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ARTEOGGI

I girasoli di Tavolini

Il sospiro profondo dei paesaggi padani

di Elisabetta Zanchetta

Ventaglio Novanta n. 27 2003 pp. 101–104

I colori prendono forma e iniziano a giocare, confondendosi con immagini ideali, nate nella mente, desiderose di trasformarsi da semplice pensiero in armoniose linee, forme curiose.

Non sono macchie casuali, ma emozioni intense che riempiono le tele di Mario Tavolini, pittore ferrarese (abita a Malborghetto di Boara) ben noto in Polesine, terra che ha ospitato diverse sue esposizioni immortalata in ogni espressione, ansa, scorcio paesaggistico, nei dipinti che abbracciano il visitatore con pennellate armoniche di colori e sfumature, ritraendo l’anima poliedrica dell’ambiente deltizio, dove il tempo è scandito soltanto dallo scorrere incessante delle stagioni. Tele che non contengono banali segni accostati in tinte sgargianti senza un preciso significato, ma la ricerca, dietro ogni immagine surreale, di una risposta agli interrogativi dell’uomo moderno, sempre più impegnato e sempre più solo.

Tavolini si presenta per la prima volta al pubblico nel 1980. Negli anni che seguono, ottiene prestigiosi riconoscimenti da parte della critica. Nel 1985 viene premiato da Remo Brindisi, nel ’90 dall’Ambasciatore di Francia Gilbert Perol per la sua opera in occasione del bicentenario della rivoluzione francese. Le sue tele sono conservate da numerosi collezionisti in Italia, Germania, Francia, New Jersey, Philadelphia, San José – California, Israele. Numerose le mostre personali in tutta Italia.

Ma, più del curriculum, parlano i dipinti. Tavolini ama i paesaggi del Polesine e li raffigura con la voce del cuore, intense macchie composte di colore. Una natura, per lui, immancabile come sfondo dell’esistenza, talvolta palcoscenico di un vivere sicuramente non soltanto razionale. Trasforma le cose semplici, quotidiane in preziose gemme da ammirare, da non trascurare nella instancabile corsa verso l’effimero. Le sue opere più originali hanno come protagonista uno dei fiori estivi per eccellenza, umanizzato grazie a un’anima e a una gestualità creata in morbidi contorni.

D’un tratto, la sensazione si fa immagine. E l’immagine sprigiona la sensazione. Nasce e prende forma così “Il sogno dei girasoli”, raccolta pittorica di Mario Tavolini. Vede rappresentati i fiori che esprimono intrecci di pensieri ed emozioni capaci, immancabilmente, di catturare le riflessioni dell’uomo, trasformandolo in un essere quasi ultraterreno, non di questo mondo, fatto esclusivamente di stati d’animo attraverso cui racconta se stesso.

In “Afro” si ammira una danza serale, tutti in fila come artisti di strada senza volto, ma riconoscibili per gli strumenti scelti mentre la luna, chiarissima, illumina a giorno il percorso dei musici. Girasoli “Amanti” con il gambo aggrovigliato, rivisitazione del famoso “Il bacio” di Klimt. Girasoli dalle spoglie di bambino, che attende la mamma, mentre torna a casa in bicicletta nella strada alberata e sterrata. Girasoli in cerchio nella “Danza di ringraziamento”, attorno a uno spaventapasseri al centro della scena. Girasoli anche tristi, riflessivi, consapevoli dell’effimero, della temporaneità della condizione umana, che in “Nessuna notte sarà infinita” chinano il capo a terra, sospendono il suono della chitarra, lasciando parlare la neve che ricopre e nasconde un’agghiacciante, crudele verità. Oppure i girasoli che sfrecciano sul Po, attraverso una scatenata gara di sci d’acqua. “Sono 21 attualmente i dipinti della collezione – precisa – ma presto aumenteranno. Ho già altre idee da sviluppare”.

La “soffitta” impolverata e ricca di risorse chiamata “immaginazione” si confonde con sentimenti e stati d’animo dettati da un curioso spirito di osservazione, occhi attenti sul mondo fatto di piccole cose, per Tavolini linfa vivace di creatività.

Protagonisti non sono soltanto gli amati “girasoli”, ma anche i meravigliosi paesaggi del Delta del Po e alcune zone rodigine che i visitatori riconoscono non appena gli occhi raggiungono il quadro. La “storia” inizia raccontando con pennelli e colori, il paesaggio de “Il faro di Pila”, proteso verso il cielo estivo, al tramonto, accompagnato da un sole rosso, a salutare le prime violacee sfumature della sera. “Paesaggio del Delta”, “Ultimi giorni”, “La casa gialla”, “Conchiglie”, solo per citarne alcuni, imprimono nell’animo del visitatore la sensazione calda della spiaggia estiva, assolata, mentre il mare regala preziosi gioielli dalle forme perfette per farsi ricordare, o strappano dalla pellicola mentale il ricordo ormai sbiadito dell’arrivo di settembre, quando soltanto l’ultimo ombrellone aperto resiste a sfidare l‘autunno.

Il fiume Po non poteva mancare nei quadri di Tavolini, protagonista del vivere quotidiano con risorse ambientali spesso poco conosciute. Pioppi verdeggianti che regalano ombra nelle giornate afose, o spogli con rami gracili e spruzzati di neve, tetto naturale per chi, nonostante il gelo, percorre a piedi i sentieri innevati, candidi, smunti, mentre tutto, attorno, è intatto, fermo, sospeso, in attesa di un raggio di sole.

Il silenzio ovattato avvolge un uomo, la strada deserta, imbiancata, mentre la neve non accenna a fermare la sua lenta passeggiata, dal cielo alla terra. Sembra proprio di viverli in un sospiro profondo quei paesaggi, di sentirli parlare: il fluire calmo delle acque sotto la coltre densa della nebbia autunnale, i rami spogli degli alberi golenali, il frusciare del fogliame mosso dal vento in prossimità dei casoni di Albarella, le tranquille, lente, pigre giornate d’estate, afose compagne di dialoghi tra cicale e pedalate in bicicletta.

L’uomo è talvolta ritratto, ma solo di spalle, o sulle rive del Po, o su una spiaggia mentre guarda il tramonto, che passeggia e se ne va, lontano, o mentre osserva, dal suo piccolo “regno d’impotenza”, il disastro umano dell’11 settembre 2001, su una terrazza, platea dell’esplosione tremenda da cui schizzano e svaporano nell’aria migliaia di occhi. Un uomo, dunque, che non scruta l’interlocutore dritto negli occhi, ma intento a una ricerca profonda, lontana dai valori terreni. ”Rappresenta la saggezza – spiega Tavolini – il tempo in cui non si ha più paura nel guardare il domani, a sfidare il futuro”.

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Come citare questo articolo

Elisabetta Zanchetta. “I girasoli di Tavolini”. Ventaglio Novanta, n. 27, 2003. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-girasoli-di-tavolini/

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