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STORIA - TRADIZIONI

150 anni fa il disastro

Una lettera documenta il grave incendio che nel 1851 colpì l’arcipretale di Melara

di Raffaele Ridolfi

Ventaglio Novanta n. 24 2002 pp. 74–77

Nel luglio 1851, quando si era in pieno predominio austriaco, proprio in coincidenza con il triduo a San Materno, festeggiato da secoli il 18 luglio, il paese di Melara rimase sconvolto da un enorme incendio che distrusse parte della chiesa parrocchiale. L’edificio sacro era, ed in parte è ancora, l’orgoglio e punto di riferimento per gli abitanti. Quando vogliamo fare partecipe un visitatore delle bellezze nostrane ancora oggi partiamo dagli edifici più grandi ed appariscenti a Melara e la chiesa parrocchiale è uno di questi.

L’arcipretale di San Materno era all’epoca la più maestosa della diocesi per grandezza. Edificata nel XVIII secolo, i suoi abbellimenti interni continuarono fino agli anni ‘20 dell’Ottocento.

Erano quindi solo trent’anni che la chiesa era stata ultimata quando un tremendo rogo la distrusse nel tetto, nell’altare maggiore, nella sagrestia e in parte del davanti. Fu grazie all’opera di volontari, pronti a mettere a rischio la loro vita, che fu possibile portare in salvo il salvabile.

Il recente ritrovamento di una lettera di un testimonio oculare può dare l’idea dell’attaccamento paesano e delle dimensioni dell’incendio. Il riproporlo oggi, a distanza di 150 anni, nella sua interezza, rappresenta non solo un’opera di salvaguardia documentaria, ma anche di giusto e doveroso riconoscimento a chi contribuì a mettere in salvo quanto potè.

La lettera faceva parte dell’archivio famigliare della maestra elementare Maria Cugola, deceduta nel gennaio 1979, il cui materiale d’archivio è andato a confluire presso un appassionato cultore di storia locale. L’originale della lettera è stata donata dal maestro Dino Tinti (1915-1998) al sacerdote don Paolo Tomezzoli, parroco dal 1985 al 1990, mentre fotocopia della trascrizione della stessa è in mio possesso ed è stata l’occasione per questo intervento.

L’autore della missiva era Cugola Dionisio, nonno della suddetta maestra Cugola, di origini mantovane, da qualche decennio dimorante a Melara e di professione armaiolo. Reca la data del 20 luglio 1851, quando il disastro era appena avvenuto e non se ne conosce il destinatario.

Questo il testo che si pubblica integralmente, compresi errori, maiuscole ed incertezze di trascrizioni:

Amico carissimo,

non avrei mai pensato, scrivendovi la prima volta, dopo tre anni, di manifestarvi una disgrazia di simil natura. Nella fatal notte del 15 al 16 corrente luglio, dissi fatale, perché compiva il vigesimo terzo anno del fatto del fu Arciprete Gherlinzoni alle undici e mezzo di notte fu veduto un fuoco appiccato dalla parte sinistra di chi entra nella Sacrestia dei Preti, che mette in corte vicino al Cimitero vecchio, acceso probabilmente da alcuni carboni male spenti dal “torribile” vicini alla porta in angolo, a tal uopo destinato. Vicino al detto cantone era di un posto un vecchio armadio, contenente vasi da aglio ed effetti, sospesi dalla vechiaia. Al di sopra di queste scope e manzarine di diverse qualità. Probabilmente attacava in questi combustibili, cosiché dal pianterreno al sollaio d’assi l’armadio occupava una metà. Le fiamme attacavano il solaio in communicazione, come sapete, alla scala di legno la quale conduceva fino alla soffitta del nostro tempio. Univasi al primo elemento divoratore un vento di settentrione, così gagliardo che penetrando nelle diverse finestre, che servivano per dar luce alla suddetta, serviva come di mantice al primo, cosiché l’incendio che doveva manifestarsi nel alba, circa alle dodici e mezza aveva penetrato nella crociera sopra la Capella del Rosario, a quella di S.Antonio, al Coro sino alla facciata.

Il dolore, lo spasimo, il crepacuore dei buoni melaresi accorsi al avviso di tre fucilate commesse dalle guardie dimoranti e il tocco della campana a stormo e a martello… immaginatelo voi! E la prudente è vigile saviezza di alcuni direttori, anzi dirò collaboratori, s’introdussero in Chiesa, esportarono il più sacro, il Santissimo. Vi fu chi penetrò nella sullodata sacrestia, mentre crepitava il fuoco sopra le loro teste e questa conteneva il valore, il più apprezabile, tanto in oro come in argento, tanto quello dei giorni più sollenni, che feriali, tanto chè rimaneva ancora, ma rimaneva attivo e non salvar di più era lo stesso. Indi esportavano le Sacre statue della Beata Vergine del Rosario e S. Antonio, sempre correndo l’istesso pericolo, tutte le Palle e di componenti gli otto Altari, il Crocefisso, la via Crucis, la statua di S. Materno per la seconda volta esposta sopra lo Altare maggiore, i banchi e tutto ciò che permise il fuoco. E l’animo affetuoso dei nostri degni Melaresi, anzi più, voi sapete che punto siamo col incendio: Angelo Bennetti di Giuseppe penetrando solo in Coro trasportava il Leggilo di proprio braccio in mezzo alle fiamme sino alla porta di mezzo, percorrendo metri 16; Antonio Borghi di Benedetto esportava con un secondo il simulacro di S. Materno; Chiavegatti Antonio la B.V. indi i medesimi quello di S. Antonio; Antonio Soldati che penetrava per primo nella Sacrestia restò così preso e soffocato dal fumo, che quasi restava soffocato e ben ci vuole per più di mezora al aperto per riaversi; meno anno sofferto i Compagni suoi. Le altissime fiamme, l’impetuoso vento, lo sconetersi dei travi produceva uno di quei spetacoli sorprendenti. Erano trasportati da quell’altezza carboni accesi in tutte le corti e pagliai e finili, case, palazzi del recinto della piazza sino a tuffarsi nel fiume, che se la facciata non avesse fatto barriera a quell’incendio – amico – la nostra Patria!!!

In pochi minuti fu trasportato il cavalione di formento del Arciprete, mettendovi mano alle persone le più rispettabili. Amico mio come farò a raccontarvi i danni recati alla nostra Chiesa? Mi proverò, ma il guasto è tanto grande che a rimpiazzarlo fu riportato da più valenti Architetti a Lire 120 mila.

In sacrestia dei Preti

Si abbruciava un altare di noce con palla rappresentata S.Pier Apostolo, S.Giovanni Battista e S.Bellino Protettore Provinciale; a lato due genochiatoi con quadro “Purgatio ad Missam”; due sedili, un armadio di noce contenente effetti dei Cappellani tanto per giorni festivi che feriali e Canonici e Pianete, Missali, rituali, breviari, Piviali da morti, calici e Pianete ed altri innumerevoli bisogni. Altro armadio a destra contenente un baldacchino ripostovi sopra una cassetta con vessillo di seta, effigiato il S.S. e S. Materno ed Antonio Padova. Il ricchissimo armadio di Don Luigi, il vecchio, con tutti gli arredi sacri del SS. Crocefisso e reliquiari d’Argento, Ostensorio proprietà del medesimo Altare, voi conoscete al pari di me, cosa conteneva questa Sacrestia.

Nella Sacrestia dei Confratelli

Tutti quei spaziosi armadi che la circondano Quadri, Genochiatoi, antico comò, sedili, cera, veste da Confratelli, stratto da Morti arso ed altro.

Coro e Presbiterio

Coro di noce d’ordine Toscano, Cavalli Antifonari, Breviari, Rituali, Messali ecc. scranne da feste di prima e seconda classe, sei Reliquie, vasi da oglio santo.

Altari e Statue

L’altare di S. Antonio guasto in diversi punti, nessuna traccia del vecchio, guasto il capo di S. Giorgio da una trave; la statua di San Domenico e la maestosa Balaustra, il Baldachino, Cantoria, Organo e tutto ciò che conteneva il legno nella Camera dei mantici e corridoi adiacenti.

Quelli che si distinsero in valore, coraggio, saranno benedetti in eterno dal Cielo e dagli uomini. Alla memoria di questi singolarmente si distinsero il Sig. Don Natale Allegro Curato Parrochiale, i Sig.i Valeri Valentino e Carlo Valeri, Antonio Leati e Salvatore Ferraresi.

Rimaseri illesi

Le due ali laterali del tempio e la camera Mortuaria.

La compassione che a ridestato nel petto di tutti, ci mette in speranza di essere assistiti e da tutte le parti giungono qui per osservare si orribile disgrazia; i buoni Ostigliesi non cessano di animare la e la commisione, a tal scopo destinata, persino le raggazze fecero la loro esibita. Amico mio a Voi non mancherà mezzo di estendere anche ai Signori di Volta un bisogno che per verità si può chiamare universale, la pratiche usate agli infelici dannegiati dal…voi lo sapete, vi metto sotto occhio delineato il nostro amico, come siete di tutti chiedo, che non risparmierete fatica alla maggior gloria di Dio, alle preghiere di un vostro amico al bene della nostra Patria.

Quello che non appare dalla lista è la perdita del quadro dell’altare maggiore, opera del pittore Giuseppe Ghedini che raffigurava San Materno e Sant’Antonio di Padova. Don Pellegrino Soldà, pastore di Melara, trovò di che occuparsi per diversi anni sino alla sua dipartita dal paese nel 1874. Nella ricostruzione della chiesa profuse energie e sostanze come pochi ebbero a fare prima di lui. L’elenco dei particolari distrutti appare nel libro di don Sante Magro del 1924.

Soltanto tre giorni dopo l’incendio, il 19 luglio, il vescovo di Adria mons. Bernardo Squarcina diramò una sua lettera rivolta a tutte le parrocchie della diocesi per venire incontro alle necessità immediate del caso.

Di lì a pochi anni la chiesa fu interamente ricostruita ed abbellita. Se capitasse oggi la stessa cosa come ci comporteremmo noi? Avremmo la stessa sensibilità e voglia di recuperare l’edificio sacro? Vedendo quanti oratori abbandonati e chiese lasciate senza adeguata cura ci sono nei nostri piccoli paesi mi sia permesso umanamente di dubitare. Ma la speranza è sempre l’ultima a morire e perciò mi auguro che la conoscenza del passato sia utile lezione di vita e sia di stimolo a solleciti interventi di recupero.

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Come citare questo articolo

Raffaele Ridolfi. “150 anni fa il disastro”. Ventaglio Novanta, n. 24, 2002. https://ventaglionovanta.it/archivio/150-anni-fa-il-disastro/

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