Quando il sole, compiuto il suo viaggio diurno, si abbassa sull'orizzonte per andarsi a riposare in grembo alla notte, allora, prima che l'astro scompaia, il cielo si tinge di vampate rosse e gialle come se tutto il mondo debba bruciare in un immenso incendio.
Il Po, sotto quel trionfo di colori, anch'esso si tinge di porpora e d'oro e il sole, che scompare dal cielo, sembra essere affondato nell'acqua del fiume.
In quell'ora del tramonto, sulla cima dei pioppi affacciati alla riva, corre un filo di vento che fa tremare le foglie e le fa sussurrare come in un pianto silenzioso.
La favola, legata al meraviglioso spettacolo che si ripete a ogni tramonto sul grande fiume, i nostri antenati la raccontarono per millenni ed è giunta fino a noi intatta perché tutta bella e, come si sa, ciò che è bello è eterno.
Il Sole, dio della luce, aggiogava ogni mattina i suoi cavalli di fuoco al cocchio d'oro e, sotto lo sguardo ammirato dei figli, partiva sulla strada del cielo per dare agli uomini la luce e la vita.
Il dio aveva infatti un figlio e moltissime figlie, il figlio si chiamava Fetonte e le figlie Eliadi. Il ragazzo era sveglio, coraggioso e tanto curioso da alzarsi presto ogni mattina per vedere il padre prepararsi e salire nel cielo. Egli guardava e sospirava, sognando di guidare anche lui quel carro e di schioccare la frusta sul capo dei cavalli divini. Tanto egli si chiuse nel suo desiderio da intristire come per un male, e la madre, che sapeva di quell'insanabile smania, ne parlò al padre con tanta insistenza che questi concesse al figlio di guidare, per un giorno, il suo carro.
Il ragazzo, pazzo di gioia, salì sul cocchio e subito fece schioccare la frusta, ma lo fece in malo modo e così i destrieri si eccitarono tanto che, invece di percorrere la solita strada, salirono sempre più in alto cosicché la terra, senza più calore, gelò insieme ai fiumi e ai mari. Allora il ragazzo tirò forte le redini e i cavalli, ubbidienti, frenarono la loro corsa e tanto si abbassarono che le piante e tutti gli esseri viventi cominciarono a bruciare.
Giove, il re degli dei, considerando la grande sventura che stava abbattendosi sul mondo, decise di fermare quella corsa pazza e lanciò sul ragazzo il suo fulmine mortale. Fetonte cadde dal carro e precipitò come una palla di fuoco nel Po. Le sue sorelle corsero al fiume e poterono vedere il fratello amato scomparire nell'acqua in un'apoteosi di luci fiammeggianti.
Esse piansero, e piansero tanto che Giove si commosse e volle che il loro compianto durasse per sempre; perciò le trasformò in pioppi che, con le tremule foglie, a ogni soffio d'aria sospirano dolcemente il loro eterno dolore. Il padre degli dei inoltre dispose che le loro lacrime, cadendo nell'acqua, solidificassero diventando ambra, una materia trasparente dal colore aureo, bella come una pietra preziosa.
È con questa meravigliosa favola che il Po entra nella memoria degli uomini.
Quando questi fatti siano successi non si sa, ma certamente nel tempo in cui gli dei venivano sulla terra per controllare gli uomini uno ad uno e per giudicarli secondo i loro meriti: cosa non molto difficile in quanto gli dei, allora, erano molto numerosi e l'umanità era formata di poche migliaia di persone.
Del Po si fu costretti a parlare in seguito con molta attenzione perché qualcuno si accorse che l'ambra, come una pietra preziosa, era buona per fare gioielli e amuleti e il primo commerciante, certamente un greco, che la raccolse e la mise sul grande mercato della vanità, fece subito un sacco di soldi e di concorrenti.
Poiché l'ambra dai greci era chiamata helektron, le isole del delta del Po, dove si diceva venisse raccolta, presero il nome di isole Elettridi. I traffici fiorirono su e giù per il fiume, i commercianti aumentarono, e si moltiplicarono anche i racconti dei loro viaggi fatti specialmente sui mari e sui fiumi, strade di gran lunga più sicure e più comode.
Molti di loro venivano dal nord giù per il Rodano e raggiungevano il Mediterraneo; altri dalle Alpi, navigando sul Reno, arrivavano al mar Baltico; altri viaggiavano sul Danubio (che allora si chiamava Ister), attraversavano tutta l'Europa fino al mar Nero. Quelli infine che navigavano sul Po (detto allora Eridano e anche Messàpo), scambiavano le merci transalpine con i prodotti che venivano dall'Adriatico (che allora si chiamava Ionio) e quindi da tutto il Mediterraneo.
Quei primi fantasiosi e coraggiosi viaggiatori credevano che questi quattro grandi fiumi, così come le vie del sangue che partivano tutte dal cuore, avessero una comune misteriosa sorgente, oltre le Alpi, chiamata Laghi Ericini, e mai si stancarono di solcare le acque dei grandi fiumi e dei mari alla ricerca di prodigiose verità. Ed il Po sempre fu spettatore di grandi avventure¹.
Di una di queste parleremo in un prossimo incontro, da programmare in una giornata d'inverno quando il clima freddo e nebbioso consiglia di restare vicino ad un camino acceso.
Godendo il fascino antico delle rosse fiamme che esalano un intenso profumo di resina, riscopriamo la storia degli Argonauti alla ricerca del favoloso vello d'oro. Parleremo di Giasone, condottiero intrepido, e di Medea, follemente innamorata dell'eroe, e delle soste della nave "Argo" lungo le sponde del Po.
¹ Tratto da Dino Felisati: “In principio era il Po” per concessione degli autori. La seconda parte dell’intervento sarà pubblicata in un prossimo numero del Ventaglio.
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Come citare questo articolo
Pelopida Tironi. “Fetonte e le Eliadi”. Ventaglio Novanta, n. 21, 2000. https://ventaglionovanta.it/archivio/fetonte-e-le-eliadi/