23 ottobre 18..
Annoto in data odierna quello che è accaduto ormai più di quattordici mesi fa, anche se non posso dire con certezza assoluta che qualcosa sia accaduto realmente, sebbene ogni sera ne abbia la prova nel ripetersi e proseguire di quegli avvenimenti. Ma comincio a convincermi di essere completamente pazzo, e forse un giorno, se Dio vorrà, guarirò e tornerò a leggere sorridendo queste mie parole che mi appariranno allora come il delirio di una mente malata.
Era la notte di San Lorenzo, il dieci di agosto, una notte calma e tranquilla, calda, tersa ed arsa da stelle cadenti. Passai quella splendida stellata disteso in un campo sull’erba rigogliosa e soffice aulente di soavi fragranze miscelate abilmente fra loro dall’esperienza di millenni che contornavano esaltandola la figura di lei, la mia amata: bella e misteriosa come la notte che accarezzai voluttuoso mentr’ella mi guardava timida e vogliosa, ora schizzinosa voltando il capo al cielo. Esultò scioccamente ad una stella cadente, chiudendo lenta le palpebre ed esprimendo un desiderio a labbra appena serrate. Io divertito la contemplavo, ben sapendo il desiderio di quella boccuccia carnosa.
Restammo fin quando lontana l’alba si annunciava con un vago pallore appena percettibile da dubitarne, ma chiaramente crescente. Quasi spaventata si rizzò a sedere su l’erba, mi diede un ultimo bacio di passione e corse via vagamente arrossata come sorpresa dal sole. Risi. Di gioia pura.
Poi mi alzai con le membra doloranti e mi diressi verso casa per riposarmi.
Come aprii la porta, dopo aver estratto la chiave dalla toppa, accadde: sentii come una presenza alle mie spalle e, dall’altro lato della strada, notai un’ombra che mi osservava. Ricordo che la prima impressione che ne ebbi fu di grazia, una grazia ed una compostezza superiori che subito mi conquistarono.
A mia volta l’osservai, finché si mosse e mi venne incontro. Quando fu più vicina potei finalmente distinguerla: una sensazione strana, ineffabile ma piacevole mi pervase. Rimasi incantato di fronte a quel volto di donna; aveva lunghi capelli biondi che le ricadevano luccicanti sulle spalle simili a fiumi di luce, due occhi azzurri come zaffiri incastonati in un volto d’oro dai lineamenti decisi e indefiniti ad un tempo, labbra sottili mostravano una doppia fila di denti bianchissimi, perfetti, che mi sorridevano amorevolmente: era la dea bellezza!
Un suntuoso vestito bianco dai riflessi azzurrini ornato di preziosi pizzi cingeva un corpo dalle forme aggraziate, vezzoso, con movenze composte e leggiadre. Timidamente, quando fu a pochi passi da me, chinò il capo per poi, improvvisamente, risorgere gettandomi le braccia al collo e baciandomi.
Un’onda di forza mi giunse con quel bacio!, eppure era soffice e leggero più d’una carezza.
Senza parole strisciammo furtivi nella mia abitazione, scivolando nelle stanze buie appena illuminate da un vago albore che penetrava obliquo dalle imposte serrate. Giungemmo quindi, sempre in amorosa presa e colmi entrambi di gioia, leggeri come ombre, di stanza in stanza nella mia camera da letto. Qui mi spinse decisa ma delicatamente, con una forza in lei insospettabile, facendomi voltare sul soffice materasso. Indi si chinò su di me sbottonandomi lenta la camicia e passando le mani sul mio petto lo baciò più e più volte.
Si eresse, lenta sciolse maliziosa il vestito facendo scivolare prima una spallina, la sinistra, poi l’altra, piano, trattenendo le vesti con le braccia sul ventre che coprivano ancora il seno. Lasciò timidamente cadere il vestito mettendo così alla luce, peraltro fioca, un corpo stupendo che pareva rilucere di una energia propria, interna.
Verso l’una del pomeriggio mi destai confuso, ancora inebriato dal calice dell’amore da cui bevvi quella fatal notte; mi rivoltai incerto nelle lenzuola alla ricerca di quell’essere fatato: sparita! Se ne era andata. Nulla rimase di lei, solo il ricordo e le lenzuola un poco gualcite, nemmeno un’esile capello su cui sospirare.
Superato il turbamento iniziale, mi levai di scatto infilandomi una giacca da camera sempre pronta sul comò e mi precipitai giù lungo le scale a tre scalini per volta. Senza rendermene conto giunsi alla porta d’ingresso e l’aprii: facce sorprese e divertite mi fissarono; chiusi facendo scattare la serratura infilandomi la chiave nella tasca della giacca.
Esaminai ogni stanza del pianterreno, risalii e feci altrettanto al piano superiore e all’ultimo, compresa la mansarda. Frugai dappertutto, creando anche una certa confusione dato che svuotai persino i cassetti: nulla! Di lei non v’era traccia.
Stavo già abbandonandomi al dolore quando un’idea mi balenò nella mente: poteva essere dai miei servitori, a pranzare, dato che a loro avevo posto il veto di venire a disturbarmi nelle mie stanze per potermi sentire più libero.
Raggiunsi l’altra ala del palazzo e mi diressi subito verso la cucina dove sapevo di poter trovare qualcuno, chiesi al capocuoco se la signora fosse stata lì, ma mi rispose che nessuno era venuto quella mattina, a parte me, e, del resto, come poteva se la chiave della porta l’avevo io?
Senza aggiungere altro tornai nelle mie stanze sbattendo violentemente la porta alle mie spalle e mi abbandonai distrutto sul sofà dello studio.
Mi sentivo finito, sconfitto… ma no!, non potevo arrendermi così senza tentare nulla. In fondo solo poche ore erano trascorse, ed ella doveva abitare nei paraggi e avere modo di osservarmi, perché quale donna si aggira sola nella notte in un quartiere sì rispettabile ma al tempo poco frequentato senza avere uno scopo preciso e una certa garanzia di sicurezza? E poi, come fidarsi ciecamente di uno sconosciuto? Anche fosse stato amore, come lo è per me, prima avrebbe almeno dovuto vedermi, e nel buio di quella sera dove l’alba non era ancora giunta nelle strette vie di certo non poteva distinguere i miei lineamenti, ed io per lei ero solo un’ombra, un’ombra com’ella fu e di cui mi accorsi solo perché mi fissava.
Ma allora perché scappare a quel modo?, senza nemmeno una parola. Un dubbio mi attraversò: era in pericolo! O quantomeno custodiva un triste destino.
Mi risolsi di setacciare l’intera città compresa la periferia e ogni sobborgo. Se era in pericolo, foss’anche in balia di un padre dispotico, io l’avrei salvata!
Nuovamente mi recai nell’altra ala del palazzo, chiamai a raccolta tutti i miei servitori, cuochi compresi. Ordinai che filtrassero l’intera città, chiedendo a chiunque se avessero visto una signora di cui fornii la descrizione più dettagliata che il ricordo mi permetteva. Si trattava di recarsi in primo luogo nelle stazioni o alle fermate delle carrozze per informarsi che non avesse lasciato la città. Io stesso partecipai alla ricerca, spiegando minutamente l’itinerario che avrei percorso e portando con me il più sveglio tra i domestici per ogni evenienza, dimodochè se qualcuno fosse venuto a capo di qualcosa sapeva sempre pressa poco dove potermi trovare senza spendere troppo tempo in stupidi girotondi.
Era pomeriggio inoltrato, il sole d’agosto risplendeva forte in cielo e quella che per gli altri era arsura rappresentava la mia forza, il mio desiderio, spingendomi digiuno e quasi insonne a correre nelle vie stanche ed infuocate di sonnacchiosi formicolii iridescenti nei cappellini vezzosi, negli ombrellini pallidamente rosei che proiettavano fresche ombre sulle damigelle in amore appese al braccio virile di giovani distinti con tuba e bastone, nelle chiacchiere pigre di caffè e romantiche carrozze dagli sguardi innamorati.
Ah!, quale dolore e gioia, gioia e dolore provai nel correre forsennato alla vista del pensiero d’essere lì con lei.
Solo a tarda sera tornai alla mia dimora, convinto dalle incessanti suppliche del mio buon servo che vanamente cercava d’illudermi che la notte avrebbe portato consiglio: poteva portare solo disperazione, ed egli lo sapeva mentre mi fissava mesto.
Rabbia mi crebbe entro. Non toccai cibo, bensì mi racchiusi nelle vacue stanze storpiate dall’alcool, inefficace nel porre oblio. Non ricordo il numero di bottiglie di Brandy che bevvi, né fu possibile annoverarle una volta ridotte a pezzi: non bastò a fermare i sentimenti.
Credo che nell’uomo esistano due forze, due entità che convivono una in simbiosi all’altra: una corporale, legata e regolata dalla mente, pienamente in nostro possesso almeno finché l’altra, comunemente denominata anima e dipendente dal cuore, essendo più potente non lede la prima facendocene perdere il controllo e portandoci così alla pazzia.
Io, nella prima ho sicuramente tanto potere quanto nella seconda, perché in caso contrario sarei già pazzo e tuttora non potrei convivere con l’assurdo.
Tutto veniva trasformato, non so dire se dal liquore o dal dolore; vedevo, per così dire, fantasmi e mostri in ogni dove, dando loro la colpa di tutto, fracassando mobilio e mani.
Arrivai persino ad odiarla insultandola e promettendomi di picchiarla qualora l’avessi rivista… forse l’avrei uccisa se l’avessi avuta tra le mani.
Fisiologicamente sfinito caddi in un angolo, un angolo in cui spesso ancora mi siedo muto e solo a far niente, nemmeno pensare, confuso tra gioia e tormento. Allora rimasi in tale stato, ansimante, distrutto, finché mi addormentai.
Al sole seguente, (quello che vidi quando mi alzai), la speranza tornò a rafforzarsi, peraltro mai era sparita anche se in brevi terribili istanti vi fu vicina… del resto, non avevamo ancora ispezionato tutti i luoghi. Mangiai, ne avevo bisogno, non molto però, bevvi tantissima acqua e più era fresca più mi sentivo rinascere più il ricordo di lei si faceva forte al punto da vederla come un miraggio accanto a me.
La notte che venne fu la peggiore, perché dopo aver passato in rassegna tutte le carrozze e i treni, gli atri ed i portoni, strade, vie case e palazzi ed ogni angolo buio della città, per un attimo, una frazione di secondo, la speranza scomparve ed una lama solcò irrimediabilmente il mio cuore.
Quasi non mangiavo da giorni, praticamente non dormivo da altrettanto, consumato dalle crisi di nervi svenni e per tre giorni detti l’impressione di aver raggiunto il punto di non ritorno. La convalescenza durò non so quanti mesi, e questo fu un bene a detta di tutti, perché in quello stato confusionale non riuscivo a congetturare rimanendo incapace di provare emozioni, permettendo al fisico di riprendersi. Rassegnato, non lo ero ma non trovo altro termine, cercai di tornare alla mia vita: impossibile!
Non potevo più vedere Laura, guardare le nere chiome e quell’aria misteriosa in netto contrasto con la purezza cristallina di lei. Non potevo sopportarne gli sguardi maliziosi, le chiacchiere inutili o interessanti discorsi che fossero non mi toccavano. Le carezze di lei mi giungevano come macigni al soffice tocco di quell’essere immateriale che presi a ritenere creatura della mia immaginazione nei suoi più reconditi e celati desideri.
Mi dispiaceva per Laura. Ne ero e sono pienamente dispiaciuto, soprattutto perché crede io l’abbia derisa e offesa; del resto, come biasimarla? Quello che le ho raccontato è assurdo, come lo è mentre lo sto vivendo, ma cos’altro potrei fare? Chi ha il potere di controllare l’Amore, così forte da sconfiggere le barriere di spazio e tempo?
Triste per lei ma per me non colpevole. Non voglio il male di nessuno, ma quando uno grande ti colpisce è quasi inevitabile non ferire di striscio chi ti sta accanto, e Laura era la persona a me più vicina.
Nove mesi passai in quello stato confusionale prima di ottenere una risposta che mi lasciò più sconcertato che mai; altri cinque ne sono passati da allora, ma credo che cinquemila non basteranno a convincermi pienamente.
Verso la metà di giugno dell’anno successivo a quello del primo incontro stavo apprestandomi al riposo nella mia stanza. Come al solito presi a sbottonarmi la camicia partendo dall’alto, alzando così il capo e furtivo fissarmi nello specchio del comò posto di fronte alla porta…, ed ecco: qualcosa di vago si mosse nella porta!, dei piccoli rigonfiamenti, come delle bolle bianche che lentamente emergevano, partendo dal basso per poi salire verso l’alto.
Rimasi impietrito con il capo all’insù e gli occhi abbassati fissi sullo specchio.
Man mano che avanzavano quelle bolle prendevano forme diverse, di triangoli, cerchi, quadrati dagli angoli smussati… come nastri attorcigliati in spirali; dall’alto, sopra le bolle, apparvero delle altre chiazze, questa volta rosee; poi qualcosa misto di bianco e rosa si agitava lieve.
Dei sottili fili d’oro cadevano dall’alto. Quando infine l’intera figura ebbe attraversato la porta la riconobbi: era lei, e cingeva fra le braccia un bambino; allora finalmente capii: ero il padre di un fantasma!
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Come citare questo articolo
Francesco Ghini. “Lo sposo”. Ventaglio Novanta, n. 27, 2003. https://ventaglionovanta.it/archivio/lo-sposo/