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STORIA - TRADIZIONI

La sconfitta dei Cimbri

Sulla sponda del Po, Gaio Mario organizzò lo scontro fatale

di Pelopida Tironi

Ventaglio Novanta n. 24 2002 pp. 78–81

I gelidi venti del settentrione consigliano, caro amico, di trovare riparo tra le mura domestiche. Mentre l’allegro fuoco riscalda le nostre membra, è bello lasciare che i ricordi dei tempi lontani riaffiorino alla mente.

– Nel precedente incontro mi parlasti di grandi eroi del passato che giunsero sulle rive del Po: Antenore troiano, Diomede greco che insegnò ai nostri progenitori padani ad allevare cavalli forti e di grande pregio. Ed accennasti al grande condottiero romano Gaio Mario giunto sul Po per sconfiggere i Cimbri¹. Come si svolse la battaglia? So che le truppe romane guidate da Quinto Lutezio Catulo non erano state in grado di bloccare i Cimbri alle chiuse dell’Adige, mentre Gaio Mario con i suoi soldati era riuscito ad annientare i Teutoni alleati dei Cimbri presso Marsiglia.-

Fu proprio così. Sulla sponda meridionale del Po si erano attestate le truppe romane fuggite all’incalzare dei Cimbri che già dilagavano nella vasta pianura. E poi giunse Mario con i suoi uomini vittoriosi.

Egli ideò la battaglia come l’architetto una casa. La disegnò anzitutto nella sua mente, poi scelse e dispose i soldati come fa l’esperto artefice coi mattoni; soppesò quindi le sue forze, considerò le condizioni dei luoghi e della stagione, valutò i fattori favorevoli e quelli sfavorevoli, per ultimo si appellò all’audacia, virtù prediletta dalla Fortuna. L’estate avanzava e il Sole sferzava i suoi cavalli nella costellazione del Cane che fa abbaglianti i raggi dell’astro e più rovente il suo fiato: stagione nefasta per quei popoli che venivano dal gelo.

Oltre il fiume cercò una pianura vasta e sabbiosa dove le molteplici rotte avevano divelto la vegetazione e formato lunghe dune di sabbia fra le quali ancora depositava quel limo sottile che il sole accartoccia come rotoli di carta. Il terreno era tale da poter controllare ogni movimento e spoglio di piante per togliere il respiro a chi era nato nell’oscurità delle foreste. Fissò l’ora della battaglia a mezzodì, quando tutta la luce avrebbe ferito gli occhi del nemico. Infine inculcò nei suoi uomini la disperata necessità di vincere, perciò passò il Po e se lo lasciò alle spalle precludendo ogni possibilità di fuga: il nemico di fronte, il Po a tergo. Quindi portò le truppe sui dossi più alti e la fece piantare gli accampamenti.

Arrivarono i Cimbri, e il loro Re chiese terre per sé e per gli alleati Teutoni. Mario rispose che ne avrebbe dato anche a loro, così come ne aveva concessa a sazietà ai Teutoni mettendoli sottoterra. Chiese ancora quel Re di fissare il tempo e il luogo per disputare il possesso del paese, “Fra tre giorni, – rispose Mario – qui dove siamo.”

– Come si giunse all’attacco? –

Quella notte egli convocò tutti i condottieri delle legioni, delle coorti, degli alleati e della cavalleria. Su un grande tavolo disegnò le dune, gli avvallamenti, le posizioni delle truppe e, dietro gli accampamenti romani, il Po. Poi segnò la posizione dei guerrieri Cimbri e, a levante, quella della loro cavalleria.

I Romani erano cinquantamila, i Cimbri quattro volte tanto. “Attaccherà per prima la cavalleria e tenterà di aggirarci,” sentenziò Mario e fu buon profeta. Lo interruppe Publio Valerio: “Sarà così, ma non avanzeranno di molto – disse – perché nella sabbia i cavalli affonderanno gli zoccoli e perderanno l’impeto, perciò curveranno ancora di più a destra verso la vegetazione e l’aggiramento sarà ritardato. E qui – continuò Publio Valerio – io sarò ad aspettarli coi miei cavalieri. Chiedo per me e per i miei il primo attacco, per pacificare le ombre dei nostri morti con la giusta vendetta delle armi”. Piacque a Mario il consiglio e, nel punto segnato da Publio, ordinò di muovere anche la cavalleria romana.

I tre giorni trascorsero studiando le posizioni, le segnalazioni da scambiarsi e i movimenti: Mario volle che i comandanti si accordassero su tutto. Ai soldati fu dato il riposo. L’alba del terzo giorno arrossò un cielo trasparente come il vetro e, quando il Sole avanzò trionfante sulla strada celeste, Mario ordinò ai soldati di prepararsi ad uscire dagli accampamenti. Poi, davanti a tutti, sacrificò agli Dei di Roma e trasse gli auspici. Attese che l’astro salisse nel cielo e che i suoi raggi s’infuocassero facendo baluginare onde di calura nella vasta distesa.

Ai barbari il ritardo dell’uscita dei romani sembrò paura, i loro animi s’accesero di furore e la cavalleria si lanciò al galoppo e sembrò l’avanzare di un’onda abbagliante. Indossavano corazze di pesante e lucente metallo e sul capo alzavano giganteschi cimieri a forma di mostri, erano armati di giavellotti a due punte e di grandi daghe. Com’era previsto si lanciarono verso levante; in quel momento Mario fece avanzare le legioni alle ali dello schieramento e ordinò di suonare le trombe. A quel segnale anche i Cimbri, urlando, si precipitarono all’attacco.

Era il mese sestile e, nell’ora meridiana, il sole dardeggiava in cielo, sulla pianura e negli occhi dei barbari che procedevano abbagliati affondando i piedi nel terreno sabbioso. Quando arrivarono davanti ai romani, esausti per la corsa e scoperti dagli scudi che tenevano alti sul capo per proteggersi dalla luce, gli astati delle coorti sulla fronte, alla giusta distanza, lanciarono i loro giavellotti micidiali, la prima linea dei Cimbri cadde e i morti trascinarono a terra i vivi perché si erano legati l’uno all’altro, gli astati presero allora la spada e proseguirono col corpo a corpo. Fra gli spazi della prima linea avanzarono le coorti della seconda. Attesero l’altra ondata nemica, la fermarono ancora col tiro fulminante dei giavellotti e la finirono poi con la spada. Avanzò la terza linea delle coorti che distrusse l’ultima ondata.

Così fu fatta a pezzi la parte scelta dei guerrieri Cimbri; gli altri fuggirono verso i carri incalzati dai romani che procedevano nella carneficina lenti e ordinati come ad un’esercitazione al Campo Marzio. In fondo alla pianura, ritte sui carri, stavano le donne dei Cimbri aspettando vinti e vincitori. Esse uccisero parenti e nemici e infine, quando a quelle indomabili apparve inevitabile la fine, si trafissero assieme ai figli.

– Parli come se tu fossi stato presente. In che modo hai saputo di questi fatti che a me sembrano irreali? –

Chi ritorna dalla guerra racconta, altri invece scrivono. Ma, sia che racconti sia che scriva, egli sempre sceglie del ricordo le immagini più vivide e intense, pezzi staccati di un mosaico da completare. Subentra allora la fantasia che tutto unisce e completa di luci e d’ombre. La fantasia è madre dell’arte e l’arte non conosce il reale qual è: lo sublima o lo rende abietto. Perciò, come dici tu, i fatti narrati sembrano irreali e anche il tempo fa ciò che fa la fantasia, né più, né meno.

Ma forse tu, dopo questo episodio cruento, vuoi sentire racconti di pace. La prossima volta ti parlerò di Catullo² che odiava la guerra e ogni gloria militare, i fasti per celebrare le vittorie e i sacrifici per allontanare l’ombra delle sconfitte. Per tutta la vita ignorò lo spettacolo dei trionfi e il tripudio esaltato della folla, giù dal Campo Marzio fino alla cima del Campidoglio. Al prossimo incontro dunque.

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Come citare questo articolo

Pelopida Tironi. “La sconfitta dei Cimbri”. Ventaglio Novanta, n. 24, 2002. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-sconfitta-dei-cimbri/

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