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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Andar per corti

Un itinerario cicloturistico da Rovigo a Cambio di Villadose

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 31 2005 pp. 16–27

C’è una zona in Polesine dove si aprono grandi corti rurali, connotate da edifici di pregio risalenti per lo più al XVIII secolo: si stende ad oriente di Rovigo delimitata a nord dall’Adige e a sud dall’Adigetto e percorsa, nella zona centrale, da canali di drenaggio quali il Ceresolo e il Bresega, atti a raccogliere le acque piovane di un consistente bacino vallivo, che antiche mappe ci presentano caratterizzato da stagni e dai laghi di Triboi e Boina.

L’itinerario completo, partendo da Rovigo, comprenderebbe un ampio anello a forma di ellisse con prima tappa a Buso per toccare poi i paesi di Canale, Villadose, Ca’ Emo, Fasana, Pettorazza Grimani, Beverare, S. Martino di Venezze, Mardimago, con ultima tappa, prima del rientro, a Sarzano.

Nella nostra escursione in bicicletta, ci limitiamo a percorrere una parte dell’itinerario, fino a Cambio di Villadose e ritorno, in tutto circa 25 chilometri, rinviando a successive occasioni altri segmenti dell’itinerario.

Fissato l’appuntamento di partenza presso la chiesa di S. BORTOLO, usciamo dunque da Rovigo, utilizzando la pista ciclabile di recente realizzazione che, agile e sinuosa, corre lungo l’argine sinistro dell’Adigetto, fino a S. SISTO dove, presso l’oratorio che caratterizza la località, si uniscono al gruppetto partito da Rovigo alcuni amici di Pontecchio. Si prosegue lieti lungo la pista ciclabile che dall’argine mancino passa a quello di destra superando un ponte, sotto cui è posizionata una chiusa regolatrice del livello dell’Adigetto.

Dopo circa duecento metri la pista sbocca sulla antica strada arginale, risparmiata dal traffico cittadino perché utilizzata soltanto da quanti hanno necessità di raggiungere la piccola borgata di Canale verso cui pedaliamo.

Sulla nostra destra si stende ubertosa la campagna, delimitata a sud dalla strada che collega la zona industriale di Rovigo con Ceregnano, oltre la quale sorge il paese di S. Apollinare ben individuabile dal campanile che sovrasta il centro abitato.

Ampia si presenta la piattaforma rialzata della riva dell’Adigetto, tanto da accogliere vari insediamenti, per lo più di tipo rurale, tra cui, bella ed ordinata, si distingue Corte Albera, che deve il suo nome al robusto platano che campeggia sul lato destro dell’ampia corte.

Le origini del complesso vanno rintracciate nell’Ottocento, quando fu censito nel Catasto austriaco come “Corte Frasca”. E qui sono ben individuabili gli elementi tipici della corte rurale: al centro, preceduta dall’aia, la casa padronale abitata dai proprietari conduttori del fondo; su entrambi i fianchi, di poco arretrati, i magazzini e gli edifici di lavoro (peccato che una barchessa sulla sinistra sia stata chiusa!). Altri edifici rustici, disposti perpendicolarmente rispetto alla casa e alla via, delimitano ai lati la grande corte. Sul muro in cotto che la separa dalla strada si aprono tre cancelli presidiati da massicci pilastri cilindrici, mentre sull’angolo destro della cinta campeggia una torretta con vezzose merlature, a testimoniare l’interesse dei proprietari per ingentilire la corte con qualche elemento esteticamente caratterizzante.

Riprendiamo frattanto il nostro percorso fino a raggiungere il ponte che supera l’Adigetto all’altezza di Buso. Decidiamo di non oltrepassarlo, restando sulla riva destra per far tappa a CANALE. Il borgo deve il suo nome proprio al termine popolare con cui tuttora viene indicato l’Adigetto, dal quale la comunità paesana è divisa in due: la riva sinistra è infatti sotto l’amministrazione del comune di Villadose, l’altra – su cui transitiamo – di Ceregnano. E proprio sotto la strada arginale, di fronte al ponte che unisce le due parti, sorge la chiesa dedicata a S. Biagio. Il sacro edificio fu innalzato dopo la seconda guerra mondiale (i lavori iniziati nel 1947 si conclusero sette anni dopo) sostituendo il precedente del XVII secolo, di cui rimane ancora il campanile, privato della cuspide divenuta pericolante.

A Canale le abitazioni, come la chiesa, sorgono anche sotto lo zoccolo arginale, dalla parte della campagna, verso cui si aprono anche alcuni insediamenti rurali scarsamente connotati sotto il profilo architettonico.

Raggiungiamo frattanto VILLADOSE che, oltrepassata la strada provinciale, ci accoglie tra due fitte ali di case. Ed al centro del paese, signorile ed eminente sul territorio, ecco Ca’ Patella, pregevole villa di fine seicento, di gusto ancora rinascimentale, oggi adibita a sede municipale, mentre una sala accoglie una mostra archeologia allestita dal G.A.V. (Gruppo Archeologico Villadose).

Un po’ chiusa e severa sul fronte settentrionale che prospetta la strada e l’Adigetto, la nobiliare costruzione si presenta invece più ariosa ed accogliente sul lato meridionale, caratterizzata al piano terra da un ampio loggiato centrale con cinque arcate a tutto sesto, ed al piano nobile, in corrispondenza del salone, da una trifora, sopra la quale è posizionato lo stemma dei conti Patella. Ove un tempo sorgeva l’aia, con il restauro e la nuova destinazione dell’immobile è stata creata una piazza rialzata su uno zoccolo che, sul lato sinistro, accoglie un bassorilievo che raffigura le corti rurali più importanti del territorio.

Ca’ Patella, palazzo dalle linee armoniche ed equilibrate, risulta privo degli edifici di contorno necessari per i lavori campestri: i rustici erano infatti discosti dalla villa, costruiti più a sud nella vasta campagna della proprietà. Viceversa è presente, presso la nobiliare residenza estiva dei conti Patella, l’Oratorio (oggi sacrario ai caduti) che sorge lungo la via principale.

Riprendiamo l’itinerario passando davanti alla chiesa dedicata a S. Leonardo, che visse lunghi periodi di precarietà per un ambiente spesso funestato da alluvioni. Nel 1604 mons. Sandro Peroto, in visita al tempio, ebbe a notare scoraggiato il grave stato di abbandono, con nidi di animali e sporcizia dappertutto. L’oratorio dei Patella dovette supplire all’inagibilità della chiesa parrocchiale per lungo tempo, finché questa non fu riedificata nel 1750, quando le anime avevano superato le 1500 unità. Una cifra ben diversa questa dalle 180 persone registrate nel 1604, comprensive degli abitanti di Buso!

Il boom demografico si spiega proprio con la nascita delle corti rurali, conseguenza dei consistenti investimenti sul territorio, finalmente bonificato anche sulla sinistra dell’Adigetto. Proprio di fronte alla chiesa – sull’altra riva del corso d’acqua – sorse infatti, alla fine del ‘600, Corte Donà, imponente azienda agricola di proprietà dell’importante famiglia veneziana, presso cui è prevista una tappa sulla via del ritorno.

Ricordiamo frattanto che lo sviluppo demografico a Villadose fu, dai primi anni del Settecento, talmente consistente da richiedere, dopo soli pochi decenni, un ampliamento della chiesa: in pratica una riedificazione, che portò alla realizzazione dell’attuale tempio ispirato a canoni neoclassici, completato nel 1830 (ma la facciata si presenta tuttora spoglia), mentre il campanile a torretta fu ricostruito soltanto nel 1901.

Il nostro itinerario prosegue sulla strada arginale destra, presso cui sorgono diversi edifici rurali, alcuni in stato di abbandono, un tempo importanti riferimenti a servizio della campagna che si estende a sud. Ma lo sguardo va spesso oltre l’Adigetto ove si innalzano i complessi più significativi che incontreremo sulla via del ritorno.

Raggiungiamo frattanto CAMBIO, che deve il suo nome al cambio dei cavalli preposti al traino delle imbarcazioni che, fino agli anni quaranta del secolo scorso, solcavano le placide acque dell’Adigetto. Nei pressi del ponte, inserita nel perimetro di una corte rurale un tempo, proprietà della famiglia Angeli, scopriamo l’ex oratorio di S. Maria delle Grazie. La vecchia chiesetta, costruita a metà dell’Ottocento, deturpata negli anni ‘30 del secolo scorso con un’incredibile quanto stonata aggiunta per ampliarne la capienza, è stata infine trasformata in magazzino dopo la costruzione nel 1977 della nuova parrocchiale dedicata alla B. V. di Lourdes.

Superiamo frattanto il ponte per portarci sulla sinistra dell’Adigetto ed iniziare l’itinerario di ritorno. Verso settentrione lo sguardo si perde sull’immensa campagna, un territorio reso produttivo dopo consistenti opere di bonifica che, nel 1557 videro l’ardita realizzazione del sottopasso idraulico delle botti barbarighe, oggi sostituito dalle idrovore che innalzano il livello dei canali di scolo del Ceresolo e del Bresega. Con la bonifica del vasto territorio, denominato valle di S. Giustina, furono avviati ampi programmi di sviluppo rurale, che videro la nascita delle storiche corti, importanti sotto il profilo produttivo e pregevoli anche sotto quello architettonico³.

Ed ecco, verso la campagna, delinearsi il Rustico De Stefani, un tempo appartenente alla potente famiglia Donà. Si tratta di una costruzione ottocentesca ad uso misto, residenza e granaio. Preceduta da un’ampia aia, la costruzione si caratterizza per l’alto porticato a sette arcate che si elevano per dar luce alle finestre del piano superiore dell’abitazione. Il sottotetto, adibito a granaio, prende aria da sette aperture separate dalle arcate da una cornice marcapiano.

Riprendiamo frattanto l’itinerario raggiungendo un’alta e chiusa costruzione in cotto che costeggia la strada dalla parte dell’Adigetto. Non resistiamo alla presenza di un portone aperto che varchiamo senza esitazione: ci stupisce una corte incredibilmente grande, allungata sul corso d’acqua e delimitata a settentrione da due porticati eccezionalmente estesi. E’ Corte Casalini, un complesso rurale di grandi dimensioni, al cui centro sorge la casa padronale percorsa da due simmetriche canne fumarie. Ma ciò che desta particolare meraviglia sono le lunghe barchesse: quella orientale costituita da un portico di ben venticinque arcate, quella occidentale di quattordici.

La corte dei nobili Casalini di Rovigo, realizzata alla fine del ‘700 su una parte della grande proprietà che fu dei Donà, era preposta alla campagna estesa verso nord, alle spalle del complesso rurale. Un tempo vi dovevano lavorare centinaia di dipendenti e la vasta aia, delimitata dalla singolare teoria di arcate, doveva risuonare dei richiami di persone affaccendate e dei muggiti dei bovini presenti nelle capenti stalle. Quanto lavoro manuale, quanto sudore nelle giornate della trebbiatura e degli ammassi degli altri prodotti della terra! E che allegria alla sera alla conclusione dell’epica fatica!

Ora, a Corte Casalini, tutto è incredibilmente muto. Le barchesse, malinconiche testimoni di un’epoca storica che più non ritorna, si presentano tristemente ingombre di macchinari inutilizzabili. E, sulla grande aia in stato di abbandono, in mezzo ai resti di attrezzature inservibili, hanno trovato modo di attecchire erbe selvatiche. Cadenti si presentano anche i due padiglioni esagonali nei pressi del corso d’acqua, vezzose presenze architettoniche sulla corte patrizia, che fanno pensare a tempietti neoclassici. Solo la casa padronale, da poco ritinteggiata, manifesta interesse per la conservazione di un complesso tanto grande, per il quale non è facile individuare un’iniziativa che lo rivitalizzi.

Un po’ rattristati dall’aver notato i distruttivi segni del tempo, riprendiamo frattanto il nostro percorso per fermarci, dopo poco, presso il Rustico Suman, originalissima costruzione, fresca di un recente intervento di restauro, un tempo rientrante nei possessi della vicina corte Casalini. La parte centrale dell’edificio è impreziosita da quattro colonne tuscaniche che sostengono un’architrave dando vita ad un alto porticato, caratterizzato ai lati da arcate a tutto sesto. Per le sue originali forme neoclassiche, Rustico Suman, eretto alla fine ‘700, fa pensare alla mano dell’architetto Sante Baseggio a cui si deve in Rovigo il coevo progetto del palazzo dell’Accademia dei Concordi e poi del Teatro Sociale.

La tappa successiva è a Corte Donà, complesso scenografico che, sorgendo presso il centro di Villadose (proprio davanti alla chiesa parrocchiale, come già abbiamo avuto modo di osservare durante il percorso di andata) ha avuto la fortuna di essere interessato da un recente programma di recupero degli immobili, con la trasformazione della grande aia nella piazza principale del paese, denominata Piazza Barchessa.

Il clima che si respira oggi è ben diverso da quello di un tempo, e non è facile immaginare il tipo di vita che per quasi tre secoli, a partire dalla fine del ‘600, ha caratterizzato Corte Donà. Ma va dato atto al recupero di aver salvato, dal degrado che sembrava irreversibile, un complesso architettonico tanto importante ridonandogli una nuova prospettiva di vita.

Questi i significativi interventi: la casa padronale, caratterizzata da un portico con sei arcate a doppia altezza, è stata adibita a sede della BCC del Polesine; la barchessa laterale sinistra, un po’ arretrata è stata predisposta per ospitare negozi ed uffici; altrettanto dicasi per quella che chiude la grande corte sulla sinistra; negozi al piano terra ed abitazioni ai piani superiori sono stati infine ricavati nell’edificio che chiude la corte sulla destra, un tempo adibito ad abitazione dei salariati.

Il grandioso complesso che fu dei Donà nella seconda metà del XVIII secolo passò, per vie matrimoniali ed ereditarie ai Grimani, entrambe potenti famiglie veneziane che nei rispettivi alberi genealogici annoverarono la presenza di dogi. Fu così che, dalla corte tanto illustre, il paese derivò il proprio toponimo, passando dal medioevale Villa-ducis al più rappresentativo Villadose, ovvero villa del doge⁴.

Riprendiamo il percorso lasciandoci alle spalle il centro del paese, pedalando verso CANALE: questa volta incontriamo la parte della borgata adagiata sulla riva sinistra dell’Adigetto, rientrante nel comune di Villadose. Ecco Corte Penelazzo, complesso rurale anche questo recentemente interessato da un ampio intervento di recupero che ha riconvertito l’immobile principale a ristorante.

Si tratta di un rustico, con portico a doppia altezza caratterizzato da sei arcate a tutto sesto, chiuse da vetrate per le nuove esigenze legate alla ristorazione. Il sottotetto, un tempo granaio, oggi adibito a sala del ristorante, prende luce da finestre binate, centrate sulle arcate sottostanti. L’ampia aia mattonata è ancora perfettamente conservata, come è tuttora presente, al limite della corte dalla parte dell’Adigetto, un raro esemplare plurisecolare di frassino. Un bel viale alberato, infine, sul retro, con accesso sulla strada provinciale, un tempo comunicava con il fondo facente parte degli ampi possedimenti della famiglia Donà.

Riprendiamo il percorso superando il centro della borgata in corrispondenza del ponte (oltre il quale, come visto nell’andata, si innalza la chiesa) per raggiungere la deviazione di via Teano, ove sorge il Rustico Cornera, oggi Lionello. Il massiccio edificio presenta un ampio porticato con cinque arcate a doppia altezza che si innalzano su robusti pilastri ingentiliti da paraste con capitello dorico, mentre dieci finestrelle (due in corrispondenza di ogni arcata) danno luce all’ampio sottotetto. Davanti all’armonica costruzione si apre un’ampia aia, rialzata rispetto al piano della corte, che si palesa tuttora integra. La presenza di macchine per l’agricoltura testimonia come l’attività rurale sia tuttora praticata dalla famiglia residente a corte Cornera.

Tornati sulla via arginale, raggiungiamo frattanto BUSO, Buxus in passato, ovvero bosso, cioè zona boschiva caratterizzata da questo tipo di piante e, non dimentichiamolo, soggetta come le vicine Villadose e Sarzano a disastrosi eventi alluvionali, ricordati anche da Alberino Gabrielli nel citato volume: “Nel 1419 la chiesa di Buso è sott’acqua per le inondazioni (…). Per 150 anni le acque assediarono il territorio, disperdendo e decimando la popolazione”.

Soltanto alla fine del ‘600, in seguito ai consistenti lavori di bonifica si giunse a garantire alla zona una soddisfacente stabilità, cosicché l’agricoltura, divenuta una fonte certa di reddito, costituì un importante richiamo per nuovi abitanti. Fu allora che un lungimirante sacerdote ideò la costruzione di un originale sacro edificio a forma ottagonale. Nel 1730 fu posta la prima pietra della chiesa di S. Marco Evangelista, frequentata fino agli anni sessanta del secolo scorso quando, ritenendo eccessiva la spesa di ristrutturazione del tempio, si decise di erigerne uno nuovo. Fu così abbandonato il vetusto ed armonico edificio, per il quale recentemente gli studenti dell’Istituto per Geometri di Rovigo hanno presentato un progetto di recupero che prevede la realizzazione di un teatro.

Dalla fine del ‘600 a Buso l’agricoltura trova il suo principale riferimento nella nascita di due grandi insediamenti contigui. Incontriamo per prima Corte Costato, complesso che risale alla fine del sec. XVIII, identificato nelle mappe del tempo come villa del Buso. L’inconsueta costruzione, che prospetta su un’ampia corte mattonata, è costituita da un lungo caseggiato, la cui facciata, tipicizzata da finestre binate, è percorsa da quattro canne fumarie, testimonianza della presenza di più nuclei familiari. Sono inoltre presenti due barchesse, una retrostante la casa l’altra sul lato ovest.

Subito dopo sorge Corte Angeli-De Polzer, costruita anche questa alla fine del ‘600 e divenuta proprietà del conte Angeli dal 1775. Tipicizza la corte un’originale barchessa con una doppia serie di archi sovrapposti, di cui quelli superiori, più piccoli, in numero doppio di quelli del portico a piano terra, arricchiti questi ultimi da uno stemma gentilizio in chiave di volta. Davanti alla grande barchessa si apre la vasta aia, mentre la casa padronale sorge sul fianco destro, in posizione avanzata, affacciata sulla pubblica via da cui è separata da un giardinetto. Si erge massiccia, con la facciata principale simile a quella posteriore che prospetta su un giardino col pozzo: entrambe le facciate presentano un accesso centinato preceduto da una scalinata, mentre al piano nobile si aprono tre portali archivoltati preceduti da balaustra. L’ampio complesso rurale comprende anche un fienile, una stalla ed un caseggiato per i lavoratori agricoli.

Lasciamo quest’ultima grande struttura per completare il nostro itinerario proseguendo sulla strada arginale sinistra fino all’Oratorio di S. Sisto. Qui, scattata un’ultima foto di gruppo ed accennato al progetto di una prossima escursione, ci accomiatiamo dagli amici di Pontecchio prima di imboccare la pista ciclabile che ci riporterà a Rovigo.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Andar per corti”. Ventaglio Novanta, n. 31, 2005. https://ventaglionovanta.it/archivio/andar-per-corti/

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