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EDITORIALE

Una terra anfibia

Ventaglio Novanta n. 14 1997 pp. 3–7

Le abbondanti piogge, che hanno caratterizzato l'ultimo anno con conseguenti allagamenti di varie aree del Polesine, hanno richiamato l'attenzione dell'opinione pubblica verso una realtà da molti dimenticata o rimossa: la provincia di Rovigo è una terra anfibia, che può essere preservata dalle acque solo artificialmente. A ciò provvede innanzitutto il poderoso sistema di argini che permette ai fiumi (ed in buona parte anche al mare) di trovarsi ad una quota più elevata rispetto alla pianura, e secondariamente l'articolato complesso di idrovore che aspirano l'acqua piovana da canali di raccolta per sollevarla e farla defluire, tramite grosse condotte, nei fiumi pensili.

L'azione continuativa, volta a preservare il territorio dalle acque, viene assolta oggigiorno dai Consorzi di Bonifica, contro cui sono state rivolte pesanti critiche in seguito agli allagamenti registrati nel corso dell'ultimo anno. La replica da parte dei Consorzi non si è fatta attendere. Essi hanno fatto presente che il sistema di prelievo e smaltimento dell'acqua piovana è dimensionato – in base ai finanziamenti e ai programmi – su parametri considerati di norma, che possono essere messi a dura prova da precipitazioni eccezionali. Inoltre la progressiva cementificazione del territorio, che interessa anche il Polesine, riducendo la possibilità di assorbimento delle acque piovane, ha certamente favorito i fenomeni di allagamento temporaneo. (Sulle problematiche dei Consorzi di Bonifica, vedasi l'intervento di Carlo Piombo pubblicato sul presente numero a pag. 126).

Non bisogna dunque mai dimenticare la delicata situazione idrogeologica della nostra provincia. Essa è da addebitarsi in buona parte alla configurazione geografica di questa terra, stretta tra i due grandi fiumi dai quali nel corso dei secoli il Polesine ha ricevuto la vita ma anche purtroppo non infrequenti occasioni di morte. E l'azione dell'uomo non sempre è stata favorevole al consolidamento del territorio: quanto mai perniciosa è stata in particolare l'estrazione di metano, praticata fino agli anni sessanta, che ha dato origine a gravi fenomeni di bradisismo proprio nel Delta, rendendo necessari, oltre al rinforzo degli argini dei fiumi, imponenti lavori di difesa a mare, nonché un'ampia revisione del sistema dei canali di scolo e un intervento permanente per assicurare un regolare deflusso dell'acqua piovana.

Non va dunque mai dimenticato che il territorio polesano si regge su un delicato equilibrio tra terra ed acque. Da tutto ciò si comprende quanto siano dissennate ed irresponsabili le ipotesi sempre rinnovate di una ripresa dell'estrazione del metano in zone dell'Adriatico prospicienti il Delta. Con il rischio della ripresa del fenomeno del bradisismo e, conseguentemente, con dissesti del territorio forse irreparabili.

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“Una terra anfibia”. Ventaglio Novanta, n. 14, 1997. https://ventaglionovanta.it/archivio/una-terra-anfibia/

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