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UN RICORDO

Padre Aristide Stefani

Un ricordo dell’amico e del missionario lendinarese

di Giuseppe Lorenzoni

Ventaglio Novanta n. 24 2002 pp. 84–88

Avevo qualche mese di vita quando mia madre, che era intima amica della Sig.ra Anna Stefani, la mamma di Duccio, mi mise nella stessa carrozzina in cui troneggiava il piccolo futuro Don Duccio che aveva un mese di vita più di me. Era nato l’otto gennaio 1932.

Una vecchia foto nell’albo di famiglia mi ricorda come nacque un’amicizia fraterna che, con la morte di Duccio, avvenuta il 30 novembre 1992 divenne: ricordo, rimpianto, ammirazione ed esempio.

Alle “Medie” passammo insieme ore felici e spensierate finché, iniziato il liceo scientifico, quando la guerra finì di tormentare gli adulti e di interessare i ragazzi, decidemmo di provare a studiare il greco per passare al classico. A Duccio piacque il greco che io ritenni subito essere assolutamente inutile per chi, innamorato di piante ed animali, avrebbe fatto studi naturalistici ben lungi da interessi classici.

Al “ginnasio”, Duccio si distinse per capacità, naturalezza e semplicità, che già dimostrava in ogni occasione. Sapevo che traduceva dal greco al latino con grande disinvoltura, mettendo in difficoltà i professori che non potevano che considerarlo un “mostro sacro”, capace di esprimersi in latino ciceroniano, dimostrando di aver acquisito uno stile ed una padronanza più unici che rari!

Da ragazzi compimmo imprese che oggi definirei quantomeno… pazzesche: salivamo sul campanile di S.Sofia di Lendinara e facevamo girare l’angelo per opporlo al vento e vederlo roteare per tornare a dare ai cittadini quelle indicazioni sul tempo a cui oggi non crede più nessuno.

Ricordo gli scherzi di Duccio ragazzino, che non esitava a salire con gli amici sul grande noce dietro casa sua, in Via Santuario in Lendinara, e a togliere e nascondere la scala a pioli, divertendosi a vederci tentare di scendere con ogni mezzo o a lasciarci ad implorarlo di consentirci di tornare a casa…

Ricordo una gita in bicicletta, fatta il 2 giugno 1946, in occasione delle prime elezioni politiche. Da Lendinara pedalammo fino a Negrar, in Valpolicella su delle vecchie biciclette e su strade tutte a buche. Fu un’impresa epica per quei tempi, di cui vado ancora orgoglioso, ora che, dopo qualche chilometro, devo farmi ricoverare..!!

Duccio entrò in seminario nell’ottobre 1947, finito il liceo classico a pieni voti, dove già esternava a tutti la sua intenzione di fare il missionario. Entrò nel settembre 1949 tra i comboniani e prese i voti consacrandosi sacerdote il 26 maggio 1956 a Milano.

Negli anni successivi ci vedemmo saltuariamente, io seguivo i corsi universitari a Padova e lui veniva raramente a Lendinara. Seppi che sarebbe partito per l’Africa per coronare il suo sogno.

Dal 1956 al ’59 insegnò prima nel collegio dei comboniani, poi andò in Inghilterra, ove imparò perfettamente la lingua, quindi finalmente ad Asmara in Eritrea, a Decamere. In Etiopia studiò la lingua amarica, quindi nell’agosto 1973 fu inviato in Malawi. Prima però fece ritorno in Italia e venne a trovarmi. Seguii le sue vicende tramite i familiari, ma ricevetti anche lettere stupende e qualche visita in cui potei conoscere le avventure e le vicende vissute con la serenità e la gioia che solo la fede che esprimeva in ogni suo discorso, potevano dargli.

Manuela, mia moglie, non lo conosceva, non lo aveva mai visto prima di quel giorno in cui, aprendo la porta di casa, dopo uno squillo del campanello, si vide davanti un omone alto e robusto dal viso sereno, che con un gran sorriso, Le disse… “Sei Manuela, la moglie di Beppi!! Io sono Duccio!”.

Aveva una camicia rosso scuro, calzoni neri, una giacca un po’ più larga del dovuto, un grosso paio di scarpe comode, ma soprattutto un gran sorriso…

Ci venne a trovare ogni volta che tornava in Italia e sempre senza problemi..!! Telefonava prima, se si ricordava di farlo, o arrivava così, senza preavviso, sicuro di poter contare sulla nostra ospitalità. Arrivava ad ora di pranzo o di cena e dormiva nella camera degli ospiti, da buon amico, dopo averci intrattenuti con lunghe ed interessantissime storie della sua vita avventurosa.

Ci parlava spesso del suo ospedaletto di Chupini, dove ricoverava i malati, assisteva ai parti, e persino operava, quando fosse inevitabile, forte della sua fede e probabilmente di un gene paterno, trasmessogli dal papà Ferdinando, che tutti i lendinaresi meno giovani ricordavano per il valore come chirurgo dell’ospedale civile.

Parlavo spesso del mio amico missionario comboniano con chiunque accennasse a conoscenti capaci di cose straordinarie o di imprese ed affermazioni particolari. Ado, Mario, Stefano, Alberto, Piergiorgio, tutti compagni di scuola e di giochi che hanno intrapreso carriere diverse e che si sono affermati in vari settori professionali, ma

Duccio era sempre l’oggetto di una particolare attenzione, ammirazione e di conforto. Avrebbe anche lui potuto essere un grande chirurgo, un ottimo avvocato, un docente universitario, un luminare della scienza o un letterato. Con l’intelligenza, le doti naturali, la stessa forza fisica, la grande sicurezza nell’agire, l’intraprendenza, il coraggio e tutte le altre qualità, unite forse ad un particolare modo di concepire le cose, senza banalizzarne gli aspetti umani con i discorsi, ma con la figura e la grande fede incrollabile di cui era capace.

Nel 1972 partecipai, da laureato, scapolo, assistente volontario a economia agraria, ad un viaggio organizzato dal centro universitario giovanile, incuriosito ed allettato da un programma di tutto rispetto che ci avrebbe consentito di vedere Ungheria e Romania, allora afflitte dal regime comunista, ospitati dalle organizzazioni giovanili universitarie di quei paesi (forse nell’intento di convertire i “capitalisti” alla fede di Marx!!).

In quell’occasione parlai anche di Duccio ai dodici compagni di viaggio, sconosciuti fino all’incontro programmato alla stazione ferroviaria di Venezia da cui partimmo per Vienna.

Con napoletani, romani, torinesi e padovani, nove ragazze e quattro uomini, compimmo le prime tappe del viaggio visitando la zona del lago Balaton, Budapest ed altre città ungheresi prima e rumene poi fino a Piimosco sul Mar Rosso.

Fu a Bucarest che scoprii che Gino Vicarelli, uno della compagnia, era un prete! Infatti comparve con le vesti ed i paramenti quando ci lasciò per qualche minuto nella chiesa indicataci da Sergio, il suo concittadino di Perugia, assistente universitario, tutt’altro che un baciapile, ma molto interessato, come tutti noi, a vedere una chiesa aperta e funzionante in uno stato comunista!

Don Gino, da qual giorno tornato ai vestiti borghesi, mi confessò di essere stato mandato da certi suoi amici religiosi a portare una parola di conforto, e forse anche un aiuto finanziario a qualcuno che non vedemmo mai, ma che lui raggiungeva quando spariva dal gruppo.

Al ritorno dal viaggio ebbi modo di presentare Don Gino a Duccio e nacque nel 1973 una reciproca e fruttuosa collaborazione che durò moltissimi anni, anzi fino alla morte di Duccio.

Gino era parroco di Ponte Falcino, una frazione di Perugia poi fagocitata dalla città, e fu nella parrocchia di Ponte Falcino che Duccio andava a battezzare bimbi, comunicare i ragazzi o a sposarli, quando tornava in Italia. Era a Ponte Falcino il suo “quartier generale”, dove lo festeggiavano ogni volta che portava notizie, fotografie e proposte o progetti per la sua missione.

So che i perugini per due volte nel 1983 e nel 1991 organizzarono un viaggio nel Malawi, dove padre Duccio aveva la sua missione, nella zona più squallida e sperduta, dove la foresta, gli acquitrini, il solleone, la malaria, il colera e la fame erano la sua compagnia.

Fu nel Malawi che contrasse egli stesso la malaria e dove il suo cuore generoso si ammalò in modo irreparabile, portandolo alla morte proprio quando, tornato a Roma, stava aspettando di sottoporsi ad una visita cardiologica, mentre era in procinto di tornare in Africa.

Tra le tante parole che la bella figura di padre Duccio fece pronunciare e scrivere dai suoi amici, voglio riportare quanto Corrado, di cui non so il cognome, scrisse sulla pubblicazione “Ricordi e Testimonianze” del missionario dal titolo: “Amico di tanti è morto solo”. “La sua morte, avvenuta in un importante ospedale romano, accasciato al suolo fra centinaia di persone, tutte sconosciute e assorte nei propri problemi di dolore o prese dal loro lavoro, mi ha provocato un pensiero doloroso, angosciante, quasi disperato. Mi è stata, e lo è ancora, insopportabile l’idea che un uomo, vissuto al servizio degli altri fino ad annullarsi, fosse morto in questo modo: solo, in un luogo estraneo, tra gente sconosciuta, senza una mano a cui aggrapparsi, senza un volto familiare a cui chiedere aiuto, senza un amico vicino”.

Così se n’è andato Duccio, il cui unico desiderio, più volte espresso, era stato quello di morire laggiù, fra la “sua gente”, in quella terra che era la sua terra.

Duccio amava Lendinara, ed aveva tanti cari amici a cui dedicava il poco tempo concessogli. Primo fra tutti Don Ennio Giusberti, il parroco di S.Sofia, uomo la cui dignità e signorilità ricordiamo tutti con affetto ed ammirazione.

Il suo collaboratore più stretto ed ammirevole era Giuliano Secchiero commerciante di via Caduti del Lavoro, che per anni ed ancor oggi raccoglie le offerte per la missione del Malawi e si coordinava con Don Gino di Ponte Falcino prima e con Don Bistoni poi, contribuendo generosamente nell’attivarsi per risolvere ogni problema da superare per dare a Duccio ed a chi lo ha sostituito qualche aiuto per la missione.

Lendinara dovrebbe ricordare più spesso questo suo concittadino per la vita esemplare, tutta dedita agli altri, generosamente vissuta in serenità di spirito ed in totale dedizione al bene.

Ricorre il decimo anniversario della morte del caro Duccio il 30 novembre 2002. In quell’occasione vorrei che i suoi amici e l’intera cittadinanza lo ricordassero con il rispetto e l’affetto che merita una figura così unica e straordinaria.

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Come citare questo articolo

Giuseppe Lorenzoni. “Padre Aristide Stefani”. Ventaglio Novanta, n. 24, 2002. https://ventaglionovanta.it/archivio/padre-aristide-stefani/

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