in questa nuova, quanto sconcertante realtà. Subito cercai di assumere un’espressione più rilassata, di adottare atteggiamenti amichevoli dal momento che tutti loro, handicappati fisici o mentali, avvertono in modo particolare gli stati d’animo di una persona, ed intuiscono immediatamente se essa è a loro ostile o meno.
Ecco un altro fatto che mi accomunava al Principe Myškin: egli sentiva il bisogno viscerale di essere in relazione con gli altri, per trovare un proprio equilibrio interiore, una propria identità; così io avrei voluto abbattere quel muro dell’incomunicabilità che ci divideva, ma non per loro, bensì per l’egoistica volontà di uscire dall’isolamento che quelle persone avevano creato attorno a me.
Lev Nikolajevič bramava, difatti, l’affetto della gente che “lui” riteneva facente parte di un’altra realtà che con loro voleva condividere; io sentivo, invece, che non ero io a necessitare dell’amore di quelle persone, ma essi avevano bisogno di me. Questa era la mia convinzione.
Così il primo giorno mi servì per conoscere i miei assistiti, per imparare i loro nomi e particolarità. Due di essi mi colpirono subito: Francesco, un autistico e Alberto, un handicappato che aveva un desiderio ardente di uscire all’aria aperta, smania che, non potendo soddisfare, reprimeva con una continua, aggressiva, repentina inquietudine.
E così, tra enormi fatiche, quali portarli avanti e indietro per ore intere in un angusto corridoio, dare loro da mangiare e sistemare le camere, la prima giornata volse al termine.
I discorsi tra noi volontari, quella sera, a tavola, riguardarono per l’appunto solo le difficoltà che ognuno aveva incontrato e il disgusto per il modo di vivere di quegli sfortunati (non pensando, forse, ad un fatto determinante, ossia che essi non avevano scelto la loro vita!).
Il secondo giorno avvertii che qualcosa dentro me era cambiato: avevo avuto tutta un’intera notte per pensare e per cercare di capirmi e di comprendere quella gente.
Il loro mondo, semplice, ingenuo, istintivo, si presentava, difatti, assai diverso dalla realtà che ero abituato a vivere tutti i giorni.
Ora io, in quel luogo, rappresentavo “l’anomalo” ed essi la “normalità”.
Dovevo penetrare ed afferrare il loro mondo, un mondo fatto di silenzio, un mondo dove l’affetto e la vicinanza fisica rappresentano l’unica via per instaurare un rapporto, un mondo dove non c’è traccia di ipocrisia e di egoismo, non intaccato dai punti neri che offuscano la nostra realtà, un mondo di bambini dal volto invecchiato e stanco, ma dalle movenze ancora ingenue e sincere.
Io, abituata al dialogo, alle parole, al confronto trovavo difficoltà nel comunicare tramite i gesti affettuosi, segno, forse, che avevo perso, come un po’ tutti noi, la naturalezza e l’efficacia del contatto corporeo. Ma, piano piano, mi lasciai coinvolgere, rapire da questa nuova realtà, tanto che, quasi mi sembrava la normalità e non badavo più al fatto che le parole che dicevo non potevano trovare risposta né conferma ma “solamente” un volto meno diffidente.
E così accarezzare quei ragazzi, prenderli per mano, avvicinare la mia guancia alla loro, da gesti “artificiali” quali erano all’inizio, a poco a poco, divennero più sinceri e spontanei, tanto che anche loro, specialmente Francesco ed Alberto, lo avvertivano chiaramente.
Qualcosa era, quindi, cambiato, non tanto nel loro mondo, quanto nel mio.
In treno, al ritorno, ripensando ai quattro giorni trascorsi, speravo che il forte affetto che provavo per quelle persone non rappresentasse solo pietà; la compassione è un sentimento che non sostiene quegli ammalati, perché li ritiene sempre uomini inferiori e sfortunati…
Essi, invece, hanno molto da offrire e, ora, io mi ritengo in tutto e per tutto uguale al Principe: secondo la mia nuova convinzione, difatti, tra esseri umani, quando vi è la volontà e la capacità di dare, non esistono priorità né diversità, ma ci si accetta e ci si rispetta per quello che si è.
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Come citare questo articolo
Elisa Stoppa. “Oltre le parole”. Ventaglio Novanta, n. 10, 1995. https://ventaglionovanta.it/archivio/oltre-le-parole/