Se fosse vivo ancora fra noi, compirebbe ora la veneranda ed invidiabile età di 1001 anni, Azzo II d'Este, che sembra aver chiuso i suoi giorni, ultracentenaio, proprio nel 1097, esattamente nove secoli fa, in quella Badia che aveva amato al punto da voler essere sepolto negli spazi vangadiciensi, assieme alla moglie Cunizza.
L'attaccamento del nobile ferrarese nei confronti della nostra Vangadizza è testimoniato anche dal suo animo munifico, visto che proprio nel suo ultimo anno di vita – era allora abate Pulverano – il duca d'Este aveva donato alla storica abbazia 50 masserie in territorio padovano (Monselice, Vighizzolo, Megliadino, Saletto, Montagnana, Urbana, Casale, Altaura e Merlara).
L'origine della sua famiglia non è documentata in maniera certa; di Azzo II sappiamo che era figlio unico, nato da Alberto Azzo che morì nel 1029, quando il Nostro era circa trentatreenne. Il nonno era stato Oberto II, e il trisnonno Oberto marchese della Liguria orientale, da cui discendono grandi famiglie quali gli Estensi appunto, i Pallavicini, i Malaspina, i Massa, i Parodi.
Precedentemente alla donazione munifica del 1097, Azzo II aveva dato prova della sua predilezione nei confronti dell'Abbazia vangadiciense organizzando anche il trafugamento da Vicenza del corpo di san Teobaldo di Provins, per traslarlo proprio in Vangadizza.
Chissà cosa direbbe oggi il buon duca di casa estense – dopo oltre novecento anni – se potesse sapere che le reliquie del suo venerato santo, trasferite nell'Arcipretale, sono state rubate in tempi recenti e mai più restituite al culto. Nemmeno ai badiesi odierni, del resto ha fatto piacere questa notizia, abituati come erano – soprattutto negli anni passati – alla solenne processione, fino allo Sperone Bova, con le bimbe vestite da "angioletti" e i fedeli salmodianti, predisposti al rito di ringraziamento, nei confronti del santo che avrebbe, nei secoli scorsi, preservato la città dall'alluvione dell'Adige.
Fortunatamente questo generoso duca di casa d'Este non è nemmeno in grado di vedere lo stato di sfacelo in cui è caduto il complesso abbaziale tanto amato da lui e dalla sua Cunizza. I sarcofagi in cui dovrebbero dormire sonno eterno le loro spoglie mortali (ma si dice che siano ormai vuoti e che gli illustri "inquilini" siano stati traslati a Ferrara), sono tra i pochi resti in buono stato, proprio per un recente restauro.
Una degna ristrutturazione ha avuto anche la cappella della Beata Vergine delle Grazie, con eccellente recupero delle pitture a tempera murali – opera del cinquecentista Zaniberti – a cura della Soprintendenza di Verona. Anche il campanile ha avuto un decoroso "maquillage", ma il resto del complesso è veramente quasi fatiscente, ed è un vero peccato, perché in questi luoghi carichi di storia, si respira veramente una proustiana air du temps, si vive nel cuore storico della nostra piccola città che ha preso persino il nome (Badia da Abbadia) dall'Abbazia che posa le sue fondamenta in un vangadicium – terreno da vangare – divenuto radice della sua nascita architettonica.
Insomma il novecentenario del nobile benefattore della Vangadizza, pronto ad elargirle munifiche prebende e sante reliquie (parziali invero, poiché sembra che il braccio e qualcos'altro del santo di Provins sia stato riportato in Francia dal fratello), ci offre l'estro per dare un'occhiata indietro alla nostra storia locale e per "piangere" sulle sorti dei nostri monumenti così offesi e vulnerati dalle inesorabili ferite del tempo.
Cosa dire del Palazzetto degli Estensi, tardoquattrocentesco, sito nell'omonima via? Fu esso luogo di delizia dei discendenti del sunnominato Azzo II che venivano a cacciare l'anatra selvatica lungo le rive del nostro Adige e, serviti (beati loro!) da un corteo di servi solerti, gustavano gli squisiti volatili, arrostiti alla brace del mirabile caminetto che si trova all'interno del palazzo. Cosa dire di questa elegante costruzione in eterno restauro, per non parlare della ristrutturazione del teatro Sociale, la sfavillante – negli interni – Piccola Fenice, da quasi 15 anni o giù di lì in fase di recupero?
Il lamento di dolore potrebbe continuare oltre, ma ci fermiamo qui, speranzosi che le ristrutturazioni continuino, che Badia non perda del tutto il suo patrimonio monumentale, i suoi connotati del passato. Chissà che Azzo II e la sua Cunizza possano fornirle una raccomandazione celeste, l’unica che sarebbe in grado di restituire in un baleno alla nostra città lo smalto opacizzato, ma non del tutto perduto.
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Come citare questo articolo
Grazia Giordani. “Presso l’Arca di Azzo Il d’Este”. Ventaglio Novanta, n. 15, 1997. https://ventaglionovanta.it/archivio/presso-larca-di-azzo-il-deste/