Siamo nel 1927, i treni arrivano sempre in orario, l’avvenire d’Italia è luminoso perché a Roma c’è Lui… il Duce, peccato che – allora come ora – nell’ombra prosperi l’inestirpabile razza dei grassatori, truffatori, ladri e malfattori.
Una brutta mattina di mezzo ottobre, nonno Domenico, alzatosi all’alba, va nella stalla ad accudire gli animali. Poche bestiole, il vanto e la ricchezza del “logo” (piccolo podere) in dote alla famiglia da tempo immemorabile: quattro mucche da latte, un paio di vitelli e la “mussa” dal pelame grigiastro…, conigli, colombi, pollame stazionano da un’altra parte.
Parve strano a nonna Cesira, che nel frattempo aveva acceso il focolare per il pasto di mezzodì, non sentire i colpi metallici del tridente mentre inforcava la paglia e il fieno, né il tramestio dei quadrupedi.
In un silenzio irreale e foriero di sventure, il nonno rientra in cucina con il camicione sbottonato, il viso di cera, le braccia protese all’indietro nell’atto di spiccare un volo nell’oblio, e con le labbra serrate biascica: “Vecia, …xe vegnù i ladri, i gà vudà la stala; …semo sassinà”.
La nonna incassa il colpo, poi si riprende: “Bona ka ghemo pena vendù i vedei… E la mussa, la gai portà via anca koéla?”.
Nella concitazione il nonno era passato nel più piccolo “stalin” dove teneva l’asina (bovini ed equini per una reciproca buona salute vanno separati nelle stalle).
Torna sui suoi passi e trova la “mussa” con le orecchie ciondoloni che lo guarda inebetita: “Gnanka i ladri i te gà volesto!” e così dicendo sale sulla strada arginale cosparsa di ghiaia con la folle speranza di rivedere le sue bestie.
Trova invece un vicino più giovane, che ansimante si scarica: “I me gà portà via la bestia, …ghe n’avéa una sola, come xe ka farò a darghe el late ai fioi pikoli…”.
Dopo un rapidissimo conciliabolo decidono di lanciarsi all’inseguimento, le tracce lasciate dagli animali condotti a cavézza, sono evidenti, data la forte umidità notturna. Uno dei generi del nonno abitante nei pressi, subitamente avvisato, molla tutto e si mette a completa disposizione con il “borozin” (calesse… simbolo di certa agiatezza) aggiogandovi una puledra di due anni. Il trio formato dall’esperienza del nonno e dall’ardore dei due giovani scampati dall’inferno delle trincee sul Carso, parte con bellicose intenzioni, accompagnato dalle preghiere di nonna e dalla doppietta celata sotto il mantice abbassato del biroccio.
Seguono la strada arginale dell’Adigetto fino alla Bova di Badia dove il vetusto corso ha principio, chiedono a dritta e a manca, controllano le “pekà” (tracce). Una “Sposa” che tornava dal mercato a piedi con sottobraccio un cesto di anatroccoli appena acquistati, interpellata risponde: “Sì, stamatina bonora, in tel mentre ka andasea al markà, gò inkontrà uno ko la bicicleta a man, … ke’l parava inanzi zinque vake”.
Solleticati dalla buona nuova, i nostri passano il ponte di legno sull’Adige e si incamminano lungo l’argine in terra battuta verso Castelbaldo, nel Padovano. Percorso un buon tratto di strada in silenzio funereo, il nonno sbraita: “Fermi, …vojo vedare de kosa se trata! Aveva scorto, inequivocabili, delle grosse cacche. Le rimira, gli gira attorno, le annusa e rinfrancato esplode: “Le xe koéle de le me bestie, …no vedì ke le xe squakuarose e se sente el dolzin da bietola? (Erano infatti due settimane che alimentava le mucche con il collettame delle barbabietole, il quale, come si sa, provoca un effetto rinfrescante e lassativo).
Ad ogni epoca i suoi modi di vivere, i suoi valori, …e i suoi segni che oggi fanno arricciare il naso, ma che invece non sono per niente negativi, anzi trattasi del concime più puro che madre natura possa fornire.
Testa ritta, criniera al vento, la cavallina vorrebbe involarsi, bisogna al contrario controllare a dovizia, ogni “Kalà” (discesa) può essere una via di fuga per il ladro.
A mezzavia tra Castelbaldo e Begosso nel Veronese, scorgono in fila il treno di mucche con in testa un uomo che le tira. “Kare,… le xe le me bestiole!”. Così dicendo il nonno si alza sul calesse e, con quanto fiato ha in gola, urla: “Roma, Spagna, Bisa, Baronessa”.
Sentendosi chiamare per nome le mucche si bloccano di colpo, come per un ordine divino, trattenendo la loro quinta compagna di sventura, ferme immobili sull’argine, stagliate nella luce del mattino, e a nulla valsero gli sforzi del furfante onde farle proseguire. Costui, vistosi scoperto, molla la refurtiva e scende a rompicollo per uno stradone di campagna.
Due colpi secchi di fucile squarciano l’aria mentre i pallettoni crepitano sui rami di un filare di salici. Il losco individuo atterrito se la dà a gambe, ma i due giovani lo rincorrono, gli sono rapidamente sopra, lo ammaccano come un caco maturo, lo legano come un salame e, fatto salire sul biroccio, lo consegnano alla locale stazione dei carabinieri.
Il nonno coccola le sue bestie, gli passa le braccia al collo, palpa le mammelle gonfie, soffia nelle orecchie, le tranquillizza con la voce.
L’anziano e navigato maresciallo del luogo, verbalizzò il tutto, prese in consegna il tristo figuro e lasciò perdere i particolari della lezione rusticana. Oggi si tratterebbe di lesioni e sequestro di persona, con la galera assicurata al posto del colpevole. Ci fu in seguito il processo in assise a Padova, concluso con una condanna pesante, in quanto l’imputato aveva precedenti denunce per furto di cavalli. (È da rilevare che soltanto pochi anni prima nel mitico Far West, il furto di bestiame veniva punito con l’impiccagione). Morì dopo pochi anni in carcere, ed ogni volta che la storia veniva a galla il nonno era assalito dalla tristezza; gli pareva esagerata la pena e la fine dell’uomo rispetto al male commesso.
Per tornare al nostro racconto, va detto che le vacche furono condotte in un casolare della zona e rifocillate; vennero munte ed il loro latte offerto ai conduttori quale pigione per lo stallaggio; date le insistenze, il nonno fu “costretto” a rimanere ospite per la notte, trattato con tutti i riguardi.
Se non fu solidarietà vera quella, ditemi quale altra può esserlo stata! Nasceva da un mondo più spontaneo, meno egoista, meno calcolatore: un mondo duro, arcigno, sofferto, ma caldo, il mondo della civiltà contadina.
Il mattino seguente le vacche vennero riportate a casa, a piedi, senza fretta, una sosta ogni tanto, una pacca sulle enormi natiche, una passata ruvida tra le corna, un richiamo bonario. Quando furono in vista di casa, il nonno le lasciò andare, e loro, riconosciuti i luoghi e gli odori (uscivano spesso per il lavoro), si precipitarono trotterellando, con la poca grazia che hanno i bovini, verso la stalla, trovando da sole le loro poste.
Nonna Cesira ringraziava la Vergine con le mani giunte al cielo, mentre dallo “stalin” si alzavano imperiosi i ragli della “Mussa” a reclamare la sua parte di merito nella faccenda.
“Massa tardi par dare l’alarme… cara la me mussa, …skoasi skoasi me vien voja de vendarte a la fiera de Tresenta, …ghe manka onkora quindase dì!”.
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Come citare questo articolo
Graziano Beccari. “Le vacche rubate”. Ventaglio Novanta, n. 22, 2001. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-vacche-rubate/