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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Il Crispo di Castelmassa

Un complesso architettonico, da decenni in grave stato di abbandono, rivive nel ricordo

di Liliana Boschetti

Ventaglio Novanta n. 14 1997 pp. 22–25

Più volte la stampa ha lanciato gridi di allarme per la situazione sempre più grave in cui versa a Castelmassa il complesso architettonico conosciuto come il "Crispo". Ventaglio Novanta se ne è occupato fin dal suo primo numero (giugno 1990) con un articolo di Sandra Cignoni dal titolo "Polesine da salvare: Il Crispo attende". Precedentemente così si poteva leggere su "Il Resto del Carlino" del 24 ottobre 1985: "Ora il complesso architettonico si presenta nel più desolante abbandono… colpa dell'incuria dell'uomo … Le autorità locali, le istituzioni preposte, si sono sforzate di ipotizzare … ma tutto è rimasto lettera morta".

Accanto al "Crispo" morente, un breve ricordo personale del "Crispo" vivo. Bambina, mio padre, d'estate, mi portava "a spasso" in bicicletta, sul "canon". Percorso un tratto di via C. Battisti (la via principale di Castelmassa, perpendicolare al Po già via Magnana, già via S. Stefano 1600), via ove abitavamo, nei pressi della villa Bresciani, a lato del suo odoroso parco di magnolie, prendiamo, ad est, il viottolo che sbucherà poi in via Mercanta (parallela alla C. Battisti). Il viottolo è stretto, ondulato, vi si intrecciano i rami degli alberi laterali, compaiono a chiazze i fiori bianchi della robinia, quelli viola dell'ibisco, le more selvatiche. All'inizio, sulla destra, il Palazzo Guerrini, col suo alto cancello in ferro battuto, già palazzo del castaldo (ora novello Castelsilvano).

In fondo al viottolo, a destra, le stalle, con le mucche sonnolente; (ora market). Imboccata la via Mercanta, ci dirigiamo a nord; incontriamo ben presto i due grossi pilastri del portale del brolo del "Crispo", e poi le mura di recinzione fino ai successivi pilastri ottagonali dell'accesso.

La scena, all'interno, è alquanto serena, appagante, bucolica. Le signore, vestite di chiaro, godono la frescura all'ombra fitta degli alberi; ai lati dell'aia rosseggiano gli oleandri, sulle poltrone di vimini chiari cuscini ricamati. La servetta arriva con un grande vassoio recante il sorbetto in coloratissime tazzine di vetro.

"Crispo". Il nome gli deriva dalla famiglia gentilizia che lo abitò nel XVII secolo: i marchesi Crispi Manfredini dei Conti di Montalto.

Non è nota la data della prima costruzione. Dalla posizione e dalle caratteristiche si ha ragione di supporre che fosse sorto come caposaldo di un sistema fortificato di cui faceva parte anche il Palazzo "Pizzini" (da un proprietario Appiccioni), posto più a sud sulla stessa via Mercanta, verso l'argine. Che il palazzo "Pizzini" sia sorto come fortezza, lo attestano la struttura massiccia, nonché il perimetro di base, rinforzato dai "barbacani".

Un terzo punto fortilizio, sorto in località S. Martino, era costituito dal primo Castello, distrutto nel 1306, secondo lo storico Marcantonio Guarini, in una lotta fratricida per la successione al marchesato di Ferrara. Nel 1363 è ricostruito qualche centinaio di metri più a monte col nome di "Castelnovo" (Sante Magro "La storia di Melara").

Un esame planimetrico può attestare la correlazione organica tra le tre fortezze: il "Castello", infatti, sorse, come abbiamo detto, in località S. Martino; la via S. Martino prosegue ininterrotta in via Camatte, su cui si affaccia la chiesa gentilizia del "Crispo". È piuttosto facile dedurre che la via abbia preso il nome dalla "casa matta", termine usato per indicare un'opera in muratura destinata a difesa militare. A maggior conferma notiamo che, in un quadro antico della cappella, si vede l'intera tenuta con la cerchia delle mura circondate da un ampio fossato.

Ad informare che la "Massa" era ben difesa è il Segretario della Serenissima; Marin Sanudo, nel suo "Itinerario per la terraferma veneziana nell'anno 1483" riferisce che "le fosse della villa della Massa eran fortissime ed inexpugnabili, in modo ut concluditur esser la chiave del gioco". Le difese naturali: a sud l'argine del Po, a est gli acquitrini della Val dell'Oca, a nord l'avamposto della Torricella con le ramificazioni dell'antica "Petrina", ben si completavano con i fortilizi, tanto da risultare … "inexpugnabili", come annota l'attento cronista.

"Castrum massae", così viene nominata Castelmassa in un documento notarile di sette secoli fa. Era posizionata tra diversi potentati confinanti: i Veneziani, i Ferraresi, i Modenesi, i Mantovani. Si susseguirono nel tempo, fra questi potentati le sottoscrizioni di "Convenzioni", (patti di non aggressione). Il "Crispo", il Castello prima, il monastero poi, furono utilizzati da personaggi politici, dai loro consulenti e dalle relative forze di sicurezza durante questi patti.

Nella veste attuale tutto il complesso risale ad un'unica sistemazione del primo settecento con qualche elemento di un primo nucleo cinquecentesco.

Planimetria: al centro la villa, affiancata dalle scuderie e dalla barchessa con rustico; nel lato nord della recinzione, la chiesetta gentilizia. Il quadrilatero del giardino era racchiuso da un muro in cotto nel quale si aprivano quattro portali con pilastri ottagonali sormontati da pinnacoli decorativi. Verso sud la recinzione si prolungava attorno al brolo; rimangono ancora in piedi i due pilastri del portale.

La rigorosa simmetria assiale fra ingresso esterno, portale del giardino e villa, fa intuire l'esistenza originaria di un viale di accesso, ed attesta una grandiosità scenografica d'impostazione, leggibile soltanto dalla planimetria. Brolo e giardino sono scomparsi da tempo, trasformati in campagna; la casa stessa è pericolante.

La villa, con l'asciutta eleganza delle sue linee, risalta efficacemente contro l'esuberanza "barocca" della chiesa e dei portali del giardino, ognuno con triplice ordine di pilastri su pianta curvilinea.

Le facciate in cotto, sono interrotte da semplici finestre rettangolari coi soli davanzali in pietra e dai caratteristici camini veneti a sbalzo, con fantasiosi coronamenti; cornicioni di sottogronda con mensole dentellate. Al piano nobile due porte affrontate alla estremità del salone passante, fanno pensare a scaloni esterni di accesso. Sulle pareti si leggono le tracce dello spostamento di alcune aperture.

Gli interni conservano pesanti soffitti a travature, e per le pareti la tradizione parla di affreschi scialbati.

Molto semplice la scuderia con un fronte aperto in tre arcate a sesto ribassato.

Di notevole eleganza, con triplice spartizione del fronte, si presenta la chiesetta dedicata ai santi Rocco e Sebastiano, con timpano rialzato fra volute laterali di raccordo e grazioso campanile con cuspide ottagonale e tetto a "cipolla" sopra la cella campanaria aperta in grandi monofore con colonnine in pietra.

L'interno, seppure devastato, conserva ricche decorazioni in stucco alle finestre, alla pala già fissa al muro ed agli specchi ovali nel presbiterio, contenenti tele … scomparse; rimane pure la mensola dell'altare coi prospetti in marmo intarsiato.

Nel corso dei secoli si sono alternati vari proprietari del complesso castelmassese. Dopo i marchesi Crispi Manfredi, conti di Montalto, il "Crispo" passò ai Principi Pio, ai marchesi Bentivoglio, ai conti Nappi Roverella, ai conti Lollio Brancaleoni, ai Catania, infine ai Riminaldi Saracco. Il Mantovani, nel suo "Territorio sermidese e limitrofi" 1789, 15 nov. annota: Muore nella sua villeggiatura di Massa Superiore il Cardinale Riminaldi".

È proprio la famiglia Riminaldi che, pur mantenendo il “Crispo„ costruisce, nel cuore del centro abitato, la bella villa, ora sede prestigiosa della Banca Agricola. Lo stemma del nobile casato figura tuttora nella vera da pozzo situata nel cortile retrostante.

Ai Riminaldi Saracco succedono i marchesi Renuncini. Nel XX secolo la proprietà passa alla famiglia Bresciani; nel 1943 al rag. Rolletto Mario, ultimo geloso custode delle tradizioni e del decoro del "Crispo".

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Come citare questo articolo

Liliana Boschetti. “Il Crispo di Castelmassa”. Ventaglio Novanta, n. 14, 1997. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-crispo-di-castelmassa/

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