Sono anni che se ne parla, ma la coscienza civica di una ineluttabile realtà, relativa al mondo dei rifiuti, sembra essere recepita più come opzional che come necessità.
Eppure d’informazione n’è passata molta sui mass media: stampa, tv, manuali divulgativi, sensibilizzazione da parte di associazioni ambientaliste. Nella scuola poi l’educazione ambientale è divenuta da tempo una interessante disciplina trasversale. Inoltre scienziati ed esperti hanno continuato e tenere conferenze internazionali per saggiare il polso di vivibilità presente e futura del nostro pianeta.
Sul versante opposto sono venuti purtroppo alla luce fatti di cronaca raccapriccianti: pensiamo alla nave dei veleni che ha viaggiato per mesi attraverso i mari dall’Europa all’Africa; oppure alle recenti immagini delle discariche nel sud d’Italia o ai cumuli di immondizie di cui periodicamente ci giungono servizi televisivi dalla nostra bella Napoli e dintorni. Tutto ciò ci fa dire che quello dello smaltimento dei rifiuti è un settore tuttora in gran parte da avviare.
Tuttavia non mancano esempi positivi e ci sono nazioni all’avanguardia nella gestione dei rifiuti. Anche in Italia si sta sviluppando un modello organizzativo e culturale nel settore che richiede la partecipazione sempre più attiva dei cittadini.
Ed il Polesine sembra detenere un ruolo di un certo interesse, come appare dalla graduatoria pubblicata poco tempo fa sui giornali che vede, tra i Comuni italiani “ricicloni” premiati, anche il piccolo Comune polesano di Bosaro. Meritatamente classificatosi tra i vincitori, essendosi distinto anche come il Comune che ricicla più di tutti nel Veneto. Iniziative incoraggianti e, speriamo, “contagiose”.
Nella nostra provincia di Rovigo incominciano ad essere sempre più numerosi i Comuni che hanno avviato la raccolta differenziata e, seppur con qualche resistenza iniziale, ora il sistema è per lo più a regime.
“Il presupposto che tutti produciamo rifiuti di qualche cosa che abbiamo comunque usato e che ci è stato utile, comporta rispetto del rifiuto – scrive Andrea Girelli, direttore di Federambiente – da cui deve partire il senso di responsabilità e collaborazione per una cultura del riutilizzo dei rifiuti”1.
Ed in quest’ambito va segnalata un’importante iniziativa tutta polesana, messa in atto dal biochimico dott. Massimo Faggion. Dopo la laurea presso l’Università di Padova, si è dedicato all’attività del recupero rifiuti con professionalità, già nel 1986, quando da poco si era incominciato a parlare di riciclaggio. Ha seguito le prove agronomiche dell’ESAV (Ente Sviluppo Agricolo Veneto, oggi scomparso) per l’utilizzo di fanghi derivanti dalla depurazione biologica a beneficio dell’agricoltura.
“Già allora si parlava di terreni in difficoltà – dice il dott. Faggion – per la scarsa dotazione di sostanze organiche, dovuta alla diminuzione di produzione dello stallatico, e i terreni risultavano in via di desertificazione. I fertilizzanti chimici, pure importanti, non possono sostituire i tradizionali concimi e ammendanti naturali. D’altra parte risulta sempre più pressante il problema dello smaltimento dei rifiuti, in gran parte ammassati in discariche “tradizionali”, pericolose, inquinanti e spesso incontrollate con conseguenze irreparabili per salute e ambiente”.
A fronte di questa situazione, che vedeva un aumento progressivo di rifiuti e quindi di una ricchezza sprecata, il dott. Faggion, con lungimirante intuizione e con la collaborazione di professionisti nel settore agronomico e ambientale di Padova e di Bologna, ai primi anni ‘90 ha pensato di creare un’azienda societaria, che dirige, la Biofer del gruppo Amit Srl, con sede a Boara Polesine (RO). Scopo dell’impianto: stoccaggio e ricondizionamento di materiali organici selezionati.
Alla fine degli anni ’90 l’azienda si è trasformata in un complesso industriale per la produzione di Compost di buona qualità, dopo un processo di trasformazione dei rifiuti organici ai quali si aggiungono rifiuti vegetali lignocellulosici.
Il concime naturale così prodotto si è rivelato assai utile in agricoltura per la forza contenuta nella sostanza organica, in grado di trasferire al terreno ciò di cui esso ha veramente bisogno. E’ l’attesa inversione di tendenza: diminuire l’apporto chimico ed aumentare la potenza del fertilizzante organico.
La Regione Veneto, attenta al settore rifiuti e all’avanguardia nel campo ambientale e agricolo, ha favorito lo sviluppo fin dagli anni ottanta di aziende come la Biofer, tanto che se ne registrano di analoghe in tutte le province con il duplice beneficio sia per l’agricoltura che per l’ambiente. Il Veneto, con i suoi 17 impianti di questo genere, arriva ad una copertura sufficiente per tutti i rifiuti compostabili. Con una produzione di 250.000 tonnellate annue di compost e la lavorazione di rifiuti organici di circa 600.000 tonnellate, la nostra regione primeggia sulla Lombardia e sul Piemonte.
Oggi, con la raccolta di rifiuti organici porta a porta – dove questa pratica esiste utilizzando appositi contenitori forniti in gran parte dai Comuni – si impedisce che tali scarti vadano a riempire le discariche, che sottraggono terreno all’agricoltura, dato che una discarica rimane per sempre.
Alla Biofer, che si estende su 10 ettari con 8 mila m² di capannoni, ed è dotata di impianti tecnologicamente avanzati per una produzione completamente automatizzata, viene intercettata una quantità considerevole di materiale organico, diversamente destinato appunto alla discarica.
Obbiettivo della Biofer, leader nel nostro Polesine per il recupero di sostanze organiche e la produzione di fertilizzanti, è “recuperare il più possibile“. Il personale è composto di tecnici diplomati cresciuti in azienda con corsi di formazione specifici tenuti dalla Regione e da Enti vari. L’impianto è situato in ambiente esclusivamente rurale, consono all’attività, lontano dalle abitazioni, recintato e circondato da un mascheramento di piante (pioppi ciprissini) gestite con particolare cura dal personale attento alla pulizia e all’eliminazione di eventuali odori di processo. Sono comunque odori tipici della stalla, un tempo molto comuni nelle campagne, quindi naturali e non nocivi.
A scuola di riciclaggio
Per capire bene come funziona, cosa si fa e si produce in uno stabilimento bisogna visitarlo. Ed è quello che ho fatto una bella mattina di maggio conducendo la mia scolaresca alla Biofer per una interessantissima lezione di riciclaggio. Quello che hanno appreso gli alunni da tale esperienza va ben oltre quanto possono studiare sulle pagine di un manuale scolastico in materia di rifiuti.
Alla Biofer arrivano continuamente da tutta la provincia e da fuori, i camion carichi di sacchi trasparenti contenenti rifiuti organici, tra cui si distinguono quelli della raccolta differenziata in ambito provinciale e gli scarti organici di comprovata qualità provenienti da grossi marchi industriali del settore agroalimentare di altre località. I carichi vengono sottoposti al primo controllo sul materiale valido per la trasformazione. Qui giungono anche circa 15.000 tonnellate all’anno di scarti di manutenzione del verde ornamentale pubblico e privato, consegnato gratuitamente, come tiene a sottolineare il direttore, quindi senza oneri per l’Amministrazione Comunale di Rovigo e delle Frazioni limitrofe, secondo una convenzione stabilita con la Biofer, che se ne accolla le spese.
Non possono assolutamente essere accolti, invece, i rifiuti della spazzatura delle strade perché contengono particelle di piombo mescolate a polveri sottili dello scarico delle auto.
Dopo il controllo del materiale organico selezionato già alla fonte, si predispone una scheda tecnica, ossia la “carta d’identità” del rifiuto in cui compare l’analisi del contenuto e la sua origine. Se non ci sono prodotti diversi da quelli stabiliti, il carico inizia il suo percorso all’interno dello stabilimento per la fermentazione, aggredito da microrganismi aerobici decompositori (batteri, funghi, muffe…). Nel processo di fermentazione, imitando la natura, la temperatura all’interno del cumulo poltiglioso, continuamente mescolato da due macchine rivoltatici, raggiunge fino i 50-70 gradi.
L’impianto è diviso in diverse aree: la zona umida, nella cui sezione si lavora il materiale organico, la zona secca, dove esce il compost, i biofiltri per abbattimento odori, l’area di controllo, la sala computer, mediante il quale viene graduato il perfetto dosaggio di umidità, ossigeno, temperatura, acidità… Il materiale ancora grossolano viene riportato alla fase iniziale di lavorazione e triturato mediante bio-trituratore e riammesso nel ciclo produttivo (non viene buttato via niente!). La fase del processo di lavorazione è completata dal vaglio, un modernissimo sistema di raffinazione del compost con la proprietà di separare, mediante aspirazione, eventuali particelle plastiche. Un braccio meccanico, infine, unisce il materiale verde triturato alla Forsu (Formazione organica dei rifiuti solidi urbani).
Il compost così prodotto, che in natura sarebbe maturato in molti anni, con questo metodo industriale in 40 giorni è pronto per essere consegnato ai terricciatori i quali, dopo aver aggiunto torba, pietra pomice e altre sostanze, lo insaccano per la vendita nei supermercati di orto-giardinaggio. Il compost della Biofer viene molto apprezzato anche dagli agricoltori per i propri campi. Infatti essi lo usano, sapendo di aver trovato il vecchio letame di un tempo, ma con caratteristiche agronomiche che consentono una maggior produzione e una continua miglioria del terreno stesso.
Il dott. Faggion è giustamente orgoglioso del successo di questo impianto, leader a livello nazionale nel riciclaggio di qualità, che è tale proprio per le analisi effettuate con cadenza regolare. A garanzia del prodotto la Regione Veneto sta realizzando il marchio regionale “Compost Veneto”.
Nella gestione di complessi così importanti intervengono finanziamenti, sia pur modesti, dalla Unione Europea ma anche dalla Regione la quale, insieme agli operatori del settore, promuove queste forme di riciclaggio.
La Biofer, oltre che certificata e continuamente controllata, è socia fondatrice del CIC (Consorzio Italiano Compostatori) che sta facendo una politica di sviluppo del compostaggio. Un obiettivo che richiede un impegno rigoroso e consistenti spese di gestione dovute a diversi fattori, tra cui il continuo controllo di qualità delle matrici in ingresso, il controllo di tutta la fase impiantistica, il rispetto di tutta la normativa che rende la gestione altamente complessa.
A questo riguardo il direttore rileva anche l’onerosità delle leggi del settore, spesso in conflitto tra loro; ci sono poi da mettere in conto gli elevati costi di mantenimento dell’impianto con tutte le procedure e i sistemi di sicurezza, controllo e abbattimento odori: a questo scopo funzionano cinque turbine perimetrali all’impianto che fungono da barriera antiodori; infine si deve provvedere al mantenimento del P.G.Q (Piano Gestione Qualità) e al continuo miglioramento dell’impianto sia dal punto di vista della produzione che della protezione dell’ambiente.
Altre difficoltà – sottolinea il dott. Faggion, che continua a profondere energie, gestendo il complesso come una missione – sono causate spesso dalla miopia delle Amministrazioni. Se ad esempio i 50 Comuni della Provincia di Rovigo portassero tutto il materiale verde per la trasformazione, mediante convenzione potrebbero usufruire a costi minimali di terriccio, utilissimo e indispensabile per tutte le aree verdi pubbliche (parchi, parco-giochi, ripristino aree verdi…). A ciò andrebbe poi ad aggiungersi il risparmio rispetto al costo dello smaltimento in discarica, facendo in questo modo una vera scelta a favore dell’ambiente.
(1) Trash.Edu-manuale antispreco per trasformare i rifiuti in ricchezza, Federambiente.
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Come citare questo articolo
Francesca Magon. “La Biofer e il Compost”. Ventaglio Novanta, n. 30, 2005. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-biofer-e-il-compost/