Pubblicità

AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Tra Veneto ed Emilia

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 30 2005 pp. 8–13

Un’escursione cicloturistica da S. Basilio al bosco della Mesola

L’ipotesi di un appuntamento presso la millenaria chiesetta di S. Basilio per un’escursione cicloturistica dal Parco del Delta veneto a quello emiliano era piaciuta a tutti. “S. Basilio: il nome suona bene, e sarà un ottimo avvio per la nostra gita”, aveva osservato Marco, mettendo autorevolmente fine ad una solitaria ipotesi divergente.

E così, in una luminosa mattinata domenicale, di un settembre ancora venato di qualche nota estiva, ci eravamo trovati tutti puntuali, a scaricare le bici dalle auto, presso l’antica pieve; sorpresi dal silenzio e dall’atmosfera assorta del luogo, a pochi chilometri dalla trafficatissima Romea.

S. Basilio, metafisicamente così discosto dal tumulto dei nostri giorni, ci conquistò per il clima di ancestrale verginità, che istintivamente ci suggerì un atteggiamento di profondo rispetto. Sulla duna, solitaria ma non dimenticata, la chiesetta medioevale accolse la composta compagnia con la dolcezza che è propria delle chiese di campagna. Ma nel luogo si coglieva anche la solennità dovuta ai lunghi secoli di storia, testimoniati dalle antiche pietre della sacra costruzione.

Fu una gentile giovane del vicino ufficio di informazioni a fornire alcune basilari nozioni sul particolare angolo del delta veneto, già frequentato ai tempi dell’impero romano quando era attiva una stazione di sosta lungo la consolare via Popillia che da Rimini raggiungeva Altino. Era denominata mansio Radriani, successivamente Hadriani, da cui Ariano, comune in cui si trova inserita la borgata. Per chi giungeva da sud, la mansio precedeva la stazione dei Sette Mari (Septem Maria), ubicata nel territorio dell’attuale Porto Viro.

La duna fossile su cui sorge la chiesetta ricorda che, in tempi remoti, questa era la linea che separava il mare dall’entroterra, mentre il nome della località deriva proprio dall’antico tempietto dedicato al santo orientale, S. Basilio di Cesarea. Un suggello inconfondibile, unico in Polesine, a ricordare che dall’oriente è giunto nel delta, e quindi nella pianura padana, il primo messaggio del cristianesimo.

La bella chiesetta, dalle pure forme romaniche, ha ispirato miti e leggende, come quella che vuole che i suoi costruttori siano stati i paladini di Pipino re di Francia, in una sosta alla volta di Venezia. Alcune lastre di vetro poste, dopo recenti restauri, sul pavimento interno, svelano la presenza di antiche tombe ad un livello piuttosto discosto dall’ultima pavimentazione, testimonianza di varie stratificazioni e della storicità del luogo.

E’ forte la suggestione dell’ambiente dominato dall’antica pieve, e non è facile lasciare il luogo per raggiungere la vicina mostra antiquaria, che risulta alloggiata in un edificio troppo nuovo per comunicare vibrazioni intense. La documentazione esposta finisce però per catturare l’interesse: parla in particolare dei tempi romani, quando era attiva la stazione di sosta e quando nelle vicinanze sorgeva una villa rustica, presso cui sono stati individuati i reperti esposti.

E’ ora di inforcare le bici. Si comincia a pedalare ed è subito natura, alternata da campi coltivati, pioppeti e qualche tipica abitazione rurale.

Si procede su un esile nastro, asfaltato in modo approssimativo e delimitato a mezzogiorno da un fossato, da cui, al nostro passaggio, si innalza, maestoso, un magnifico esemplare di airone cenerino: prende il volo verso il vicino argine del Po di Goro, il ramo più meridionale del grande fiume che separa il Veneto dall’Emilia.

Raggiungiamo frattanto Rivà, paese anche questo nel comune di Ariano, territorio caratterizzato nel passato da secolari contese tra la Repubblica di S. Marco e gli Estensi sostituiti poi dallo Stato della Chiesa. La pace tra i contendenti fu sottoscritta nel 1749, con la salomonica divisione dell’isola interfluviale di Ariano, racchiusa tra il Po di Venezia e quello di Goro. A suggello del trattato, negli anni successivi vennero eretti 50 “pilastri”, piccole torri innalzate lungo tutta la linea di confine. E nel territorio di Rivà sorge ancora l’unica testimonianza superstite di tale opera divisoria, divenuta inutile quando il Congresso di Vienna, nel 1815, stabilì più a sud, lungo il Po di Goro il confine del Veneto allora dominato dall’Austria.

Non raggiungiamo il famoso pilastro, che risulta fuori rotta rispetto al nostro tragitto, ma ci portiamo sull’argine del fiume, presso cui si erge un solitario campanile, a dominare il verde spazio da cui si innalza l’arginatura. Apprendiamo che proprio i lavori di rinforzo degli argini, resisi necessari dopo vari episodi alluvionali, hanno imposto l’abbattimento della chiesa, allora troppo accostata al fiume e ricostruita negli anni ‘60 del secolo scorso in area più sicura.

Lasciate le bici, scendiamo frattanto nella zona golenale bagnata dal Po di Goro: tra le fronde di vecchi olmi, oltre il fiume, appare la maestosa costruzione del Castello di Mesola, dove effettueremo la nostra prossima tappa. Scattata una foto, riprendiamo il percorso per raggiungere la vicina strada Romea e superare il ponte, a metà del quale un cartello informa del passaggio dalla Regione Veneto a quella dell’Emilia Romagna.

Ed eccoci a Mesola, il cui cuore è proprio rappresentato dal massiccio castello, costituito da uno squadrato corpo centrale, rafforzato ai quattro angoli da altrettante torri merlate. Fu fatto costruire nel 1578 da Alfonso II d’Este, come residenza di campagna per gli svaghi e la caccia: una delizia, come venivano allora denominate le splendide dimore erette dalla nobiltà nel contado per i propri passatempi. E questa della Mesola fu particolarmente splendida, anche perché dedicata alla terza moglie del duca, Margherita Gonzaga, che un vaticinio aveva profetizzato avrebbe dato l’agognato erede ad Alfonso II. Cosa che non avvenne e che, alla morte del duca nel 1598, determinò l’accorpamento di Ferrara allo Stato Pontificio.

Nei pressi del castello, a sud, sorge la parrocchiale, mentre verso il fiume si apre un arco di portici con una fitta serie di abitazioni e botteghe, al tempo degli Estensi residenza della servitù. A protezione della nobiliare costruzione e dell’ampia superficie boscata riservata alla caccia era stata eretta un’ampia cinta muraria di oltre 13 chilometri, oggi scomparsa. E piuttosto spoglia si presenta al suo interno anche la turrita residenza estense – attualmente sede del Centro di Educazione Ambientale del Parco Regionale del Delta del Po – destinata ad animarsi soprattutto in occasione di alcune importanti mostre che periodicamente vengono allestite negli ampi locali.

Risaliamo frattanto l’alto dell’argine del Po di Goro per ammirare l’imponenza della storica costruzione, che massiccia e tetragona domina la campagna, nonché per scattare alcune foto prima di riprendere il nostro percorso.

Superato il sottopassaggio creato sotto la trafficata Romea, imbocchiamo frattanto la lunga e rettilinea via Biverare, un tempo “Stradone della Giudecca” che portava al confine orientale della cinta muraria della Mesola. La via, fiancheggiata da alti pioppi cipressini, dà accesso ad alcune ampie ottocentesche corte rurali. Alla fine incontriamo il Bosco della Fasana, che si allunga verso sud, costeggiato dalla strada che prende il nome di via Boschetto. Noi imbocchiamo un parallelo sentiero, interno alla macchia verde, in modo da godere del percorso ombreggiato proprio nell’ora più calda della giornata.

Giungiamo frattanto alla borgata di Santa Giustina, al centro della quale sorge l’Ostello Oasi Torre Abate dove siamo attesi per il pranzo. E qui, in terra ferrarese, stupisce sentire il personale parlare con inequivocabile cadenza veneta. Intuita la nostra curiosità, il sig. Libero Gasparetto, presidente della cooperativa che gestisce la struttura ricettiva, ci informa dell’impegno nella zona assunto dalla cooperativa Nordest che ha sede a Fratta Polesine. Oltre all’ostello di Santa Giustina è di pertinenza della coop. frattense anche la gestione di un’altra iniziativa di alloggio ubicata nel paese di Gorino ferrarese alla foce del Po di Goro.

In attesa del pranzo, visitiamo frattanto l’ostello, che si presenta accogliente, caratterizzato da un ampio polmone di verde, parte del quale si interpone tra l’edificio adibito a ristoro che dà sulla piazza della borgata e quello del pernottamento più discosto. Quest’ultimo si presenta con stanze linde, tutte dotate di bagno per assicurare un buon livello di confort agli utenti che, oltre a gruppi sportivi e ricreativi, sono spesso costituiti da famiglie ed in genere da amanti dell’ambiente naturale e storico che caratterizza la zona.

Approfittando del buon clima della giornata, il pranzo ci viene servito all’ombra di frondosi pini marittimi, con piatti davvero graditi, tra cui particolarmente apprezzati risultano l’anitra alle prugne e il capriolo in umido.

L’itinerario riprende alla volta della vicina Torre Abate, l’unica sopravvissuta tra le 14 postazioni di guardia posizionate lungo la scomparsa recinzione murata della Mesola. Oltre che come presidio difensivo, il massiccio manufatto era finalizzato a regolare il deflusso di un canale di drenaggio nel mare allora vicinissimo. Funzionava cioè come chiusa, in grado di ostacolare la risalita dell’acqua marina in condizioni di pronunciata alta marea o di situazioni meteorologiche avverse.

Ed ancora oggi la torre manifesta le sue origini, sorgendo nei pressi del Canalbianco su un robusto ponte con cinque arcate. Attualmente l’acqua che la circonda ha però una funzione puramente decorativa ed ambientale. Si tratta di un ameno laghetto, adibito anche alla pesca sportiva, circondato da una vasta area verde attrezzata per soste e contrassegnata anche dalla presenza di un tipico oratorio agreste.

Riprendiamo il nostro itinerario lungo via Belmonte che nel toponimo ricorda la presenza di antiche dune, ormai irrimediabilmente scomparse, che dovevano connotare significativamente la zona; oggi caratterizzata da una fiorente agricoltura, ma un tempo coperta dal bosco, come ricorda anche la località Alberazzo che superiamo alla volta di Bosco Mesola, il paese dell’ampio polmone di verde che costituisce la meta finale del nostro itinerario.

Eccoci al Gran Bosco della Mesola, la vasta riserva naturale statale che, estesa su oltre mille ettari, costituisce uno degli ultimi e meglio conservati boschi di pianura. La frescura della grande area boscata ci accoglie gradevolmente. Gianni, il più esperto del gruppo, ci fa notare le differenze dei vari “microambienti” originati dal gioco del terreno, in cui dune dalle antiche origini si alternano ad avvallamenti in qualche caso anche pronunciati: nelle zone rialzate, alla sommità delle dune, il terreno sabbioso, permeabile e povero di sostanza organica agevola un microclima più caldo e secco, ove si è radicato il bosco termofilo con il netto predominio del leccio (quercus ilex), presenze di ginepro, fillirea, ligustro e biancospino; nelle aree di bassura, dove l’acqua di falda è in grado di affiorare anche per lunghi periodi, prende vita il bosco igrofilo, caratterizzato dall’olmo, dal pioppo, dal frassino e dalla vegetazione palustre rappresentata da carice e falasco. Nelle aree intermedie infine si sviluppa il bosco mesofilo con farnia, carpini e ligustro.

Il nostro vagabondare tra i sentieri del grande bosco è premiato dal fuggevole incontro con alcuni esemplari di daini che, con i più rari cervi, costituiscono una presenza faunistica qualificante per l’estesa area verde.

Scattate le ultime foto, ci predisponiamo al ritorno con un’ininterrotta pedalata fino al punto di partenza, paghi della giornata trascorsa en plen air tra vari ambienti caratterizzati dalla natura e dalla storia dell’uomo, evidenziata dagli importanti beni architettonici che ben qualificano il Parco emiliano e veneto del Delta del Po.

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.

Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Tra Veneto ed Emilia”. Ventaglio Novanta, n. 30, 2005. https://ventaglionovanta.it/archivio/tra-veneto-ed-emilia/

Pubblicità