Poter sparire, potere annullare il dolore che ci travolge alle spalle, smorzare la stretta dei ricordi.
Poter correre sereni in un campo di grano giallo, insieme, per mano, e averlo vicino.
Poter smettere di violentare una mela che scende nel corpo, e mangiare come tutti.
Trenta chili sono solo nel cuore…
Su un quaderno normale, con una copertina di cuccioli bisognosi d’affetto, intere pagine piene di sottrazioni.
Per ogni operazione numeri casuali, alcuni alti, anche a sette cifre, altri molto piccoli, un semplice “uno”, un “due” tutt’al più, ma tutti accomunati e legati inequivocabilmente dallo stesso segno: meno.
Sotto il letto, in una camera piena di fantasia e arredata con gusto, qualche sfizioso cofanetto di gianduiotti e barattoli di crema di cioccolato aromatizzata al caffè sembravano entrare senza pretese nell’arredamento per quei momenti in cui dedicarsi un dolce intermezzo, e scatole colorate di pasticcini eleganti, accompagnati da bricchi argentati ricolmi di latte generoso, parevano voler dare il benvenuto agli eventuali ospiti della stanza…
Ma non era così.
Erano lì per lei, e solo per lei, e non per le pause rilassanti delle cinque del pomeriggio, o per la sera, un attimo prima di dormire.
Stavano lì per ricordarle che, se le fosse venuta la voglia di concedersi un goccio di cibo, nella sua camera, che parlava in tutto e per tutto di lei, c’era anche da mangiare, e quindi poteva liberarsi, sfamarsi, e riportare dopo ogni cosa come prima, come prima di mangiare, senza lasciare traccia…
Senza lasciare traccia…
Come poteva, Gianna, con i suoi piedi d’elefante non lasciare traccia?
Sarebbe stata una donna felice, se non fosse stato per quello, per quei suoi piedi insomma, che le facevano vacillare e franare il terreno dovunque si trovasse a camminare.
E per questo non si dava pace, e si privava di nutrirsi, correva e correva.
Ma era tutto inutile.
La sera, fra le ombre evanescenti dei lampioni appena accesi, sembravano più grandi e lunghe quelle impronte, e la notte, se provava ad uscire, lasciava dietro sè orme tanto incavate da sembrare occhi scuri in una morte bianca.
Non c’erano altre preoccupazioni per lei.
In effetti, l’unica faccenda che non andava e che non le permetteva di vivere, erano solo quei piedi enormi e deformi, che lei avrebbe voluto invece piccoli e dolci, sempre più piccoli, sempre più piccoli…
– Sei molto magra… –, e lei si scherniva, abbassava lo sguardo che pure tradiva un’espressione incerta, e ridendo e sorridendo a tratti, alludeva, guardandosi sospirando, ai suoi piedi, e smorzava le domande di quelli che la vivevano dal di fuori.
– Ho i piedi grandi, pesanti –.
– Sei molto magra, troppo – le ripetevano spesso ansiosi e con lo sguardo preoccupato.
– Ho i piedi grandi, enormi… pesanti?, era di contro l’unica statutaria risposta che spegneva ogni tentativo di andare oltre.
La notte Gianna aveva dolori fortissimi, e la mattina non poteva alzarsi dal letto se non con grande fatica per muovere e spostare anche di poco quei piedi.
Anche per un gesto semplice, come quello di salire le scale, occorreva tanta fatica e il cuore sembrava non reggere a quegli sforzi, tanto che le pareva di sentirlo mancare a tratti.
Non c’era altro: non c’erano abbandoni, lasciti, mancanze, prospettive tradite, a parte… i piedi (i miei piedi?).
Poter sparire, potere annullare il dolore che ci travolge alle spalle, smorzare la stretta dei ricordi.
Poter correre sereni in un campo di grano giallo, insieme, per mano, e averlo vicino.
Poter smettere di violentare una mela che scende nel corpo, e mangiare come tutti.
Trenta chili sono solo nel cuore…
Era chiaro che tutta l’angoscia di Gianna era nei piedi, palese.
Non c’erano abbandoni, lasciti, mancanze, prospettive tradite, a parte… (i miei piedi?…).
Erano le quattro.
Quel quaderno di sottrazioni, sempre custodito in un cassetto del tavolo, in un angolo della camera, uscì un giorno allo scoperto, e si appoggiò, piano, per non far del male ai suoi cuccioli delicati, sopra al pianale.
A quelli che la vivevano, oltre le pagine di numeri che diventavano sempre “minori di sè”, un foglio, con due macchie grandi, deformi, grigio-bluastre, rotondeggianti e sfuocate, e sotto, dal quaderno aperto, un origamo di rondine bianca, dalle ali spiegate e dal becco proteso all’insù, era lì per essere guardata e prendere il volo subito dopo.
Liberarsi nel cielo…
E non c’era altro: non c’erano abbandoni, lasciti, mancanze, prospettive tradite, a parte… i piedi (i miei piedi?…).
A molti, dopo lei, sfuggì un particolare: i numeri.
Quei suoi numeri all’apparenza insignificanti, non erano affidati al caso: cifre più grandi, perdevano quantità crescenti, e ad ogni operazione si faceva più breve il numero di partenza, sommando e togliendo numeri più grandi, o minori, legati da arcane e magiche proporzioni. Risultati decimali, sempre più piccoli, piccoli, piccolissimi, brevi, esigui, inesistenti… E, dopo lo zero, non più operazioni: volava serena una rondine.
Poter sparire, potere annullare il dolore che ci travolge alle spalle, smorzare la stretta dei ricordi.
Poter correre sereni in un campo di grano giallo, insieme, per mano, e averlo vicino.
Poter smettere di violentare una mela che scende nel corpo, e mangiare come tutti.
Trenta chili sono solo nel cuore…
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Come citare questo articolo
Julie Bego. “Con i piedi di elefante”. Ventaglio Novanta, n. 22, 2001. https://ventaglionovanta.it/archivio/con-i-piedi-di-elefante/