Ormai per le popolazioni polesane della sinistra Po, la Transpadana è più che altro un sentimento, con cui si esprime l’appartenenza ad un territorio e un’identità storica, dato che, sul piano economico e produttivo, le interconnessioni con Ferrara sono tante e tali da configurare una effettiva continuità (nel tempo della globalizzazione è, peraltro, inevitabile). D’altra parte è tuttora evidente che usi, costumi, tradizioni, atteggiamenti, modi di essere e gergo dialettale della Transpadana danno ancora il senso di un territorio che, aggiunto alla Provincia di Rovigo, non dimentica la sua matrice ferrarese.
Ma come e quando si originò questo lembo di territorio chiamato la Transpadana? E quando fu staccato da Ferrara?
Due i momenti significativi: il primo di carattere idrogeologico, il secondo di natura politica. Vediamo.
A creare la Transpadana, questo Oltrepo ferrarese esteso da Melara a Villanova Marchesana, fu la rotta di Ficarolo, verificatasi alla metà del secolo XII, che diede origine all’attuale corso del fiume – il Po di Venezia – separando Ferrara, rimasta sulla destra del fiume, dai suoi territori contigui al Polesine di Rovigo.
Poi, nel 1815, con la formazione del Regno Lombardo-Veneto, a seguito del Congresso di Vienna, gli Austriaci portarono il confine tra Veneto ed Emilia sul Po, decretando sul piano amministrativo la fine della Transpadana Ferrarese, area prima dominata dagli Estensi e poi dalla Legazione Pontificia.
Il confine precedente tra la Repubblica di S. Marco e il Ducato Estense era stato stabilito dopo la cosiddetta “guerra del sale” conclusasi nel 1484. In parte esso coincideva col Canalbianco, ma nella fascia tra Occhiobello e Polesella (quest’ultimo paese dopo quel conflitto rimase veneto), la linea di separazione fu portata sullo scolo Poazzo. Un corso d’acqua questo che, per il suo alveo e la sua ampiezza, costituiva un confine estremamente vulnerabile, tanto che le popolazioni passavano da una sponda all’altra all’arrivo degli esattori delle imposte, come lamentavano i rettori veneziani di Rovigo. Sulle opposte rive, comunque, si formarono con il tempo le proprietà fondiarie delle ricche famiglie ferraresi e veneziane, separate da quell’esile corso d’acqua che in qualche caso divideva il territorio di un paese.
Canaro Ferrarese e Veneto
Fu questo, in particolare, il destino di Canaro, che topograficamente rimase per secoli distinto tra Canaro Ferrarese e Canaro Veneto.
Nella borgata estense di Paviole vi era, in golena di Po, una dogana ferrarese e nel capoluogo, appena al di là del Poazzo, ce n’era una veneta, diventata poi corpo di guardia austriaco. Capitava così che, per le funzioni religiose, la gente di sponda veneta doveva attraversare il confine sul ponte che sorgeva di fronte alla chiesa di Santa Sofia.
Alle prese con le periodiche inondazioni dei fiumi che, a causa di rotte o anche solo di ricorrenti piene, allagavano poderi e campagne, distruggendo i raccolti e portando con sé miseria e fame, le popolazioni transpadane conobbero anche altre traversie dovute alla posizione di confine del territorio, con la devastazione portata dalle guerre e dagli scontri militari, senza contare i disagi e i danni ai raccolti provocati dal frequente passaggio di truppe. Come quelli, ad esempio, durati diversi mesi e descritti dal parroco di Garofolo don Girolamo Gilioli nel 1734.
“Vennero i Todeschi in numero di cento e furono in mia casa parochiale un capitano, un tenente et il signor conte Giacomo Borri, alfiere, da Cremona, e li diedi solamente il pranzo. La sera poi andarono a cena dalli Reverendi Padri della Consolazione, qui alla Frattina, dove era fattore il venerando fra Giuseppe Faccini, e poi dormirono, il capitano in casa del massaro Ercole Spaolonzi, nella camera nova, il signor Alfiere dal magistrus Francesco Saladini, et il signor tenente andò a Ferrara; alla mia boaria stettero quindeci soldati, con altrettanti cavalli. Gli altri poi stettero in altre case, così in fienili gli altri cavalli. Essendo tutti corazzieri, vestiti di ferri. La mattina poi susseguente andarono a Crespino per i fieni loro bisognevoli; vi fu paura e dano a bastanza, e specialmente al sig. Pellegrino Saladini, al quale uccisero una vacca che era al pascolo per consumo delli soldati.”
Una terra dunque quella di Canaro divisa da un confine alquanto arbitrario e periodicamente soggetta all’iniquo passaggio delle truppe. Una terra che però, redenta dalle acque in virtù delle bonifiche estensi da una parte, e dei “retratti” del Magistrato Veneto per i Beni Inculti dall’altra, si prestava in maniera eccellente ad una prospera agricoltura, assicurando notevoli quantità produttive e reddito alle famiglie della nobiltà estense e veneta, le cui proprietà si affacciavano sul Poazzo: da una parte i grandi livellari della Mensa Arcivescovile di Ravenna che poi ampliarono e consolidarono i loro possedimenti; dall’altra i Mocenigo, i Da Ponte, i Valier, i Leon, i Vendramin, i Grimani, per dire i più noti.
Una bonifica necessaria
La vita, nelle terre di Canaro divise dal Poazzo, fu dunque caratterizzata da un’agricoltura alquanto florida fino a che il territorio resse di fronte alla necessità di scolo delle acque, data l’inoperosità delle chiaviche scolanti in Po, a causa del progressivo innalzamento dell’alveo del grande fiume il quale, a poco a poco, fu sempre meno in grado di ricevere le acque di scolo, fino alla completa paralisi del sistema idraulico di drenaggio.
E questa è la vicenda delle bonifiche (mancate) dell’Ottocento che, nella contrapposizione dei Consorzi Polesani e Padani, venne risolta soltanto dopo la disastrosa rotta dell’Adige del 1882, con la costruzione del Collettore Padano-Polesano portata a compimento verso la fine del XIX secolo: una vicenda questa che ha segnato la vita e la storia della nuova Provincia di Rovigo, con la difficile integrazione, sia per i preesistenti rapporti familiari ed economici delle popolazioni rivierasche con Ferrara, sia per i problemi delle acque, dell’ex Transpadana.
Il progetto di bonifica caldeggiato dai “Consorzi Padani” dell’ex Transpadana, era stato infatti steso nell’anno 1838 da Romualdo Martelli, di Canaro, ingegnere del Consorzio di Gurzone. Il piano di interventi, supportato dai pareri favorevoli dei tecnici più celebrati, quali Paleocapa, Bucchia, Turazza, di scaricare le acque della Transpadana nel Canalbianco, ottenne l’approvazione delle competenti autorità, sia austriache che italiane, ma la fase esecutiva fu bloccata dall’ostilità dei “Consorzi Polesani”.
Questi ultimi manifestarono infatti tutta la loro preoccupazione sulla tenuta del Canalbianco che, già gravato da un consistente apporto di acque, a seguito della bonifica delle Grandi Valli Veronesi ed Ostigliesi, ritenevano sarebbe divenuto insicuro per le ulteriori immissioni idriche.
I Consorzi Polesani si opposero pertanto in tutte le sedi alla richiesta dei Padani presentata per la prima volta dopo la chiusura del sostegno Castagnaro nel 1838. La mancata realizzazione del progetto Martelli, oltre che ai contrastanti interessi sulle acque, va imputata anche ad altre cause, ed in particolare ai tempi e agli sconvolgimenti delle guerre per l’Indipendenza, l’Unità nazionale, nonché – dopo l’aggregazione del Veneto al resto dell’Italia unita – alle particolarità di una terra che, per la sua conformazione, era unica nel Regno d’Italia.
Alla fine però le ragioni della bonifica del territorio dell’ex Transpadana ferrarese, prevalsero. E, quando presero finalmente avvio i lavori della Bonifica Padana, il canale si trovava in una situazione veramente precaria, come descriveva nel 1893 l’ing. Armando Martelli nella sua “Relazione tecnica sulla sistemazione dello scolo Poazzo onde coordinarlo ai lavori di bonifica del bacino superiore ed inferiore all’argine del Sabato”.
Armando Martelli (1845-1909), garibaldino, deputato provinciale e consigliere comunale, nipote dell’ing. Romualdo Martelli, sopra citato, nell’ambito della bonifica padana, diresse i lavori di costruzione della botte sotto Fossa Polesella.
Questa relazione si compone di due parti: la prima ha carattere eminentemente tecnico; la seconda, invece è descrittiva e fornisce l’immagine delle condizioni di questo canale e dei suoi emissari, le cui ampie marezzane (golene) perennemente invase dalle acque, molto spesso straripavano, allagando le campagne.
“Lo scolo Poazzo – si legge nella relazione – ha origine al Cavedone della Follica, attraversa il comprensorio (di Gurzone) per un lunghezza di metri 6.722 fino al ponte della Piacentina, indi segue il confine a tramontana fino a mettere foce in Po alla Chiavica Ferrarese (a Raccano-Polesella) dopo un percorso complessivo di metri 19.470. Questo scolo, che in antico doveva costituire una ramificazione del Po, presentasi con un andamento molto tortuoso. E’ difeso da due argini distanti fra loro mediamente metri 100 e siccome la bocca dello scolo misura la larghezza media di metri 12, così restano lateralmente due golene per la maggior parte molto depresse della complessiva larghezza di metri 88, sui quali si espandono le acque di piena.”
Dopo aver passato in rassegna gli altri affluenti (Cortila, Piacentina, Tessarolo, Mainarda) e le relative chiaviche, la relazione prosegue:
“La presa Poazzo viene divisa dall’angolo delle due strade Arginelli e Porcarolle (al confine tra Canaro e Polesella) in due parti: l’una superiore denominata Canaro e l’altra inferiore detta Raccano. La prima scola a mezzo di vari scolatori privati con proprie chiaviche attraverso l’argine destro del condotto principale denominate Mosti-Negrisola-Masa-Martelli e Paviolle; per la seconda parte, detta Raccano, servono gli scoli Palazzi-Valle e Cà Rossa, i quali, dopo averla attraversata con linee pressoché parallele fra loro e in direzione da ponente a levante, vanno a scaricarsi nel condotto denominato Raccano che riversa in Poazzo a mezzo della chiavica Grimani.”
La relazione cita gli interventi di sistemazione del 1865, compromessi dagli allagamenti del 1879, e le infelici condizioni di scolo degli anni successivi.
Con l’avvio della Bonifica Padana Polesana, seguita da vari interventi nel ‘900, si ebbe il vero miglioramento del regime del Poazzo. Per Canaro i lavori culminarono nella deviazione dal centro del paese dello scolo, nelle cui ampie marezzane ristagnanti proliferavano le zanzare portatrici di malaria. L’opera, che era stata insistentemente richiesta dal deputato socialista Galileo Beghi (1874-1944), medico condotto di Canaro, fu realizzata nel 1956.
Per concludere, anche nella descrizione del Poazzo di Canaro c’è l’immagine del territorio ereditato dalla Transpadana: da una parte i Mosti e i Martelli di Paviole, investiti dagli Estensi; dall’altra i Grimani, con i loro possedimenti che si estendevano ininterrottamente da Canaro a Polesella, da una sponda all’altra del Poazzo, con quella torre di accesso e di guardia alla tenuta “Palazzi” di Raccano, che nel corso dei secoli divenne covo di banditi, ma che ancora oggi rimane a testimoniare il passato e la storia di queste comunità.
La Transpadana, si diceva all’inizio, oggi è più che altro un sentimento per la gente di queste zone: certo, ma è bene che sia custodito e coltivato.
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Come citare questo articolo
Claudio Garbellini. “Canaro e la Transpadana Ferrarese”. Ventaglio Novanta, n. 31, 2005. https://ventaglionovanta.it/archivio/canaro-e-la-transpadana-ferrarese/