Giuseppe Serra era un vecchio ufficiale di marina mercantile che abitava a cento metri da casa mia in via Stiningarda, un viottolo che per tutti era semplicemente la “Stradela”. Era di Genova, aveva solcato i mari di mezzo mondo ritirandosi, una volta in pensione, nella piccola proprietà della moglie che invece era di Castelguglielmo. Magro, ossuto, con una barbetta bianca che gli scendeva dalle basette e finiva a punta sul mento, il naso percorso da venuzze rosse, il berretto da graduato sulla testa, perennemente, anche se si era in agosto, fumava in continuazione alternando il sigaro toscano alla pipa.
Era molto amico di mio nonno con il quale intratteneva interminabili dissertazioni sulle qualità di tabacco più appropriate per i vari tipi di pipe. Mio fratello, che andava regolarmente a Ferrara per lavoro, procurava ad entrambi quelle di terracotta prive di canna e bocchino che essi costruivano utilizzando pezzi di steli di canapa pazientemente privati del midollo per mezzo del trivelin, una minuscola trivella che si usava per fare piccoli buchi nel legno.
Viveva con la moglie Pasquina, una vecchia sdentata e scarmigliata dalla voce acuta e stridula che, si diceva, avesse conosciuto in Brasile dove era emigrata con la famiglia anni prima e che aveva poi riportato in Italia, a Genova, insieme con la figlia di lei, avuta non si sapeva dove, né con chi.
E infatti, del Brasile essa parlava spesso, raccontando incredibili storie di donne dalla pelle scura e lucida che vestivano abiti dai colori sgargianti, danzavano a piedi nudi e si ungevano i capelli neri per renderli ancora più neri e lucidi. Io ascoltavo curiosa, ma senza riuscire ad evocare alcuna immagine da ciò che mi andava raccontando anzi provando un po' di disgusto per quel fatto di ungere i capelli.
“Signor Luigi, sono ancora in tempo per la messa ultima?” Chiedeva la donna a mio nonno incontrandolo per la via, mentre, tutta trafelata, si affrettava verso il paese quando l'ultimo tocco della messa era suonato ormai da un bel po'.
“Certo signora!” Rispondeva lui nascondendo un sorrisetto sornione e continuava ironico: “Caso mai arriverà in tempo per quella del campanaro!”
“Ih…! Ih..! Signor Luigi, lei ha sempre voglia di scherzare!” Rideva allora querula, scappando via veloce.
Quel modo di ridere che a volte, in verità, poteva diventare irritante, era l'unico motivo di lite fra lei e il marito.
“Pasqua!” Ammoniva il Capitano con il suo forte accento genovese allorché l'udiva sghignazzare in mezzo al crocchio delle donne, “Ricorda che il riso abbonda sulla bocca degli stolti!”
“Vecchio rimbambito!” Gli dava lei, rabbiosa, sulla voce. “Taci tu, che sei stato battezzato con l'acqua di bartagnino!”
Ma quelle erano le uniche occasioni nelle quali si sentivano litigare; per il resto andavano d'accordo trascorrendo le giornate in piccole, tranquille occupazioni da pensionati.
Il Capitano, per quanto potevano consentirglielo le forze, si occupava del terreno e della vigna di proprietà masticando o fumando un puzzolente mozzicone di sigaro. Quando invece leggeva od oziava, pascolando la capra Cesira, preferiva il trinciato-forte della pipa il cui odore non era meno pestilenziale di quello del toscano.
“El sa da bago!” Diceva mia madre alludendo all'effluvio misto di vecchio e di stantio che l'accompagnava dappertutto e che impregnava anche la sua casa.
Quella casa rappresentava per me, bambina, il fascino e il mistero di un vissuto lontano dalla mia realtà e pieno di segreti. Non che avesse nulla di speciale: erano quattro stanze (cucina, tinello e due stanze da letto al piano superiore) di costruzione relativamente recente a cui era addossato un fabbricato più vetusto che fungeva da cantina e da stalla per la capra… Ma cosa non avrei dato per aprire le belle credenze del tinello e spiarne il contenuto di piatti e zuppiere in stile inglese con scene di caccia e paesaggi tinta ocra e coppe e tazze dalle decorazioni liberty in varie tonalità di blu!
Quanto avrei desiderato rovistare nei mobiletti della cucina laccati di un futuristico bluette che ora sarebbero cercatissimi e di gran moda nella catena di magazzini IKEA! Come avrei anelato, innamorata della lettura quale ero e con pochissime possibilità di comprarmi libri che non fossero prettamente scolastici, seppellirmi letteralmente fra le pile di testi e i mucchi di riviste e giornali accatastati disordinatamente un po’ ovunque!
Entravo in casa timorosa e, ancor più timida, me ne stavo lì a guardarmi intorno, ferma, immobile, senza il coraggio di chiedere, di domandare ciò che tanto agognavo.
Il Capitano leggeva spesso e di tutto poi soleva raccontarci ciò che aveva imparato.
Nei caldi pomeriggi estivi le donne, quando avevano terminato il lavoro nei campi, ma non ancora si dedicavano a preparare la cena poiché il sole non si decideva a tramontare e le cicale non avevano smesso di frinire, sedute con noi bambini all’ombra dei pioppi, lungo la riva del fosso, facevano crocchio intorno a lui che novellava declamando fatti di cronaca, storie di re e condottieri, più spesso ragguagli sulle ultime novità scientifiche.
“Verrà il momento,” vaticinava a volte grave e solenne “in cui potremo ascoltare la radio e contemporaneamente vedere i personaggi che stanno parlando e, davanti alle nostre case, saranno parcheggiate una o anche due automobili!”
Le donne si scambiavano allora furtive occhiate d’intesa poi si alzavano e, scuotendo la testa con aria di compatimento, si allontanavano sussurrando:
“Il Capitano! Sempre a strolicare con le sue fandonie!”
Non ricordo quando morì. Improvvisamente nella casa lungo la “Stradela” non c’erano più né Pasquina, né lui.
Tutto l’arredamento, le belle ceramiche inglesi, la posateria, i libri, gli oggetti di valore scomparvero in mani sconosciute o furono venduti per poche lire ad esperti di antiquariato.
Anch’io ebbi il mio tesoro: una cornice in legno stampato, un vecchio specchio rettangolare che riflette la mia immagine offuscata e un tantino deformata, una pila di vecchi numeri de L’Europeo e una ricca collezione di Selezione dal Reader’s Digest.
Ho letto e riletto quelle riviste quasi a mandarle a memoria e procurandomi ottimi voti dalla professoressa di lettere per la mia preparazione in storia, geografia e attualità; mi sono servite per anni, ma non hanno resistito alla furia demolitrice di mia madre che, durante la ristrutturazione della nostra casa, ha voluto eliminare tutto ciò che trovava in giro di vecchio (e ahimè, di pregiato).
Caro Capitano. Di te non è rimasto più nulla; nemmeno la casa, per metà crollata, per metà adibita a pollaio da pseudo eredi disordinati e indifferenti. Resta solamente questo ricordo, la memoria di una bimba solitaria e timida che ti ascoltava fantasticando sulle ali delle tue leggende.
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Come citare questo articolo
Lauretta Stocco. “Il Capitano Serra”. Ventaglio Novanta, n. 27, 2003. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-capitano-serra/