Me lo regalò mia cugina Clari dicendomi: "È il figlio di Pepe e di Cannella; si chiama Nanni." Lo portai a casa sistemandolo in macchina sul sedile accanto a me. Gli tenevo una mano sopra per timore che si spaventasse, invece se ne stette tranquillo a guardarmi mentre guidavo, come se vi fosse stato abituato da sempre.
Era un gattino di poco più di un mese, un batuffolo di pelo morbido che divenne presto un grosso soriano dagli occhi gialli e dal manto striato di grigio, nero e marrone fulvo. Non avevo mai avuto, prima d'allora, un gatto che, al sentirsi chiamare con il proprio nome, corresse verso di me miagolando come se rispondesse, e la cosa non finiva mai di stupirmi.
Mia madre lo chiamava "Nani", alla veneta, senza doppie; io invece "Nannì" con l'accento, per rendere la pronuncia più musicale e rafforzata, ma esso rispondeva ad entrambe indistintamente.
La notte lo mettevamo a dormire nella vecchia rimessa che fungeva da cantina, infestata dai topi di cui era abile cacciatore e nella quale rimaneva a sonnecchiare anche gran parte del giorno.
D'inverno, quando andavo a riempire il cesto della legna per ravvivare il fuoco nella stufa economica, lo trovavo che dormiva nella legnaia. Sentendomi arrivare, mi seguiva in cucina e, sistematosi su una sedia, dava inizio ad una accurata toilette lisciandosi tutto il pelo con la lingua ruvida.
"Toh! Si passa la zampa dietro l'orecchio – notava talvolta mia madre mentre sferruzzava osservandolo da sopra gli occhiali posti in bilico sul naso – segno che pioverà!"
Spesso, mentre guardavo la televisione, mi scaldavo la schiena stando appoggiata con il bacino alla barra di protezione della stufa, le braccia conserte. Nanni non aspettava che questo: dal bracciolo del divano, con un balzo di più di un metro, mi saltava in braccio; appoggiava le zampe posteriori sui miei avambracci incrociati, quelle anteriori sulla mia spalla e faceva le fusa strofinando la testa contro la mia guancia, ad occhi chiusi, beato.
D'estate amava stare ore e ore disteso sulla calda terra dell'orto, tra le alte infiorescenze degli asparagi, a dormire tranquillo. Doveva essere un po’ sordo poiché, sorprendendolo addormentato, io mi avvicinavo quatta quatta, e all'improvviso, gli mettevo una mano sulla pancia. Lui si svegliava di soprassalto, pronto alla difesa: mi agguantava il polso con gli artigli, mi mordeva la mano senza farmi male e, con le zampe posteriori, scalpitava contro il mio avambraccio mentre io ridevo cercando di liberarmi.
Un giorno stavo leggendo in giardino e ad un tratto la mia attenzione fu distolta da un cinguettare frenetico; alzai gli occhi: un passero saltellava pigolando disperatamente intorno ad un minuscolo pulcino evidentemente caduto mentre compiva il primo volo. Mi avvicinai per mettere il passerotto sul muretto di cinta in modo che potesse nuovamente "decollare" e pensai: "Meno male che Nanni non è nei paraggi!"
Non feci nemmeno a tempo a formulare il pensiero completo: il gatto arrivò come un lampo da non so dove e lo ingoiò.
"Sputalo, brutto cattivo! Sputalo!" Gli gridavo dandogli dei colpetti sulla schiena, ma esso lo aveva già divorato e si leccava i baffi incurante della madre che, con il coraggio della disperazione, gli si avventava contro con il becco nell'intento di ferirlo, di vendicarsi e con il pericolo di essere essa stessa ghermita da una zampata del mostro. Terminato lo spuntino, il gatto si allontanò tacito per dare inizio alla consueta toilette, e a me non rimase che meditare sulla dura legge della selezione naturale.
Allorché mi trasferii in Friuli per lavoro, tornando a casa solamente per due weekend ogni mese, Nanni non si faceva vedere per intere settimane poi, guidato da un misterioso istinto, ricompariva lo stesso sabato in cui tornavo io; saltava sul davanzale della finestra e, per annunciarsi, mordeva con i denti aguzzi il legno dell'infisso.
Mia madre lo faceva entrare sgridandolo: "Adesso torni, mascalzone che non sei altro! Vieni dentro che mi rovini tutto il telaio!"
Esso, con un miagolio da stagione degli amori, veniva ad accomodarsi in braccio a me che leggevo o conversavo; guardava mia madre chiudendo prima un occhio poi l'altro come a dirle: "Ora non puoi farmi niente; qui sono al sicuro!" Poi si acciambellava e, mentre lo accarezzavo, dava inizio al suo concerto di fusa.
Ricordo in particolare una fredda giornata d’inverno quando mi predisposi per una passeggiata in un paesaggio reso fantastico dalla galaverna. Ben avvolta in un giaccone di piuma d'oca, pantaloni di grossa felpa, berrettone calcato sulla testa, piedi ben protetti all'interno di vecchi stivali, chiamai Nanni, il mio amato soriano, perché mi facesse compagnia L'atmosfera aveva dell'irreale. Camminavo in mezzo al silenzio che la nebbia rendeva misterioso, rotto a tratti dal frullo d'ali di un passerotto intirizzito che volava da un ramo all'altro. Alzai gli occhi per tentare di scorgerlo e mi apparve, stupenda magia di trini e di ricami, la galaverna. Si era posata con preziosi cristalli di ghiaccio sui rami dell'acacia trasformandola in elegante architettura di bifore e trifore, archi e rosoni dai disegni leggiadri.
Mi guardai intorno. La nebbia precludeva la vista di cose lontane, ma un timido sole si affacciava a tratti scostandola, dapprima con gentilezza, poi sempre più deciso. Nessun rumore, tranne quello dei miei tacchi risonanti sul terreno ghiacciato.
Nanni mi precedeva e ogni tanto scompariva nell'umido grigiore per riapparire da tutt'altra direzione correndo brevi corse forsennate; si arrampicava sul tronco rugoso di un salice abbattendo la galaverna posata sui rami poi scendeva d'un balzo starnutendo perline d'acqua dai baffi; si acquattava tra le alte infiorescenze della riva del fosso, per lanciarsi in improbabili agguati ai miei stivali.
Abbandonato il viottolo, mi inoltrai nel pioppeto, stupenda cattedrale dove i tronchi erano alte colonne a sostegno di una grandiosa cupola in cui l'intrico dei rami disegnava eleganti geometrie che sembrano perforare la coltre nebbiosa.
D'un tratto il sole, osando sempre più, squarciò l'umido velo e mostrò un intenso azzurro contro cui si stagliavano complicati arabeschi e ghirigori lucenti.
Uscita dal pioppeto, mi apparve un panorama di fiaba. Azzurro, bianco e luce; questi i colori del magico affresco nel quale mi muovevo mentre prendevo la via di casa.
Improvvisai un passo di danza, una strana tarantella che fece impazzire Nanni: mi correva tra i piedi, "galoppava" davanti a me, poi si fermava, aspettava che mi avvicinassi e, con gli artigli, mi agguantava la caviglia. Continuai a saltellare senza badargli e lui si allontanava aggredendo bassi cespugli imbiancati sul ciglio della stradina.
Il sole risplendeva, creando riflessi di luce sulla bianca barba dell'erba, sui rami, sulle losanghe allineate della rete di recinzione… guizzi fugaci, la galaverna si staccava qua e là e precipitava al suolo togliendo, ahimè, ad ogni cosa intorno lo splendido fascino che con tanta maestria Mago Inverno aveva creato.
Un sabato Nanni non tornò, ma il giorno dopo lo vidi scendere la scarpata dell'argine lentamente tenendo una delle zampe anteriori sollevata. Non mi preoccupai: non era la prima volta che zoppicava o per l'artrite di cui soffriva o per le ferite che riportava in furiose zuffe contro altri maschi per contendersi l'attenzione di qualche gattina. Lo chiamai:
"Nannì, vieni!"
Si fermò invece in mezzo al viottolo della scarpata miagolando.
"Dai, micione, vieni da me!"
Lo incitai, ma lui non si muoveva e continuava a miagolare in un modo che mi parve triste, accorato, quindi si voltò su se stesso e si allontanò lungo la strada dell'argine mentre io continuavo a chiamarlo.
Non lo rividi mai più.
Mia madre disse che forse era ammalato e che era andato a morire in un luogo che solo lui sapeva.
Povero Nanni: era venuto a darmi l'estremo saluto! Chissà se si era accorto che io non l'avevo capito… chissà se aveva sofferto della mia indifferenza! Se esiste un "Al-di-là" per i gatti, un sito dove vanno dopo che sono morti e dove non soffrono più, esso avrà osservato il mio agire ed avrà considerato con benevolenza: “Poveri umani, così indifferenti e così presuntuosi! Non riuscite a capirvi tra voi simili pur parlando lo stesso linguaggio; figuriamoci se comprendete le creature diverse da voi! Bisogna proprio accettarvi così come siete…"
Avrà scrollato la testolina, si sarà acciambellato su se stesso ed avrà ripreso un lungo, beato, sonno eterno.
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Come citare questo articolo
Loretta Stocco. “Nanni”. Ventaglio Novanta, n. 30, 2005. https://ventaglionovanta.it/archivio/nanni/