Era il 29 aprile. La pioggia sottile ed insistente accanitasi contro il buio della sera, pungeva l’aria umida. L’aeroporto era ormai quasi deserto.
Spazientita, avevo fatto della valigia uno scomodo sgabello e, quasi irritata dal vociare italiano che mi circondava, attendevo il mio ragazzo constatando che, nemmeno dopo tre mesi di mia assenza, era riuscito ad arrivare puntuale.
Ero sbarcata nel Regno Unito a fine gennaio, con destinazione Londra. Solo un mese prima mi era stato comunicato che avevo vinto una borsa di studio tramite l’Università: avevo appreso la notizia trepidante, con l’entusiasmo di chi sta per lanciarsi in un’avventura emozionante e la leggera apprensione di chi non sa esattamente cosa aspettarsi. Ma non avevo avuto il minimo dubbio: un’esperienza tutta nuova era proprio quello che mi ci voleva per sbloccare la situazione di stallo in cui si trovava la mia tesi, per perfezionare la lingua e per aprire ulteriormente i miei orizzonti.
Il 29 gennaio ero arrivata alla meta con la pelle delle mani rossa ed avvizzita, martoriata dai taglienti manici di nylon del borsone e la schiena che, non avvezza al peso della possente valigia, esprimeva la sua infelicità attraverso fitte lancinanti. Le mie lombari non erano state in grado di perdonare tutte le gradinate delle stazioni e dell’aeroporto affrontate faticosamente sotto il fardello del guardaroba studiato per adattarsi a due mesi freddi ed uno tiepido; e nessun gentleman londinese si era lasciato impietosire dai bagagli ingombranti che mi strascicavo dietro a dispetto della mia corporatura minuta.
Avevo finalmente raggiunto l’appartamento assegnatomi: si trovava nell’area circondariale del college. Era una casetta a tre piani, attorniata da un piccolo giardino, attrezzata per ospitare sei persone. Tre erano già presenti, le altre due sarebbero arrivate a giorni.
Non appena varcata la soglia, mi ero imbattuta in una donna di colore che, ad occhio e croce, vantava fiera un peso triplo al mio. Avevo incontrato la mia prima coinquilina: Tebby. Mi aveva accolta con gentilezza ed entusiasmo, indicandomi dove era situata la mia camera ed accompagnandomi in una breve gita panoramica della casa. Fissando rassegnata ed incredula l’ennesima scala che mi attendeva beffarda, avevo trascinato svogliatamente il borsone senza sollevarlo dal pavimento. Alla valigia avrei pensato in un secondo momento.
Mentre il sound solare degli UB 40 invadeva prepotente ogni metro cubo di abitazione, ero rimasta ad osservare quelle pareti che avrebbero racchiuso i miei sogni per novanta notti e sarebbero state mute testimoni della mia vita per novanta giorni; le guardavo cercando di familiarizzare con loro, di farle mie per non percepire il vuoto di un mondo che non mi apparteneva. Ero restata seduta sul letto nell’intento di racimolare le forze, prendendo consapevolezza dello spazio circostante.
La sera avevo incontrato Angela, la seconda coinquilina, proveniente dalla Grecia, che mi aveva erudito sull’universo sconosciuto che si muoveva al di fuori del nostro “rifugio”. Con tono sapiente, munita di mappe e cartine, mi aveva indicato dove eravamo ubicate, snocciolando una sequela di informazioni sui mezzi di trasporto, le modalità di iscrizione al college, il pagamento dell’affitto, la collocazione dei negozi. Ancora un po’ stordita, avevo deciso che il giorno dopo avrei ripassato tutta la lezione impartitami.
Da brava italiana che non si smentisce, avevo poi estratto dalla valigia una confezione di spaghetti ed una scatoletta di tonno e mi ero apprestata a cucinare una cena da sopravvivenza, elemosinando un pizzico di sale ed una noce di burro. Mentre mangiavo cibo italiano in terra straniera, era arrivata Catherine, la terza inquilina; anche lei di colore, era l’esatto opposto di Tebby: il suo fisico mingherlino e scattante contrastava apertamente con l’indolente abbondanza dell’amica. Catherine, garrula ed esuberante, mi si era presentata con gli occhi ridenti ed il viso cordiale. La formazione era quasi al completo: non ci restava che attendere fiduciose le due ragazze italiane che mancavano all’appello.
Valeria ed Iris erano arrivate rispettivamente cinque e sei giorni più tardi. La convivenza aveva allegramente preso il via senza problemi di sorta: sei ragazze e tanti scoiattoli rumorosi che, rintanati sotto il tetto, con evoluzioni leggiadre, ogni mattina raggiungevano l’albero di fronte alla mia finestra per scendere in giardino a fare provviste.
Insieme eravamo andate alla scoperta di Londra: di giorno e di sera. E subito si era radicata in me la singolare sensazione di vivere una vita parallela: in quel luogo lontano da casa, avevo subito stabilito una quotidianità. La mattina mi svegliavo verso le 9.00, mi vestivo e, dopo aver controllato con curiosità e speranza la posta, facevo colazione scambiando quattro chiacchiere con le compagne o con la signora delle pulizie. Prendevo lo zaino e trascorrevo alcune ore in biblioteca o nell’aula computer, dove scrivevo la tesi di laurea; verso le 13.00 riattraversavo il campo che mi divideva dall’appartamento, cucinavo il mio irrinunciabile piatto di pasta e, nel pomeriggio, ritornavo alle ricerche.
Presto avevo conosciuto nuovi amici e si era formata una vivace compagnia: nel week-end organizzavamo gite ed escursioni. Sembrava che quello fosse il mio menage da sempre. L’Italia iniziava ad apparirmi lontana: la mia vecchia esistenza era là che mi attendeva ma, per il momento, sembrava mi fosse stata offerta una seconda possibilità e la stavo sfruttando fino in fondo. Il filo impalpabile della telematica ogni giorno teneva vivo il mio passato, ma il presente pareva srotolare i suoi minuti su di un binario del tutto divergente.
Era incredibile come mi fossi adattata in fretta alla cultura anglosassone: come gli inglesi, abituati alla pioggia come dato di fatto quasi quotidiano, avevo rinunciato all’ombrello; con loro trascorrevo le serate al pub, davanti alla solita birra; cantavo le loro canzoni e parlavo la loro lingua, bramosa di nuove parole. I loro monumenti erano parte di me: camminavo oltre con la noncuranza di chi li conosce da sempre.
Era già aprile. La mia tesi procedeva a gonfie vele, il college era la mia seconda casa ed il nostro gruppo diveniva sempre più affiatato. Dopo due mesi di freddo polare, Londra ci stava regalando una stagione aprica ed eccezionalmente mite: il periodo ideale per le gite ed i picnic. Le giornate trascorrevano serene prendendo il sole in giardino e sorseggiando tè notturni: gli Oasis erano l’immancabile sottofondo. Io e Steve, nati a pochi giorni di distanza, avevamo organizzato insieme una briosa festa di compleanno: tutti i nostri amici erano presenti.
Avevo iniziato persino a collaborare con una rivista di salute e fitness: ogni mattina mi recavo in redazione e davo una mano nella raccolta del materiale e nella stesura degli articoli; la sera, il telefono mi ricatapultava violento nella mia vita di sempre. Ma gli eventi sembravano seguire il loro corso naturale anche oltre la Manica, dove tutto era nuovo eppure conosciuto; inimmaginato, eppure sorprendentemente mio.
La tesi era quasi terminata, la borsa di studio, pure. Avevo vissuto gli ultimi giorni in un clima irreale: incapace di rendermi conto che quella finestra aperta nella mia vita stava per chiudersi irrevocabilmente. L’Italia esercitava un silenzioso richiamo provocandomi sensazioni conflittuali di nostalgia e disaffezione. Come sarebbe stato rimpossessarsi della vecchia routine?
Come un soffio era arrivato il 28 aprile: avevo salutato tutti al giornale, senza realizzare fino in fondo che non avrei mai più rivisto quei volti e quelle scrivanie che erano diventati la mia quotidianità. Avevo imparato l’espressione: “Back for good”, “Tornare indietro per sempre”; per sempre…queste parole mi avevano provocato la pelle d’oca. Avevo infine preparato la valigia, che pareva guardarmi ironica nella sua ineluttabile mescolanza di oggetti vecchi e nuovi. Ne avevo fissato il contenuto, consapevole che ormai quella doppiezza conviveva anche dentro di me, era parte di me.
Avevo dormito l’ultima notte in quel letto fraterno ed il sole mi aveva svegliata, come tutti gli altri giorni, insinuando i suoi raggi proteiformi tra la fitta tessitura delle tende pesanti. Anche quel pomeriggio ci eravamo crogiolati in giardino mangiando panini e ascoltando musica distesi sull’erba.
Solo poche ore dopo, ero in una piovosa Venezia di notte, nell’attesa che il mio ragazzo mi restituisse a me stessa.
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Come citare questo articolo
Viviana Segantin. “Back for good”. Ventaglio Novanta, n. 27, 2003. https://ventaglionovanta.it/archivio/back-for-good/