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Sorge nel capoluogo del Polesine uno dei più insigni monumenti dedicati all'eroe dei due mondi, opera dello scultore romano Ettore Ferrari, artista tra i più qualificati, politicamente impegnato nelle file della sinistra, che operò a cavallo tra l’800 e il '900. A distanza di un secolo dall'erezione della significativa statua equestre nella piazza rodigina, che proprio dal monumento ha preso il nome di Garibaldi, l'associazione culturale Minelliana ha voluto editare un volume che ricostruisce, dalla costituzione dell'apposito comitato (3 Giugno 1882), i momenti più significativi della realizzazione dell'opera, inaugurata il 15 Novembre 1896.
Maria Teresa Pasqualini Canato, grazie ad un'attenta ricerca d'archivio, compiuta in gran parte sulle carte di Remigio Piva, suo ascendente in linea diretta, che fu membro attivissimo del comitato per il monumento a Garibaldi, fa rivivere un'attività protrattasi per 14 anni. Un'iniziativa portata avanti con amore e determinazione, e coronata dalla consapevolezza di aver dato al Polesine quello che ancor oggi, a buon diritto, viene considerato da molti come il più bel monumento d'Italia dedicato all'eroe del Risorgimento.
Fu proprio Remigio Piva che, puntando su un artista di prestigio, prese l'iniziativa, a nome del sindaco di Rovigo, di interpellare i sindaci delle città d'Italia che negli ultimi anni avessero realizzato qualificate opere monumentali, da cui scaturì poi un concorso con l'affidamento nel 1886 della realizzazione del monumento ad Ettore Ferrari. Nel decennio che intercorse tra la scelta dell'artista e la posa dell'opera, il comitato fu attivissimo nel raccogliere i fondi necessari, trovando sottoscrizioni tra privati, associazioni e il sostegno della quasi totalità dei Comuni del Polesine.
Il volume, ricco di puntuali riferimenti storici e di qualche piacevole aneddoto legato al monumento rodigino, è corredato da illustrazioni d'epoca e da una serie di riuscite fotografie, firmate da Dino Marzola, che evidenziano nei particolari la forza espressiva della felice opera d'arte realizzata un secolo fa da Ettore Ferrari.
Non si tratta di uno studio sugli aspetti geografici, storici o naturalistici del Delta meridionale, come il titolo potrebbe far supporre, ma della ricostruzione di un sistema di vita praticato a Goro e in alcuni rami del Delta polesano nella prima parte del nostro secolo. Una ricostruzione fatta dall’autore con l’ausilio determinante della propria memoria e di quella di persone amiche che hanno vissuto direttamente i fatti che costituiscono la trama del libro, realizzato grazie al sostegno del Centro Etnografico del Comune di Ferrara e al patrocinio del Comune di Goro.
Il volume, di indubbio interesse, con la freschezza della narrazione autobiografica, porta il lettore ad accostarsi ad un mondo i cui connotati sembrano lontanissimi nel tempo, mentre in realtà si sono mantenuti vitali fino alla seconda guerra mondiale, per declinare nei primi anni cinquanta ed estinguersi nel decennio successivo.
L’autore, nato nel 1928, nel corso della sua vita ha avuto la ventura di partecipare completamente a questo mondo in cui i pescatori goresi, seguendo una consuetudine secolare, erano soliti compiere una migrazione stagionale (dalla primavera all’autunno avanzato) lungo i rami del Po bassopolesano. Qui i vari gruppi familiari si costruivano i tipici casoni in canna, praticando una pesca alquanto primitiva.
Da una pesca rudimentale, all’elettronica più sofisticata: questa la singolare vicenda umana di Giovannino Ferrari, divenuto emblema vivente di una impensabile quanto repentina trasformazione della società.
Accostatosi alla radiotecnica nel 1953 durante il servizio militare, si iscrisse poi alla scuola serale per conseguire il diploma elementare. Da autodidatta acquisì adeguate cognizioni di elettrotecnica che gli permisero di riparare apparecchi radio e i primi televisori. Nel 1958 le acque di un’alluvione gli invasero il negozietto da poco aperto, facendogli prendere la via dell’emigrazione. A Milano trovò lavoro presso la Magneti Marelli, acquisendo un’esperienza professionale in continua ascesa, frequentando anche corsi di inglese per restare al passo con l’elettronica. Poi, come per tanti emigranti, giunto il momento della pensione, l’acquisto di una casa al paese natio per riannodare i fili con il passato.
La storia di una vita dunque, ma anche la ricostruzione di un’epoca in cui l’esistenza di molti goresi, a contatto con le acque del grande fiume, era fatta di tanti sacrifici e di piccole soddisfazioni quotidiane, in un ambiente naturale che mai può essere dimenticato.
Gli scutmai di Melara costituiscono l'oggetto di una originale indagine portata a termine da Raffaele Ridolfi.
Ma di che si tratta? Il termine risulta del tutto misterioso ed indecifrabile per i polesani che vivono nella fascia settentrionale lambita dall'Adige, mentre è ben comprensibile nella zona meridionale (dal basso all'alto Polesine) ove a lungo si consolidò il dominio degli estensi. Per rendere accessibile anche al resto dei polesani il termine, diciamo subito che gli scutmai corrispondono ai soranomi o, come in altre parti si preferisce, alle nominaje, ovvero ai soprannomi.
È indubbio che nel corso dei secoli, presso le società rurali, l'uso dei soprannomi è stato molto diffuso per meglio identificare i vari componenti di una famiglia, divenendo poi una sorta di marchio indelebile per i discendenti.
Per quanto riguarda Melara i primi scutmai identificati dall'autore risalgono al 1301. Lo testimonia un documento dell'epoca in cui i tre figli del defunto Bonalbergo venivano identificati con i soprannomi di Ciberino, Malvestio e Panarotto.
Indagando nell'Archivio della Curia Arcivescovile di Ferrara, nei Registri Parrocchiali e poi ancora nei Registri Civili Austriaci, Ridolfi porta alla luce decine e decine di scutmai, per alcuni dei quali ricostruisce anche alcune varianti. Un'abitudine quella di individuare le persone con un soprannome che nemmeno ai nostri tempi è venuta meno: "al mlarat (il melarese) ancora si diverte – scrive Ridolfi – ad inventare scutmai, una seconda pelle da far indossare al prossimo. Nel pieno rispetto delle tradizioni".
Ma da dove deriva questo termine "scutmai" che proprio non sembra volersi rapportare con la lingua italiana? Se lo è chiesto naturalmente anche l'autore della pubblicazione, che ci informa di un tentativo di spiegazione avanzato ai primi del '500 da Teofilo Folengo che fa derivare il termine dal verbo "scotumare", storpiatura di costumare. Ridolfi nella sua ricerca elenca inoltre i non pochi altri studiosi che nei secoli si sono cimentati nel tentativo di ricostruire l'etimologia del termine che, venendo da tempi lontani, sembra voler conservare una cert'aria di mistero la quale – non c'è dubbio alcuno – giova a tutti gli scutmai che si rispettino.
Frutto di una paziente ed appassionata ricerca, il volume di oltre duecento pagine testimonia il grande attaccamento dell'autore alla sua terra. La prima parte del volume è dedicata ad inquadrare il paese nel lungo corso della storia, partendo dalle più antiche testimonianze di insediamenti umani nella zona, risalenti all'età del bronzo, fino alla seconda guerra mondiale. Particolare importanza acquista il Medioevo, epoca in cui si definisce il toponimo del paese, rintracciato in vari documenti con alcune varianti che vanno da Refere, a loco Reuri, a Reveris insula, fino a stabilizzarsi in Revere a partire dal 1059.
Una storia quella di Revere legata a doppio filo al grande fiume apportatore di vita, ma anche di lutti e distruzioni, e all'erezione del castello-fortezza voluta nel 1125 dai modenesi sotto la cui potestà si trovava il paese. Una scelta questa che, anziché consolidare il dominio modenese, accese i sospetti dei Gonzaga di Mantova. Costoro, con una ben congeniata spedizione militare, s'impossessarono della fortezza, estendendo in modo sostanzialmente stabile il loro potere sulla zona fino al '700, quando il mantovano passò sotto il controllo dell'Austria che, a parte la breve parentesi napoleonica, mantenne il potere sulla zona fino alla terza guerra di Indipendenza. Dopo questo conflitto, Revere con il Veneto divenne parte integrante del Regno d'Italia, vedendosi aggregata per un certo periodo alla provincia di Rovigo.
Il volume, che si articola per centri di interesse, dopo il profilo storico, dà spazio al ricordo dei personaggi illustri del paese, per dedicare il capitolo successivo all'illustrazione dei beni artistici ed ambientali nell'ambito del territorio comunale.
Al Po vengono dedicati due capitoli dall'intonazione moldo diversa: nel primo il fiume viene visto come importante arteria di vita (il porto, il ponte, i mulini, la navigazione), nel secondo come apportatore di lutti (le rotte del Po).
Il volume si chiude con una ampia panoramica sulle principali tradizioni locali, su episodi caratteristici, favole e modi di dire, che, oltre a fornire interessanti informazioni sugli usi e costumi locali, lumeggiano l'animo degli abitanti di un paese che ha saputo mantenere una sua precisa identità nonostante i repentini cambiamenti politici subiti nel corso della storia.
“Quando Vincenzo Santini fu incaricato dal cardinale Ruffo di progettare la nuova chiesa di Ceneselli, era in piena fioritura l’esperienza architettonica del settecento ferrarese, che ha lasciato molteplici testimonianze anche nel territorio polesano”. Si era nella prima metà del ’700 e l’architetto Santini aveva già riedificato a Ferrara la chiesa di S. Domenico e la sacrestia del Duomo, e la chiesa di Melara, occupandosi in seguito anche delle chiese di Occhiobello, Crespino, Trecenta, del campanile del Pilastrello di Lendinara e di Zelo.
Il libro di Luciano Maragna è, come tutti i suoi numerosi e puntuali studi su vari beni culturali dell’alto Polesine, uno strumento utile e prezioso di conoscenza, sia per gli abitanti e sia per gli studiosi e i divulgatori, cui sovviene con le sue ricerche e citazioni delle fonti.
È interessante perché non si trovano solo notizie di tipo artistico (descrizione analitica del contenuto della chiesa e delle caratteristiche strutturali), ma anche di tipo storico-sociale ed economico: la paternità delle iniziative, il processo organizzativo della raccolta di fondi, i restauri.
Il libro di Maragna suona come un invito. Se non vi siete mai fermati alla Parrocchiale di Ceneselli, fermatevi o andateci apposta! Il soave sguardo della B.V. del Divin Parto, terracotta policroma del XV sec., basterà da solo a ricompensarvi.
Muovendo da un fatto reale, l’operazione chirurgica subita da una giovane donna, Daria, per una grave malattia al cervello, l’autrice del libro ritrae con tatto e delicatezza il riprendersi della malata tra incertezze, turbamenti e slanci vitali, il suo lento riappropriarsi della salute e delle capacità intellettuali: il silenzio della mente è a poco a poco circoscritto, non cancellato mai, ma almeno liberato da fantasmi e vissuto con consapevolezza e accettazione. In questo senso esso si configura come una esperienza di maturità, e la malattia si fa, paradossalmente, circostanza costruttiva in cui le intime risorse del carattere e del coraggio hanno la meglio, allontanando ogni forma di autocommiserazione.
Da questo nucleo si è formata a poco a poco la storia di Daria. Se ne possono individuare per sommi capi i motivi principali: l’amore per il greco Kosta, che, dopo il silenzio di sè “disperso nella passione per Elenì, si riavvicina alla nuova Daria con cui condivide la capacità di ritrovare nelle cose una profonda, superiore armonia; la naturale forza della cultura, che rende possibile ai due giovani un’intesa al di là della diversità dei caratteri e dei mondi a cui appartengono; il tema dei luoghi e dei passaggi come fatti dell’anima, Goro, Padova, Chioggia, la Grecia con Nauplia, Salonicco ed Iraklion.
Il valore del libro, a parte i meriti derivanti da una forma sobria e sorvegliata, aderente “liricamente” ai fatti e tesa ad illuminarli spiritualmente, mai a riprodurli con eccessivo realismo, sta nella lucida constatazione che nella vita, per qualche misteriosa alchimia di carattere e di cultura, ciò che quasi certamente divide può anche strettamente unire gli individui e riconciliarli con la vita stessa, in una sintesi armoniosa che non è dono fortunato per pochi, ma laboriosa conquista quotidiana.
(Gabriella Vendemiati Bocchi)
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Lino Segantin. “Recensioni”. Ventaglio Novanta, n. 15, 1997. https://ventaglionovanta.it/archivio/recensioni-2/