Fra i primati produttivi che il nostro Paese vanta in Europa, quello della produzione risicola appare il più eclatante.
Secondo le stime dell’ Ente Nazionale Risi, la metà di tutto il riso prodotto nell’Unione è italiana: su 2.508.000 tonnellate, ben 1.229.000 sono state ottenute, l’anno scorso, nei 220.348 ettari delle nostre risaie, 5,5 t. per ettaro. Anche per quest’anno le cose non dovrebbero essere diverse. A fronte di una insignificante riduzione della risaia, stimata l’1%, poco più di 2.300 ettari, e che porta la superficie investita a 218.000 ettari, è attesa una produttività record in grado di annullare gli effetti della contrazione di superficie. Si rinnova, così, lo spettro delle eccedenze alla cui consistenza concorre, in modo decisivo, l’importazione dai paesi afro-asiatici (Egitto in testa) in merito agli accordi commerciali stipulati fra l’Unione e questi ultimi, accordi intesi come forma di aiuto nel favorire le loro esportazioni. In questi casi è sempre l’agricoltura a sostenere il peso maggiore di questi aiuti perché quei paesi, “in via di sviluppo”, altro non hanno che frutti della terra da esportare, ottenuti a costi impensabili per noi
Per cercare di reggere alla concorrenza, il prezzo del nostro prodotto è diminuito notevolmente in questi ultimi anni. Il “Carnaroli”, considerata la varietà-principe per il risotto, come pure il Vialone nano, l’Arborio e altre, ha subito un drastica riduzione delle quotazioni mentre si è difeso meglio il Vialone. Vanno meglio i risi a chicco lungo perché trovano sbocco nel Nord Europa dove sono preferiti, per ragioni pratiche, ai “tondi”. Questi sono adatti per il risotto, un piatto tipicamente nostrano che richiede una maestria nella preparazione sconosciuta alle popolazioni nordiche.
In Europa, dopo l’Italia, viene la Spagna con 853.000 tonnellate seguita dalla Grecia con 169.200, da Portogallo, con 142.600 e dalla Francia con 112.700. In Italia, invece, Il Veneto (stime Unioncamere 2000) concorre alla risaia nazionale con 4.379 ettari e 12.202 tonnellate.
Il Polesine, con le risaie del Delta e qualche “oasi” nell’Alto, come a Bergantino e d’intorni, detiene il primato degli investimenti veneti con 2.350 ettari, e della produzione con 15.400 t.; segue Verona con le risaie delle “Valli” (Isola della Scala,ecc.) con 1.682 ettari e 8.830 t.; chiudono Venezia con 215 ettari e Vicenza con 132.
I risicoltori deltini si sono organizzati nell’apposito Consorzio “Riso del Delta del Po” che sta per ottenere l’ambito IGP (indicazione geografica protetta) a significanza delle caratteristiche peculiari della produzione. Ma l’avvenire della risaia italica non è tranquillo. Occorre, come insistono i produttori, trovare una soluzione che garantisca la remuneratività della coltura a partire dalla riforma della Organizzazione Comune di Mercato e dal rilancio dei consumi, soprattutto interni per le varietà da risotto, altrimenti il rischio è una progressiva riduzione delle risaie a vantaggio del mais. Si innescherebbe, così, un altro rischio: quello del supero delle quote assegnate a questo cereale con le relative sanzioni previste dalla PAC.
Ma c’è anche un altro aspetto da considerare con attenzione: la risaia assolve ad una grande funzione ambientale e paesaggistica, oltre che agronomica, della quale occorre tener conto nell’ambito di una gestione del territorio modulata ed equilibrata, come anche previsto e richiesto dalle direttive comunitarie.
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Orazio Cappellari. “Il riso del Delta”. Ventaglio Novanta, n. 24, 2002. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-riso-del-delta/