L’anima dei giorni è il titolo di un libro molto particolare, curato da Pier Luigi Bagatin, apprezzato ricercatore e direttore della biblioteca di Lendinara, ed edito dalla trevigiana Antilia, grazie al contributo determinante della B.C.C. Padana Orientale Rovigo.
Si tratta di un volume di sicuro interesse per i cultori della storia e delle tradizioni del passato. È la riproposta di un genere di pubblicazioni particolarissime che affondano le loro radici nelle consuetudini religiose del Medioevo, opere conosciute dai bibliofili con il nome di “libri d’ore”. In pratica volumetti tascabili che, a partire dal IX secolo, i fedeli iniziarono ad utilizzare ad ore fisse della giornata (di qui il nome libri d’ore) per leggere preghiere o salmi a gloria di Dio ed in particolare della Vergine.
Molteplici i motivi che accendono l’interesse per il volume. Innanzitutto perchè il corpo centrale del libro ripropone il contenuto – sia scritto che iconografico – di un’opera tra le più preziose conservate nella biblioteca dell’Accademia dei Concordi: un libro pubblicato a Parigi dai fratelli Hardouin agli inizi del ’500 con i procedimenti a stampa ideati solo pochi decenni prima da Gutemberg.
L’anima dei giorni di Pier Luigi Bagatin ripropone dunque il testo cinquecentesco con interventi che ne favoriscono la leggibilità: il volume è scritto come l’originale in latino ma – grazie ad un approfondito studio del curatore dell’opera – viene assicurata la ricostruzione di tutte le parole, molte delle quali nel testo originale si presentano abbreviate o ridotte a sigle e quindi di difficile interpretazione.
Determinante appare poi per il lettore moderno la parte introduttiva e finale (queste ovviamente in lingua italiana) stese dall’autore a seguito di un attento studio sul testo conservato presso l’Accademia dei Condordi e dopo approfondite ricerche estese alle varie tematiche inerenti i libri d’ore.
Con la pubblicazione de L’anima dei giorni viene dunque compiuta una significativa operazione culturale, volta alla riscoperta e alla divulgazione di un antico testo di pregio storico ed artistico ai più del tutto sconosciuto, dando inoltre la possibilità al lettore di avvicinarsi alla spiritualità di un tempo lontano, radice imprescindibile della civiltà europea.
(Lino Segantin)
Dopo il successo di “Ricordi maestro quel giorno di novembre” (Tipografia Bruno Perin, 1999), Giuseppe Rigolin affida le sue memorie a un nuovo romanzo-verità che ha l’allure di un diario, umanissima miscellanea di ricordi di guerra, riflessioni esistenziali, citazioni di salmi biblici e persino ricette di cucina nostrana, sul filo di lettere ritrovate, “cucito” dalla bonomia del maestro-scrittore: pagine, le sue, che ci fanno alternativamente partecipare commossi o sorridere.
Sorridere, anche, perché l’autore, sa intercalare momenti tragici ad episodi divertenti, non perdendo mai la sua “vis” umoristica, quel sorriso discreto che allenta la tensione negli accadimenti di dolore.
Oltre quattrocento, tra lettere e cartoline, inviate alla fidanzata Iris, divenuta in seguito l’amatissima moglie, sono il pretesto d’inizio e, nel contempo, l’ordito su cui lavora la trama: una tessitura densa, fatta di rimandi, collegamenti continui tra passato e presente, tra la vita di un giovanissimo maestro polesano e quella dello stesso, prigioniero in terra texana.
È un romanzo di ricordi personali, ma non solo; piuttosto un mosaico in cui le sfaccettate tessere riportano frammenti di vita dell’autore strettamente legati a luoghi ed ambienti, paesaggi interiori ed esterni (Lendinara, Delta, Nord Africa, Texas), frequentati dagli abitanti del suo vissuto reale.
Rigolin ci racconta, con penna sapida e animo sensibile, la storia del suo ingresso nel mondo del lavoro (giovane maestro a Scanarello, nel Delta), le sue prime delusioni amorose, l’innamoramento vero da cui scaturì il matrimonio con Iris, il suo credo forte nel fascismo che lo spinse a partire come volontario in guerra.
Uomo tutto d’un pezzo, in fatto di scelte, che alla luce della caduta e disillusione dei suoi ideali, frutto della retorica di regime, nonostante le sollecitazioni costanti nel campo di prigionia, non demorde e resta fedele a se stesso.
“Il 25 luglio – scrive – si sparse nel campo la notizia dell’arresto di Mussolini come un tam-tam martellante che prendeva tutti, tanto che si formavano numerosi capannelli per commentare in vario modo la notizia e ciascuno aggiungeva di suo a seconda dei sentimenti che provava. Io rimasi sbalordito, sconvolto, non rientrava nelle mie previsioni che il duce dovesse cadere: lui osannato dalle masse, lui che anch’io avevo posto al sommo dei miei pensieri”.
Non si vergogna, l’autore del suo passato, anche se guarda avanti ad un futuro da rivedere, riconsiderare, affranto dal sangue sprecato, vite inutilmente immolate sull’altare di retoriche illusioni.
Gustiamo un continuo effetto onomatopeico, nella pagina di Rigolin, un controcanto di musiche, voci, un effetto sonoro che ravviva la narrazione, colorato di terso italiano, inglese, accenti meridionali e lingua nostrana, quella della nostra terra, in bocca all’ affettuosa saggezza della madre, alla prudenza del padre, alla simpatia del nonno, all’orgogliosa generosità di Iris. Una galleria di variopinti personaggi, psicologicamente riusciti dove prendono corpo le figure di commilitoni e compagni di prigionia, dal caporale Vincenzo, al sottotenente Luigi, a Nino da Milano, visti nell’aspetto esteriore e nel pensiero e negli atteggiamenti di mente e cuore.
Toccanti le pagine del rastrellamento in Grecia; dolorose quelle dei maltrattamenti in prigionia nel campo texano di Hereford; intensa come un film-verità la pagina del ritorno: «…la mia scuola a Scanarello nel Delta del Po, la fidanzata e le più rosee prospettive stavano per aprirsi davanti a me… ».
Ed è proprio questa capacità di continuare a sperare, di continuare a credere nella vita, che ha salvato l’autore, il quale ha ripreso l’attività di insegnante, impegnato poi socialmente e politicamente, ricoprendo importanti incarichi pubblici (cooperative del Polesine nel settore della pesca, presidente della Camera di Commercio di Rovigo), deciso oggi a regalarci la commozione dei suoi ricordi.
(Grazia Giordani)
Questa pubblicazione dimostra ancora una volta come l’amministrazione del centro altopolesano guidato dalla dott.ssa Laura Negri sia sensibile e riconoscente verso le peculiarità del proprio territorio e di chi lo abita.
L’anteprima assoluta per la presentazione del libro in oggetto è avvenuta nello scorso dicembre per il “Giubileo dello Spettacolo” a Roma, successivamente in febbraio ha avuto il battesimo ufficiale presso l’auditorium di Bergantino con un pienone di pubblico che ha sancito il successo e la bontà dell’iniziativa editoriale.
“Gente del viaggio” è un ottimo lavoro, curato da Elisabetta Silvestrini, con testi di Corrado Ferri e Tommaso Zaghini, due bergantinesi che già in passato si sono dimostrati ricercatori attenti e abili divulgatori. Un libro ben fatto, ricco d’illustrazioni, sviluppato in 376 pagine, che ripercorrono la storia di una categoria fino a pochi decenni fa alquanto snobbata, quella degli spettacolisti viaggianti. Bergantino è uno dei pochissimi esempi, forse l’unico, che, assieme all’attività di giostrai aggrega poi anche quella importantissima dei costruttori di giostre, facendone divenire un polo importante per l’economia polesana con un rilievo addirittura nazionale.
Ecco allora che nelle pagine si ripercorrono gli albori di queste attività, a partite dagli anni Venti, quando esigenze primarie aguzzarono l’ingegno di alcuni pionieri che si adattarono a far qualche cosa pur di “sbarcare il lunario”. Sacrifici enormi, quali lo sradicamento dal paese natale, il confronto con altre realtà, la diffidenza nei confronti degli ultimi arrivati, ripropongono temi sociali, oggi come mai d’estrema attualità.
È emozionante seguire le problematiche delle scelte fatte, le difficoltà incontrate, trascritte da 22 interviste registrate relative a 17 viaggiatori e 5 costruttori; si evidenzia una ricchezza di umanità e solidarietà (spesso circolava un prestito interno basato sulla parola data, che, allora, valeva più di un atto notarile).
Le interviste condotte a cura di Tommaso Zaghini, Barbara Angeloni e Marella Bettola hanno interessato diverse famiglie: Bacchiega, Bernini, Biancardi, Bolognesi, Caberletti, Chiccoli, Fabbri, Favalli, Gardini, Marangoni, Montagnini, Protti, Ravelli, Rossi, Soffiatti, Stefanoni, Trentini. Il libro è stato giustamente dedicato alla memoria del costruttore Licinio Fabbri, un imprenditore locale conosciuto in tutto il mondo che tanto ha dato nel mondo delle giostre.
Sempre in tema di divertimenti è doveroso ricordare che Bergantino (fra l’altro il paese natale del musicista Stefano Gobatti) ha ospitato recentemente il primo meeting internazionale delle Giostre e che inoltre possiede un museo unico nel circondario, che vale la pena di visitare: il Museo Nazionale della Giostra e dello Spettacolo Viaggiante allestito presso palazzo Strozzi.
(Raffaele Ridolfi)
Appena ho iniziato a sfogliare le pagine del libro di Roberto Rizzo, ho provato un’emozione autentica, un interesse vivissimo. Forse perché a scorrermi attraverso gli occhi erano storie di persone “normali”, di polesani che si raccontano con sincerità, ricordando fatti ed avvenimenti della loro vita, esperienze tragiche e sentimenti profondi.
Ed è proprio attraverso le loro storie che emerge “l’altro Polesine”, quello di ieri, il Polesine di chi raccoglieva la canna palustre e si sfiniva di stanchezza, come Rosina Pezzolato di Scardovari; di chi viveva con la raccolta della canapa e si massacrava di fatica, come Maria Chinaglia, nativa di sant’Apollinare; di chi faceva il carrettiere, la ricamatrice, il gelataio, l’oste; di chi faceva mattoni a mano, di chi impagliava sedie, di chi costruiva barche, di chi coltivava il tabacco…
Roberto Rizzo, con questa sua bella opera, recupera figure della nostra terra, atmosfere, luoghi, tradizioni che affondano le loro radici in un passato lontano; fa rivivere angoli spariti, vecchi caffè. Stupendo e struggente è il brano in cui l’autore ricorda il servizio di traghetto tra Ca’ Tiepolo e Ca’ Venier. La sua penna, vivace e luminosa, delinea la storia di Alfredo e Rolando, gli ultimi traghettatori, che sul Po hanno lavorato per mezzo secolo. Alfredo e Rolando hanno vissuto “l’incanto delle strade d’argento che, al tramonto, il sole disegna sul grande fiume”.
Dalle pagine del libro di Rizzo traspaiono malinconie e ricordi, nostalgie e rimpianti, affetti profondi e atmosfere di una bellezza che affascina. Lo scrittore ci parla di un Polesine intensamente amato. Un Polesine carico di storia e di memorie, di profumi e di vecchie trattorie.
Gli antichi mestieri della nostra gente, il respiro della campagna, l’umanità e la generosità dei polesani, la bellezza e il fascino di vecchie atmosfere, tutto emerge e scorre dinanzi agli occhi della mente con sequenze cinematografiche, grazie alla magica penna dell’autore.
(Angioletta Masiero)
Per molti aspetti questo 2001 può essere definito come l’anno del Po. Il ricordo della rotta del 1951 sta infatti dando vita, in occasione del cinquantenario del tragico evento ancora ben presente nella memoria collettiva, ad una serie di manifestazioni intese a rinsaldare il rapporto col grande fiume, a conoscerlo meglio, valorizzandone gli aspetti più qualificanti.
Torna utile dunque, proprio in quest’anno, la lettura (o rilettura per chi già si sia avvicinato all’opera) del volume ideato da Dino Felisati col significativo titolo In principio era il Po. Un libro corposo, che intende dare una visione ampia ed organica di tutte le problematiche legate al grande corso d’acqua, per sviscerare le quali l’autore ha accolto anche la collaborazione di specialisti nei vari campi. Un’opera completa, dunque, che spazia in molti ambiti: da quello storico, al letterario, all’artistico, al geologico, al politico, all’economico, al gastronomico, al turistico. Viene inoltre dato ampio spazio ai problemi connessi alla salvaguardia ambientale e alla rivivificazione del fiume che, proprio negli ultimi cinquant’anni, ha progressivamente perso il ruolo di primaria fonte di vita per i centri rivieraschi.
In tempi non lontani – ci ricorda l’autore – le rive del Po erano disseminate di piarde: piccoli porti per caricare e scaricare merci. Nell’acqua si pescava; sul fiume vivevano i traghettatori che trasferivano persone e merci da una sponda all’altra; le donne venivano a sciacquare i panni e i bimbi a pescare con la moscarola. L’acqua si beveva e d’estate si facevano i bagni; nelle golene sorgevano fornaci che producevano laterizi, e per molti secoli i mulini hanno rappresentato un fattore economico e culturale di rilievo, in stretta sintonia con le produzioni più caratteristiche dell’agricoltura della pianura padana.
Un mondo vivo dunque, depositario di una civiltà dalle radici antiche, cancellato nel volgere di poche decine d’anni. Ed altrettanto rapidamente l’equilibrio millenario che legava la natura all’uomo si è deteriorato fino a scindersi: il fiume, divenuto raccoglitore di scarichi di ogni genere ha perduto i suoi connotati più caratterizzanti.
Difficile pensare ad un recupero in tempi brevi dell’ecosistema degradato. Vanno però studiati quanto prima i mali che affliggono il principale corso d’acqua italiano sotto il profilo ecologico, sociale e culturale. È tempo di approntare adeguate terapie per il grande malato. Con questo spirito Dino Felisati, emerito medico, già primario presso l’Ospedale di Cinisello Balsamo (Mi) ed autore di oltre cento pubblicazioni scientifiche, ha voluto realizzare l’importante volume dedicato al “suo” fiume, quello che è stato spettatore dei suoi giochi d’infanzia a Panarella, là dove inizia il delta padano, quello che vede i suoi frequenti ritorni nella terra dei padri, forte richiamo che non può passare inascoltato.
(Lino Segantin)
Si presenta con una elegante veste grafica la raccolta antologica delle più belle liriche del poeta adriese Marino Marin dal titolo “E a te lacrima il core” curata da Sara Naccari e Monica Stefani.
A cinquant’anni dalla morte del poeta, scomparso nel marzo 1951, questa pubblicazione, realizzata con il patrocinio dell’Amministrazione comunale di Adria, ripropone la figura di Marino Marin attraverso una raccolta delle sue liriche e, come sottolineano le due curatrici nella prefazione, offre ai lettori “un profilo, il più possibile completo, del poeta e quindi dell’uomo, cogliendo nel contempo le evoluzioni che, nel corso degli anni, hanno raffinato la sua produzione”.
Leggere “E a te lacrima il core” significa avvicinarsi alla personalità e alle opere del poeta adriese, conoscerne e apprezzarne la profonda sensibilità, l’intima bontà, la ricchezza della spiritualità, il volo dei sentimenti, la costante crescita interiore nel dolore.
Dal 1892 al 1948 Maurizio Marin pubblicò dodici raccolte di poesie, “nonostante la malattia agli occhi lo conducesse verso un’inesorabile cecità”.
Fu segnalato all’Accademia delle Scienze di Torino nel 1931; ricevette il Premio Nazionale “Gastaldi” di poesia nel 1948 per la raccolta “Vecchie campane”; nel 1951 ottenne il “Premio Nazionale della Bontà” per la lirica “Seminiamo il buon seme”.
Ci commuove, nello scorrere le pagine, trovarci dinanzi alle vecchie foto della casa natale del poeta, ai luoghi dove trascorse gran parte della sua vita, così come ci commuove leggere i suoi versi, vibranti d’amore per la sua terra, per la natura, per gli animali, per tutte le creature e le cose.
“Anche le cose hanno una loro voce – scriveva il poeta – che parla al cuor di chi le ascolta: basta, / per comprenderle, avere l’anima casta: / rifarsi. Il bimbo che c’è in noi non nuoce”.
La voce del poeta adriese ci raggiunge e ci fa riflettere.
Bellissima la lirica “Meditazione” che c’induce a soffermarci di fronte al mistero dell’esistenza e dell’aldilà.
“Rimorire ogni dì, / rinascere ogni / dì con entro la strozza, quel singhiozzo, / rimescolare col respiro mozzo / ciò ch’è rimasto in fondo ai nostri sogni… / Tutti così: con quell’immenso vuoto / nell’anima; sospinti dal destino, / – ognuno sulla terra è un pellegrino – / verso il gran buio, verso il grande ignoto”.
Marino Marin: un poeta da riscoprire ed amare.
Angioletta Masiero
Tra il giovane autostoppista infreddolito, accolto a bordo dell’auto, e la signora che gli ha accordato il passaggio si è creato un clima di confidenza. Tutto ciò, nonostante l’avvio piuttosto burrascoso del rapporto, contrassegnato da taglienti schermaglie dialettiche, in cui il ragazzo, privo di scrupoli morali ed insensibile ai tabù di natura sociale, affonda fendenti che incrinano le sicurezze della donna.
L’opera di Loredana Capellazzo è un romanzo fitto di dialoghi serrati, che in più occasioni giungono a trascendere il codice del rispetto personale, provocando momenti di tensione al limite della rottura. Ma che poi sempre si incanalano in un binario in grado di portare i due protagonisti al confronto e, specie la donna, a rivedere il proprio mondo di valori.
Nel tragitto lungo l’autostrada, i due protagonisti metteranno a nudo le loro anime, senza mai sentire il bisogno di una reciproca formale presentazione, cosicchè lui, scanzonato e sicuro di sè, accetterà di buon grado il nomignolo di Buck, mentre lei, perbenista con le ansie di una quarantenne in crisi, resterà per tutto il viaggio Signora. Un viaggio destinato a prolungarsi oltre il previsto, durante il quale il combattuto duetto dialettico sarà ben presto accompagnato da quello altrettanto esplosivo dei sensi: un’attrazione che Signora inizialmente confessa di poter concepire solo sul piano del sogno, (e i sogni per essere belli dovrebbero restare tali) ma che poi trova un imprevisto morbido appiglio nella dolcezza di un cuore maschile solo esternamente indurito dalle esperienze di una vita difficile.
E sboccerà l’amore, un amore passionale e totalizzante, eppure accettato con la piena consapevolezza di volerlo racchiudere nella breve parentesi temporale di quell’incontro circoscritto. Un amore senza futuro e dunque inutile? Oppure destinato ad incidere profondamente nella psiche dei due amanti? E chi ne potrà ricevere maggior vantaggio per i giorni futuri? Lei che ha avuto modo di guardare a fondo dentro la propria anima, o lui che ha scoperto che non sempre vale la regola dello sfruttamento e della logica finalizzata al puro soddisfacimento fisico?
Non va tolto ai lettori il piacere di seguire lo sviluppo della vicenda ed il progressivo modificarsi degli atteggiamenti dei protagonisti della nuova opera di Loredana Capellazzo. Un romanzo breve che sembra uscito di getto dalla fantasia dell’autrice, privo di cadute di tono ed accurato nel delineare la psiche tanto diversa dei due protagonisti. Un racconto scritto con scioltezza e brio, in cui i tumulti o le estasi del cuore si sposano simbolicamente con il frequente alternarsi dei momenti di una giornata climaticamente variabilissima. Gli scorci paesaggistici, tratteggiati con pennellate sicure e la delicatezza degli acquerelli, contribuiscono anch’essi a confermare la stagione felice delle scrittrice rodigina.
(Lino Segantin)
Il volumetto della collana “Centro Studi e Ricerche della Transpadana Ferrarese” segue varie altre pubblicazioni curate dall’autore con l’intento di far conoscere le vicende del passato, nonchè i beni artistici e architettonici della fascia rivierasca al Po la cui storia, fino al Congresso di Vienna, si è identificata con quella del territorio di Ferrara.
Il Palazzo Riminaldi, oggetto dello studio, sorge a Castelmassa e dal 1962 è sede della filiale massese della Banca Agricola Mantovana. Dopo l’acquisto dello stabile avvenuto nel 1957, l’istituto di credito mantovano ha infatti curato il restauro e i lavori di ripristino del fabbricato finalizzati ad accogliere gli uffici bancari.
L’autore ci informa che i Riminaldi di Ferrara fin dal 1420 possedevano diverse proprietà nel territorio di Massa Superiore e che l’edificio in questione entrò a far parte dei beni della famiglia dal 1699. La villa si caratterizzava come “casa di campagna”, raggiunta dai componenti della nobile famiglia ferrarese nel periodo estivo tramite la via fluviale del Po.
Passata per eredità alla famiglia Saracco-Riminaldi, nel 1845 la villa fu acquistata da Bartolomeo Conti di Ferrara da cui, sempre per via ereditaria, giunse nelle mani della famiglia Bresciani di Massa Superiore, di cui va ricordata la figura di Antonio Bresciani, più volte sindaco del paese alla fine dell’800.
Il volumetto, oltre alle notizie storiche, presenta diverse fotografie che riproducono interessanti particolari architettonici caratterizzanti l’immobile di indubbio pregio che sorge di fronte al municipio di Castelmassa.
Difficile incontrare persona innamorata del grande fiume come Libio Begossi. Nato in una casa che guardava il Po nella golena Faccini di Melara il suo “imprinting” con lo scorrere del fiume è stato quanto di più naturale possibile.
Allora, negli anni prima della seconda Guerra, il fiume era limpido e si andava ad “arsentar” i panni sulle rive (il termine si può interpretare anche come argentare, dal colore delle acque allora molto linde e pulite).
Questo è un libro di poesie di un sognatore di altri tempi, alcune sono in dialetto locale, una sorta di mix fra ferrarese e mantovano, altre in italiano. Hanno partecipato e vinto ad importanti concorsi, anche se Libio è sempre stato schivo nei confronti dell’apparire. Tre le altre liriche che hanno ottenuto riconoscimenti, da citare “Festa dell’anziano” 1° premio ad Adria, “Sant Nadal” 1° premio (ex-aequo) Telesanmarco di Rovigo.
Nelle pagine, che comprendono molti anni dei versi scritti, troviamo la persona innamorata del fiume, dei suoi gorghi, dei tramonti, dei suoi pioppi ed uccelli, ma anche e soprattutto della sua gente. Persona che però ci svela anche i nostri tristi inverni padani. È giusto annotare che il poeta melarese, pur avendo il suo mondo fatto di rime versi e metrica a volte raffinata, non per questo è da considerare appartato dalla società, anzi! Sono state molteplici le attività a cui ha partecipato sempre con passione, dall’impegno politico, all’organizzazione di gite, all’impegno sportivo ed altro ancora. Se oggi possiamo leggere e godere dei versi del poeta Libio, salvandoli dai numerosi singoli fogli sparsi, è solo grazie all’interessamento di Mario Bragazzi, fratello materno e del prof. Carlo Marangoni che ha curato la battitura ed il testo.
(Raffaele Ridolfi)
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Autori Vari. “Libri in redazione”. Ventaglio Novanta, n. 23, 2001. https://ventaglionovanta.it/archivio/libri-in-redazione-17/